“Dobbiamo andare come un trattore potente su un terreno incolto”

Il 3 novembre 1957, dopo un incontro con i dirigenti sindacali e i delegati di Lecco, muore Giuseppe Di Vittorio. Lo ricordiamo con lo stralcio di un discorso dedicato all’importanza della cultura nell’emancipazione delle “masse popolari più umili”. A Giorgio Amendola, Di Vittorio, che aveva dovuto sospendere la terza elementare per andare a lavorare, dirà un giorno: “Tu non sai cosa voleva dire lo studio per uno che non aveva nemmeno i soldi per comprarsi le candele e che la sera sentiva gli occhi che si chiudevano dalla fatica e dal sonno e doveva lottare per tenerli bene aperti e continuare a leggere”.

“Io non sono, non ho mai preteso, né pretendo di essere un uomo rappresentativo della cultura. Però sono rappresentativo di qualche cosa. Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana… La cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini: la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale…

Io sono, in un certo senso, un evaso da quel mondo dove ancora imperano in larga misura l’ignoranza, la superstizione, i pregiudizi, gli apriorismi dogmatici che derivano da questa ignoranza. Io lo conosco quel mondo, profondamente. Ci sono vissuto e so quanto siano grandi gli sforzi che occorrono per tentare di uscirne. Ma in quel mondo, dietro quel muro, vi sono ancora milioni di italiani, milioni di fratelli nostri. Tutte le iniziative, tutte le forme di organizzazione, tutti i tentativi debbono essere fatti per accorrere in aiuto di questi nostri fratelli, per aiutarli a liberarsi da questa ignoranza, perché anch’essi possano provare a sentire le gioie e i tormenti dell’accesso al sapere. Dobbiamo andare fra quelle masse di nostri fratelli, chiamarle, stimolarle alla vita nuova, al sapere, al conoscere, a vedere alto e lontano; dobbiamo andare come un trattore potente su un terreno incolto da secoli per fecondarlo e trarlo a coltura, a vita, a bene della società…”

Stralcio del discorso al II° congresso della cultura popolare, tenuto a Bologna 11 gennaio 1953.

L’ultimo discorso di Giuseppe Di Vittorio

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