Genovesi, Landini e la battaglia di Trafalgar

Un allestimento essenziale al congresso nazionale della Fillea, minimalista, tanto che manca persino un punto di appoggio per il calice da cui Alessandro Genovesi, segretario generale degli edili Cgil, di tanto in tanto sorseggia, e che gli conferisce quell’aria un po’ dandy, da poète maudit. E allora poggia il calice a terra, poi si abbassa per riprenderlo, poi ancora giù, e ancora su: “Vedete? Almeno faccio un po’ di palestra”. Risate qua e là, in platea.

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L’unico vezzo scenografico è quel reticolo arancione da cantiere edile che “protegge” la presidenza. Una suggestione decisamente stakanoviana, da lavori in corso, insomma: qui, alla Fillea, non ci si ferma mai. Altro che flashmob e balletti, altro che chiacchiere, direbbe Vasco: “Non farò citazioni”, dirà Genovesi nella relazione, “anzi ne faccio solo una, cito Berlinguer: “Non può essere libero un popolo che ne opprime un altro”. Allo stesso modo, non può essere libero un uomo opprime una donna”. Applauso dalla platea.

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Dal congresso Fillea

Per la segreteria nazionale è arrivato Roberto Ghiselli che qui, alla Stazione Marittima di Napoli, gioca in casa. Con Genovesi, il segretario nazionale, condivide l’avversione per Maurizio Landini, anzi no, per il metodo con cui Susanna Camusso ha indicato il successore in Maurizio Landini. Anzi no, non è nemmeno una questione di metodo, quello è ok, come sancito anche dall’ultimo ordine del giorno del direttivo nazionale, votato da entrambi. E’ che a Maurizio Landini preferiscono un altro, Vincenzo Colla. O, almeno, lo preferirebbero, se solo fosse candidato. Ma chissà, vedremo. A sorpresa.

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La relazione

I lavori si aprono con la proiezione di un video. Poi prende la parola Genovesi. Voce roca e gesti larghi, da oratore anni ’80, vagamente vintage. Dopo i saluti di rito, un breve accenno  al sistema della bilateralità e una prima allusione al modello tedesco della cogestione (o giù di lì), Genovesi affronta il tema delle alleanze. Innanzitutto con Cisl e Uil, “perché noi, l’unità sindacale la pratichiamo e non la predichiamo o la scopriamo all’ultima curva”. E anzi, avverte il governo che “se non ci danno il tavolo ce lo prendiamo con la piazza”. Ma “convergenza”, per “connettere l’Italia, senza ambiguità”, anche con le parti datoriali, la riproposizione implicita di esperienze già sperimentate, e nemmeno tanto riuscite, come gli Stati Generali, per non dire il “Patto tra produttori”. Sulle grandi opere, sulla Tav, sul Terzo Valico, sulla Napoli-Bari occorre, è questa la riflessione, un’azione comune tra tutte le parti in causa. E, forse per attenuare il “furore” svilupppista, Genovesi ricorda anche la collaborazione con Legambiente, parla di rigenerazione urbana, di mobilità sostenibile, di messa in sicurezza del territorio: l’Italia, è lo sfogo di Genovesi, è l’unico paese al mondo in cui si mettono in conflitto le grandi opere con le tante piccole opere di cui il Paese ha bisogno. Serve, in altre parole, “rilanciare le costruzioni, per rilanciare il Paese”.

Poi, l’immancabile analisi sulla fase politica. I risultati elezioni del 4 marzo, osserva Genovesi, rivelano innanzitutto “le nostre contraddizioni. Il movimento sindacale – prosegue – non può essere indipendente e anzi deve essere “lievito” per la ricostruzione di un campo progressita”. Per farlo, occorre “costruire egemonia nella società”, e non solo, di conseguenza, nelle fabbriche e nei cantieri, come pure recita lo slogan del congresso. Occorre, infine, recuperare il ruolo “educativo” del sindacato, dice Genovesi, tradendo quella visione verticale e pedagogica che anima i settori miglioristi dell’organizzazione, anche nella dialettica interna.

