Che senso ha oggi la divisione tra destra e sinistra sindacale? (di Giuseppe Sabella)

Caro Fortebraccio,

grazie intanto per questo invito a dar seguito all’interessante discussione che è nata su facebook sotto il post di domenica (ieri) in cui si commentava l’articolo pubblicato su queste pagine “La sinistra sindacale tutta compatta contro la Tav”.

Per permettere a chi legge ora di comprendere queste mio contributo, rammento che non non era, e non è, di mio interesse parlare della Tav. Mi interessava invece porre una questione sulla classificazione di destra e sinistra sindacale. Perché – come dicevo nel mio commento – se esiste una sinistra, esiste una destra. E che senso ha oggi questa suddivisione?

Io penso che per rispondere a questa domanda si debbano considerare almeno tre macroscopici elementi di fondo.
Innanzitutto, gli ultimi 20 anni si sono caratterizzati per ciò che la cosiddetta “seconda globalizzazione” – che è a cavallo della caduta del muro di Berlino – ha prodotto sul sistema lavoro: una forte iniezione di forme flessibili di regolazione dei rapporti a cui nel nostro Paese non è parallelamente corrisposta l’istituzione di nuove forme di protezione sociale. E ancora oggi, queste non esistono se non nella misura in cui vi è – ma solo in alcuni territori – un sistema di politiche attive che funziona ma che di suo è parziale rispetto alla necessità di sostenere e proteggere la mobilità del lavoro. In questi termini, la questione non è nemmeno posta a tema dal decisore politico ed è evidente che le nuove protezioni non possono identificarsi con l’irrigidimento delle regole del lavoro così come è stato fatto con il recente decreto dignità. Si tratta, invece, di fare uno sforzo sistemico e di iniziare a scrivere una nuova Carta dei diritti anche perché la trasformazione orma avviata di Industry4.0 renderà sempre più marcate queste debolezze.

In secondo luogo, non solo la trasformazione in atto aumenterà la portata dei flussi in uscita – che vanno gestiti e reintrodotti nel mercato del lavoro – ma la recente crisi economica, oltre al Pil, ha distrutto molta occupazione. Il lavoro è ciò che dà tenuta ad una comunità sociale e, l’Europa di dice, una società è definibile “in equilibrio” quando almeno il 75% della popolazione attiva è effettivamente occupata. L’Italia è intorno al 59%, mentre le economie avanzate nella UE sono su questo obbiettivo. Serve, quindi, un piano straordinario del lavoro, quello della CGIL di qualche anno fa si può discutere ma è l’unica proposta che è stata presentata.

Bastano questi due aspetti per dirci di quanta unità sindacale abbiamo bisogno. Le sfide dell’economia che cambia e del nuovo lavoro sono di tale portata che le divisioni non fanno che rallentare il lavoro – che spetta al sindacato – di accompagnare attivamente la trasformazione in atto.

Ma vi è un terzo aspetto che, io penso, è decisivo per le sorti della nostra democrazia rappresentativa. Non c’è nessun altro soggetto organizzato, oltre al sindacato, in grado di difendere la democrazia dall’attacco sovranista che fa leva non sul processo che lega la persona alle Istituzioni – attraverso i corpi intermedi – ma su un legame diretto: è un’idea vecchia che arriva dalla Rivoluzione Francese, lo Stato è espressione del Popolo e il Popolo è nello Stato. Ora, non è che il Popolo non sia nello Stato, ma se eliminiamo il processo faticoso che è alla base di questo rapporto – l’intermediazione tra Persona-Società Civile-Istituzioni svolta dai corpi intermedi – viene meno il fondamento della democrazia rappresentativa. Io penso che questo sia un grande compito che hanno le forze sociali, quello di ristabilire un equilibrio che i movimenti sovranisti stanno alterando. Per onestà, va anche detto che il primo a stressare questo equilibrio è stato Berlusconi e che lo stesso Renzi per anni ha governato ricorrendo sistematicamente allo strumento del decreto legge. La differenza è che oggi il fenomeno conosce la forma di disintermediazione più avanzata che se non sarà affrontata porterà la democrazia ad una deriva preoccupante. È questa una sfida alla portata del sindacato visto che in Italia le sole CGIL CISL UIL rappresentano 11 milioni di persone. Certo, la loro capacità di “fare cultura” si è un po’ appannata in questi anni – mentre è resistita quella di rappresentare le persone nei luoghi di lavoro – ma io penso che con un’opportuna riflessione / riorganizzazione interna questa possibilità di tornare a incidere a livello culturale sia una possibilità concreta. Soprattutto se si considera che la CGIL è prossima al suo congresso e che, inevitabilmente, partirà un nuovo corso per l’intero movimento sindacale.

Ora, davanti a queste sfide – e a quest’ultima in particolare – è ancora attuale la suddivisione tra destra e sinistra sindacale? Io ho qualche dubbio, consideriamo anche che la parola “destra” è molto ambigua all’interno del sindacato e che la parola “sinistra” è storicamente legata all’idea di progresso. Non lo è invece la parola “destra” che tuttavia, sul piano sindacale (se c’è una sinistra, c’è una destra), il paradosso vuole sia quella che fa gli accordi migliori: il caso dei chimici è emblematico in termini di diritti ma anche di aspetti retributivi.

Sensibilità e storie non si cancellano, credo tuttavia sia quanto di più dannoso se oggi il sindacato non ritrova unità e – quindi – autorevolezza. La storia ci dice che le differenze possono essere superate in ragione di grandi obiettivi e, in particolare, la difesa della democrazia rappresentativa è vitale. La stessa rappresentanza del lavoro rischia di vedere molto limitata la sua missione.

Giuseppe Sabella, Think – industry 4.0

Twitter: @sabella_thinkin

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