“Su infrastrutture e grandi opere non servono visioni ideologiche”

Si riaccende in questi giorni il dibattito sulle Grandi Opere e sull’impatto occupazionale e sociale che avrebbe la mancata realizzazione  o il blocco dei cantieri di infrastrutture come la Tav o il Terzo Valico. Fortebraccio News ha intervistato Alessandro Genovesi, segretario generale della Fillea, la categoria degli edili Cgil.

Susanna Camusso, da Bolzano, ha pronunciato parole chiare. Investimenti, sblocco dei cantieri, realizzazione delle grandi opere. A quanto pare, la Fillea le ha accolte con favore…

La Segretaria Generale ha ribadito quanto più volte espresso dai massimi organismi della nostra organizzazione: l’ultimo congresso, il Piano del Lavoro della Cgil, la mozione congressuale di maggioranza “Il lavoro è”, oltre che quanto espresso unanimente dagli Esecutivi Nazionali unitari del 22 Ottobre scorso in relazione alla mancanza nella legge finanziaria di politiche ed investimenti per le infrastrutture e per lo sviluppo del Paese. Come Fillea da settimane non facciamo altro che portare avanti la linea della Cgil. Se il Segretario generale lo ha fatto (e ha fatto bene) ora, anche dopo l’uscita del compagno che per delega segue questi temi (il compagno Colla) è perché, probabilmente, alcune posizioni espresse da parte di altre strutture (che hanno condiviso sia la mozione congressuale che il documento unitario, ma questo ci interessa il giusto) rischiavano di far passare il messaggio che forse la Cgil aveva cambiato idea. Poiché il rischio di strumentalizzazione da parte di qualche commentatore era evidente ha solo ribadito l’importanza di completare le infrastrutture prioritarie previste da Connettere l’Italia, il programma pluriennale che riguarda la TAV Torino-Lione, ma anche il Terzo Valico, il Brennero, la Gronda, la Napoli-Bari, la Siracusa-Gela, la 106, la Sassari-Olbia, la messa in sicurezza delle autostrade abruzzesi, ecc. Ma questa è una mia ipotesi ovviamente. Sapendo che non stiamo parlando solo del futuro occupazionale di 30 mila lavoratori edili, ma del futuro di un Paese moderno.

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Tanti sostengono che sarebbe meglio investire in piccole opere o in grandi programmi, per esempio contro il dissesto idrogeologico o la messa in sicurezza degli edifici pubblici e dei centri storici. Non sembra un’idea bizzarra. Che ne pensi?

Solo in Italia si mettono in antitesi i diversi piani di intervento. Si mettono in contrapposizione nuove opere (grandi o piccole che siano) e manutenzione del territorio. Servono nuove infrastrutture per rendere più competitivo il trasporto di merci e persone – abbattendo i costi logistici e sfruttando le potenzialità del nostro Paese che è un naturale pontile nel Mediterraneo- e questo vale sia nei collegamenti Italia – resto del mondo (a partire dall’Europa) sia nei collegamenti tra Nord e Sud del Paese. Perché le imprese, al Sud, non investono per una serie di motivi, i principali dei quali sono (ovviamente non solo) proprio i costi logistici ed energetici. E noi vogliamo portare il lavoro nel Sud! Poi se queste infrastrutture favoriscono anche il passaggio da gomma a ferro, gli effetti ambientali positivi non sono da trascurare (pensiamo cosa vorrebbe dire avere milioni di Tir e Pullman in meno per le nostre strade…). Accanto a questo – perché non sono alternativi – occorre mettere in campo un Piano straordinario per la manutenzione e la messa in sicurezza sia del territorio (dissesto idrogeologico) che dell’ambiente costruito (rischio sismico, rischio decadimento delle infrastrutture secondarie, viarie e non solo) a partire dal patrimonio pubblico (scuole, ospedali, università, ecc.). Era la nostra proposta di una vera “Casa Italia”, una programmazione pluriennale e coordinata degli interventi e delle risorse (che in parte ci sono pure, sia nazionali che comunitarie). Affrontando i veri nodi del problema: la frammentazione dei soggetti abilitati ad intervenire, la poca qualificazione delle stazioni appaltanti pubbliche (spesso non più in grado di progettare e dare esecuzione poi ai cantieri, anche a seguito del mancato turn over di geometri, ingegneri, operai specializzati nel genio civile, negli uffici territoriali, nelle autorità di bacino, ecc.), la mancanza, cioè, di una cabina di regia. Da questo punto di vista, pur con tutti i limiti del passato, aver chiuso Italia Sicura, Scuole Sicure, aver fermato il progetto Anas-RFI (tanta manutenzione secondaria la fanno loro), aver aperto nuovamente la discussione sul Codice degli appalti e aver rimesso quindi tutto in gioco, insieme al messaggio del Condono per Ischia e per l’Italia Centrale, certo non va in quella direzione. Una direzione che salverebbe vite umane, farebbe bene al Paese, produrrebbe migliaia di posti di lavoro qualificati, nel pubblico e nel privato.