La relazione (che dura circa un’ora e mezza), si sofferma poi sui temi del settore ma trova il suo momento più importante, a parere di chi scrive, nella proposta di introdurre il reato di omicidio sul lavoro. Il settore edile è il più esposto al fenomeno degli incidenti e delle morti – che forse sarebbe meglio chiamare omicidi – sul lavoro. Infine un accenno alle questioni di categoria. La Fillea, dice Genovesi, rimane il primo sindacato nel settore dell’edilizia anche se, e questo è il dato più drammatico e preoccupante, non riesce ad intercettare i giovani. Solo sei su cento hanno meno di 30 anni, occorre valorizzare i giovani attraverso una oculata politica dei quadri, “ma la formazione dei quadri va costruita, è una scienza e non una moda”.

La battaglia di Trafalgar

Genovesi chiude sul tema della successione. Il leit motiv è quello consueto. Noi non siamo i burocrati (excusatio non petita) contro  i buoni. Ripropone lo spauracchio dell’uomo solo al comando: “Certo, il fascino del comandante che da solo conduce la nave in battaglia è forte”, osserva.

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Colla, Genovesi e Landini al congresso Fillea

“Ma Nelson sconfisse Napoleone non da solo ma con venti ammiragli”, annota ancora Genovesi. Che dovrebbe però ricordare che Nelson, la battaglia, non la vinse con venti ammiragli ma con una flotta con tanti vascelli e migliaia di uomini. Perché senza i marinai, nessuno avrebbe vinto la battaglia di Trafalgar. Intanto, in mattinata, dal congresso Fillea, è arrivata un’immagine spiazzante, che fa pensare ad una possibile ricomposizione interna tra le varie anime Cgil: una foto che vede assieme Vincenzo Colla e Maurizio Landini (arrivato stamattina) con l’ammiraglio Genovesi al centro.

Fortebraccio News

3 pensieri riguardo “Genovesi, Landini e la battaglia di Trafalgar

  1. “Blog indipendente di informazione sindacale”. Così si presenta Fortebraccio. Invece di indipendente ha ben poco per non dire nulla. Quanto all’informazione sindacale si dovrebbero trovare notizie su quanto fanno i sindacati invece neanche quello che fa la sola CGIL. Si tratta semplicemente di un bollettino sui congressi della CGIL, ove si ironizza su chi non gradisce le scelte del “capo” mentre si abbonda nelle lodi per gli altri, cioè quelli che combattono per la giustizia e l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo su l’uomo e per il sol dell’avvenire.
    A me nessuno toglie il dubbio che Fortebraccio sia nato per sostenere la candidatura di Landini che, probabilmente, per come è messa la CGIL non aveva bisogno di un siffatto supporto.
    Alcune critiche verso Genovesi si possono condividere, ma quanto a cambi di umori, strategie e coerenza con precedenti posizioni, forse bisogna osservare meglio le evoluzioni da pattinaggio artistico proprio alla segretaria Camusso.

