“Ecco perché a Bari sosterrò Landini”, il post di Cristian è da leggere tutto d’un fiato

Un “post lungo e tedioso”. Così Cristan Franceschini Sesena, segretario nazionale della Filcams – la categoria del commercio Cgil -, tra i più lucidi e brillanti dirigenti sindacali della Cgil, definisce la sua analisi su Facebook dedicata al congresso. Un post lungo, è vero, ma non tedioso e soprattutto schietto. Ma soprattutto una ricostruzione obiettiva e preziosa per comprendere i passaggi decisivi, quelli visibili e quelli più impalpabili, che stanno accompagnando il congresso del più grande sindacato italiano. Ve lo proponiamo integralmente.

E niente. Pare ormai sicuro che quest’anno “Una poltrona per due” andrà in onda ben oltre il canonico periodo natalizio. Proviamo a capire qualcosa in più rispetto a questa inedita puntata della storia pluricentenaria del più importante sindacato italiano.
Fra due settimane a Bari sarà tutt’altro che una messa cantata: i candidati a succedere a Susanna Camusso saranno infatti due e non uno come da tradizione consolidata.
Accanto alla proposta del segretario uscente, ci sarà infatti un’autocandidatura formalizzata non più tardi di una ventina di giorni fa.

Qualcuno non avvezzo alle dinamiche sindacali potrebbe osservare che la stranezza non è poter scegliere fra due nomi, che appare di certo più equo che dire SI o No ad uno solo, e che questo grande frattura potrebbe sanarsi con un rapporto meno isterico con la democrazia. Per comprendere quindi il perché un fatto all’apparenza normale stia mettendo alla frusta i nervi di molti, accendendo dibattiti sui social, provocando reazioni scomposte, è necessario intraprendere un viaggio in profondità in queste spesso poco affascinanti “dinamiche sindacali” che però hanno bisogno di essere scandagliate perché sia fatta un poco di chiarezza su questo “pasticciaccio” .

Intanto in campo non ci sono due candidature, ma una proposta e un’ auto candidatura, entrambe legittime.
La proposta di Maurizio Landini l’ha avanzata Camusso dopo aver ascoltato tutti gli stakeholder del sindacato, secondo una prassi consolidata all’interno dell’organizzazione.
L’autocandidatura di Vincenzo Colla è fatto recentissimo e risale a poco prima di Natale.
In realtà la candidatura dell’ex segretario generale della CGIL Emilia Romagna è molto più antica di quella dell’ex segretario della FIOM.
E’ da ben più di un anno che infatti è noto che Colla stesse studiando da segretario generale, cercando consensi alla sua candidatura in giro per l’Italia.
La convergenza di Camusso sul nome di Landini è stata travagliata e non lineare; è infatti noto che mentre Colla raccoglieva consensi seppur in maniera non ufficiale, Camusso cullava il sogno di concludere il suo processo di rinnovamento con un’altra figura, un altro nome che però, in un contesto sempre più agitato, avrebbe avuto vita difficile.

Questo processo di maturazione molto lento ha lasciato praterie all’altro “candidato” che alla sua candidatura, come si è detto, stava lavorando alacremente assieme a diversi altri sostenitori.
Scegliere Landini per Camusso non è stato facile e questo nobilita e valorizza ancora di più la sua scelta, in linea con quanto dichiarato una volta dalla Segretaria Generale rispetto alla sua vocazione all’esercizio costante del dubbio.
E così si arriva rapidamente quasi ai giorni nostri con un documento politico votato dal 98% dei delegati e due candidati per attuarlo.
Questa è la vera anomalia, questo il vero vulnus, perché le battaglie politiche le si fanno su idee diverse, e non con uomini diversi su una medesima idea di futuro.
Si è parlato di una sorta di differente modalità che avrebbero i due di declinare i contenuti di Il Lavoro E’, e un diverso senso delle priorità in esso contenute: lo stridore di unghie sugli specchi è abbastanza forte, non trovate?

Chi non vuole Landini lo accusa di aver trovato tardi e forse in maniera strumentale l’afflato confederale necessario per dirigere una organizzazione umana complessa come la CGIL. E’ vero: in un passato non troppo lontano Maurizio Landini è stato protagonista di forti scontri e attacchi alla linea della Confederazione, attacchi irruenti a volte anche scomposti. Per un fortunatamente breve periodo si è temuto che la Fiom potesse addirittura uscire dalla CGIL. Sono state battaglie politiche a viso aperto, nel solco di una dialettica democratica fortissima, in una fase storica complicata.