C’è chi, come la Camera del Lavoro di Torino, ha approvato un ordine della giorno contro la Tav. Come si fa ad arrivare a sintesi tra posizioni tanto distanti presenti nell’organizzazione?

Questo dovresti chiederlo a chi vota documenti che dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. Anche io sarei curioso di saperlo. Battute a parte io penso che la soluzione sia proprio nel nostro Piano del Lavoro che tiene insieme le priorità del Paese che sono in quel mix che ricordavo sopra oltre che nella mozione “Il Lavoro è” che ricordo, prima di essere licenziata, è passata anche dal contributo di migliaia di assemblee generali di tutte le strutture e categorie.

La Fillea chiede (giustamente, dal suo punto di vista) il completamento e la realizzazione delle grandi opere. Ma come si fa a tenere assieme lo sviluppo e l’esigenza di dare occupazione con le grandi questioni dell’ambiente e della salute? Fino a che punto ci si può spingere? Togliti per un attimo l’abito di segretario degli edili, il problema esiste o no?

Il problema esiste da sempre e sul rapporto sviluppo-ambiente anche la Fillea si è da anni (ben prima che quindi arrivassi in categoria) posizionata culturalmente su un’idea di sviluppo sostenibile, di saldo zero rispetto alle cementificazioni, di economia circolare. Abbiamo sposato per primi l’idea di una “cura del ferro e dell’acqua” (cioè l’implementazione del trasporto con treni e navi) anche se i saldi occupazionali sono inferiori. Da molti anni collaboriamo politicamente e scientificamente con le associazioni ambientaliste, prima di tutto Legambiente, e discutiamo con i vari comitati locali, sindaci ecc. ma per tenere insieme occupazione, sostenibilità, salute in un’idea di nuovo modello di sviluppo, occorre non avere una visione ideologica per cui tutto va bene purchè non sia mai in casa mia o viceversa (si può fare tutto purchè produca lavoro). Occorre guardare opera per opera, tecnologia per tecnologia (sapendo che la scienza e la tecnica oggi ci vengono molto spesso in soccorso), scommettendo su un coinvolgimento delle popolazioni locali da subito. Non solo sulle opere o sui ritorni compensativi, ma più in generale sul cambio di un modello che una grande opera come una nuova produzione, se massiva, può portare con sé. Sul tema della salute poi noi siamo i primi ad essere interessati perché i primi ad essere esporti sono sempre le lavoratrici e lavoratori che costruiscono prima, gestiscono poi.

Quanti lavoratori rischiano di perdere il posto di lavoro se non ripartono gli investimenti?