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    1. In CGIL, e non solo, i gruppi dirigenti sono tutti “peccatori” pattinatori… L’attitudine italica da cui nessuno è immune, se privo di capacità di analisi e di visione strategica, tende a giustificare il proprio operato guardando alla gobba degli “altri”.
      Mi hanno colpito particolarmente due prese di posizione di esponenti di rilievo della nostra CGIL.
      Pedretti, autorevolissimo dirigente e segretario generale dello SPI, ha sostenuto che : “Siamo di fronte a uno scambio tra salari e welfare integrativo sostenuto dallo Stato con la decontribuzione e dai cittadini. Io cambierei strada, dobbiamo ribaltare questo sistema”. Ivan Pedretti sostiene che accettare nei contratti lo sviluppo di forme di welfare integrativo significa ritornare a “una sorta di vecchio mutualismo, un sistema di autotutela. Siamo di fronte a un utilizzo della defiscalizzazione del welfare come apertura di un nuovo business per le imprese o nuovi provider che sono legati alle imprese. Noi dovremmo aumentare la nostra autorità salariale; la priorità, e dobbiamo spiegarlo ai lavoratori che hanno i salari più bassi nella vecchia Europa, è che abbiano un salario maggiore da spendere come vogliono”.Per Ivan Pedretti in questi anni “ci siamo indeboliti come autorità salariale, mentre dovremmo ridurre gli interventi di defiscalizzazione, dovremmo riprendere la nostra capacità salariale e rilanciare l’universalità del sistema del welfare. Un problema come quello della non autosufficienza non si risolve con le assicurazioni e con il welfare integrativo, ma servono investimenti dalla fiscalità generale e serve una legge nazionale che stabilisca i livelli essenziali”. (Rassegna sindacale, 27 novembre)
      UNA PRESA DI POSIZIONE NETTA CHE MERITEREBBE DA SOLA UN CONGRESSO!
      Miceli, segretario generale della Filctem e abile “pattinatore”, nella relazione al congresso nazionale della sua categoria ha detto: ” Siamo sostanzialmente isolati. Dobbiamo dircelo. Forti, ancora, ma isolati. … Eppure, nonostante un indebolimento che è indubbio, in questi anni di crisi abbiamo fatto i contratti, limitato i danni …Abbiamo difeso i fondi di previdenza e sanitari. A questo proposito, quante giornate abbiamo dovuto trascorrere per difendere i fondi dal fuoco amico. Una volta i dipendenti pubblici che vedevano minacciata la sanità e la previdenza pubbliche. …. Un’altra, quelle forze radicali e contestative, sostanzialmente settarie e minoritarie che li ritenevano, i fondi dei lavoratori e delle loro famiglie, un vero e proprio cedimento all’ideologia liberista ed un attentato alle prerogative dello Stato. Come se le funzioni dello Stato fossero assicurate per tutta la vita. ….Abbiamo dovuto combattere, quindi, la crisi e l’idiozia.(!!!) Ci siamo difesi e non abbiamo permesso a nessuno di mettere in discussione un patrimonio che resta tra le cose più importanti che hanno saputo costruire i lavoratori in questi anni”. Si potrebbe dire che ricorda quel cavallante che caduto dal cavallo rivendica la sua abilità di scendere.
      Pedretti e Miceli non pare siano tanto d’accordo sul merito di questioni NON secondarie e sul bilancio che un congresso deve necessariamente fare, anche per correggere errori di impostazione strategica.
      Il sindacato confederale tanto rivendicato da tutti, e nel nome del quale si imbastiscono cordate in ambito congressuale,può trascurare il perchè il NODO SALARIALE, da cui dipendono anche le pensioni, torna in modo prorrompente nei rinnovi contrattuali in Germania, mentre in Francia la protesta è scatenata da una goccia che fa traboccare il vaso, l’ aumento di pochi centesimi di € sui carburanti, e dalla diffusa sensazione di un’erosione del potere d’acquisto di ampi strati di “popolo”?
      Da noi, dove i salari sono notoriamente inferiori, continuiamo a sostenere di avere il sindacato più forte d’Europa, di aver difeso i salari nonostante i tetti di inflazione programmata, nonostante i fondi integrativi, quelli di “solidarietà” di categoria, che inevitabilmente tendono ad essere sostitutivi del welfare e che sottraggono risorse pesando sui costi contrattuali.
      Sinceramente Pedretti salarialista non l’avrei mai immaginato, ma meglio tardi che mai.
      Ma mi domando: Pedretti e Miceli rappresentano la stessa visione strategica della CGIL?
      A voi l’ardua sentenza.

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