Direttamente interessati dalle grandi opere citate sono circa 29 500, in base ai picchi di progetto (cioè tra quelli che già lavorano e quelli che dovrebbero iniziare a lavorare tra fine anno ed inizio 2019) più l’indotto che va da chi è interessato al processo costruttivo (cioè i produttori dei materiali, cemento, ferro, leghe plastiche, ecc.) ai servizi (logistica, assistenza, commerciale, ecc.). Poi dobbiamo vedere cosa succederà sulle manutenzioni autostradali (al netto della vicenda Concessionaria Aspi, dopo i fatti di Genova) se verrà, cioè, rimesso in discussione anche il Contratto di Servizio quadriennale ANAS, che prevede poco meno di 2 miliardi di manutenzioni ordinarie e straordinarie (a partire dai viadotti secondari e all’antisismico) solo nel 2019-2020.

Come giudichi l’azione di questo governo sul tema della crescita e degli investimenti, anche in rapporto ai governi precedenti?

Con il Governo precedente, in particolare nell’ultima fase, in maniera unitaria ma con un protagonismo molto forte della Cgil, della Fillea e della Filt (il sindacato dei trasporti), avevamo cominciato a condividere una strategia positiva: da un lato Connettere l’Italia che vuole dire programmazione pluriennale delle opere in una visione di intermodalità (strade-ferrovie-porti-aereoporti che si coordinano tra loro in un unico sistema) e di connessione tra aree (il superamento della Legge Obiettivo di Berlusconi per capirci che concepiva ogni singola grande opera come a se stante), con certezza di risorse (oltre 100 miliardi) e ruolo industriale assegnato a grandi player (Anas, RFI, Città Metropolitane, Autorità Porti), valorizzando anche i CCNL e contrastando il dumping contrattuale (accordo al Mit del febbraio 2018); dall’altra un ruolo di sostegno della nuova ANAC di Cantone (anche se forse con qualche eccesso di intervento) e il Nuovo Codice degli Appalti che rimetteva al centro qualificazione dell’impresa, superamento del general contractor (che tanto ci è costato in termini di maggiori costi e corruzione), clausole sociali, superamento del massimo ribasso, limite ai sub appalti, dibattito pubblico su grandi opere, appalti verdi (cioè premialità sin dalla progettazione per il minor impatto ambientale possibile). Certo c’erano e ci sono ancora molti punti critici ( a partire dal fatto che Casa Italia non decollava), ma l’epoca dei Lunardi era finita… Questo Governo sembra voler rimettere in discussione tutto, in una sorta di confusione/mediazione interna continua, dove non emerge un’idea di sviluppo, un’idea di investimenti sulla produzione e questo lo vediamo anche guardando all’assenza di confronto, da noi più volte richiesto, su questi temi che, se non affrontati, porteranno oltre al blocco delle opere (molte in stato anche avanzato) alla scomparsa di importantissimi imprese, leader nel mondo ma oggi in grande sofferenza, come Condotte, Astaldi, Toto, ecc. Imprese grandi che fanno lavorare centinaia di imprese piccole e medie… 

Tempo fa hai fatto, anche su questo blog, un appello alla mobilitazione nel caso il governo non dovesse dare risposte.Sei ancora di quell’idea? E se sì, quando scenderete in piazza?

Con Filca Cisl e Feneal Uil, in coerenza con la piattaforma unitaria di CGIL, CISL e UIL, abbiamo chiesto un tavolo a Palazzo Chigi per affrontare questi temi che riguardano, di fatto, la politica industriale del Paese. Se non arriveranno risposte, decideremo insieme quale mobilitazione mettere in campo per conquistarci prima di tutto un Tavolo dove, appunto, affrontare sia il tema delle grandi opere sia il tema di quale politica per la messa in sicurezza di un Paese sempre più fragile, come ci dimostrano anche gli ultimi episodi dal Veneto alla Sicilia. La piazza non è esclusa, anzi, ma tempi e luoghi saranno – presto – decisi insieme alla prossima riunione unitaria della FLC, la Federazione Lavoratori della Costruzioni.

Fortebraccio News

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