Quelli che vi si oppongono rivendicano di aver avuto sempre, al contrario, un comportamento lineare, e di non volere subire ora una guida che parte con questo pesante orpello di incoerenza.Le battaglie politiche migliori, come si diceva, sono quelle a viso aperto, ma esistono anche quelle sotterranee non dichiarate, che seppur magari di basso cabotaggio, denunciano che la rappresentazione di un consenso non sempre coincide con una reale approvazione.

Quando Susanna Camusso ha schierato la CGIL per il No al referendum costituzionale, quando ancor di più ha spedito in piazza militanti e attivisti a raccogliere firme per tre quesiti referendari che erano tre pugni in faccia al partito democratico a trazione renziana, i mal di pancia non sono mancati, come non sono mancati i tentativi più o meno riusciti di sabotaggio dall’interno.
Chi ora rinfaccia a Landini la sua scarsa confederalità, palesa di avere una idea della stessa alquanto volatile e demonizza le divisioni volutamente rese visibili sperando che quelle sotterranee da loro stessi prodotte negli anni possano rimanere tali solo perché non certificate da un voto o da un ordine del giorno contro.
Si dice poi che a Colla facciano riferimento “i riformisti” e a Landini “i massimalisti o movimentisti”. Sarebbe opportuno finalmente cominciare a dare una ripulita a queste parole, e a ricollegarle al loro senso autentico.

Riformista è chi nel sindacato cerca soluzioni ai problemi , avanzando proposte, facendo accordi che traducano in fatti concreti, principi e idee correttamente coniugati al contesto e all’epoca. Siamo tutti riformisti se aspiriamo ad essere degni sindacalisti.
Ma è innegabilmente in atto una torsione preoccupante per cui i riformisti veri vengono spinti verso l’extraparlamentare puro e considerati sempre più affini al sindacalismo di base.

Un piccolo aneddoto per comprendere meglio. Nel corso dei mie peregrinaggi nei congressi territoriali sono arrivato a concluderne uno in un territorio di solida fede riformista ( nel significato scorretto corrente). Accanto a me un compagno della segreteria confederale. Al momento di dover stendere il documento politico, quest’ultimo ingaggia una disputa appassionata perché secondo lui doveva sparire dal testo qualsiasi riferimento all’articolo 18. Ora, io che ho sottoscritto un tot di accordi con tantissime controparti, io che prima di dire un no ad una proposta aziendale, ho sempre provato a far dire si al padrone ad una proposta sindacale, mi sono trovato a vestire i panni del pericoloso sovversivo! E sempre più spesso mi capita, ed ogni volta mi stupisco e rimango disorientato.
Infine a dividere i due contendenti sarebbe il rapporto con la politica: Landini subirebbe il fascino del movimentismo a Cinque Stelle; Colla attualmente non iscritto al PD sogna di divenire, alla guida della CGIL, promotore e attore della ricostituzione di un grande partito di massa a sinistra.
Al congresso della più numerosa categoria della CGIL(la mia) non c’erano politici. Al congresso della Fiom CGIL c’era Ilaria Cucchi. Al congresso delle categorie che sostengono il candidato “riformista” Debora Serrachiani, Maurizio Martina, Teresa Bellanova, Roberto Speranza e Carla Cantone.

Esiste un plastico problema a casa nostra rispetto alla elaborazione del lutto della fine della cosiddetta cinghia di trasmissione. Il Jobs Act, la disintermediazione violenta e sguaiata di Renzi, hanno segnato una cesura enorme, che le lavoratrici e i lavoratori non perdonano, probabilmente perché l’hanno subita in prima linea, e che molti di noi
invece ancora ridimensionano con una certa qual dose di cinismo davvero dissonante.
Si fatica enormemente ad essere autonomi sul serio da uno schema di gioco consolidato, anche quando il gioco è cambiato e la palla è da anni in tribuna.

Fra queste frattaglie “democratiche” e alcuni esponenti del sindacato esista un grosso fraintendimento: le prime cercano il rapporto ora che ne hanno bisogno, ora che sono alla soglia di percentuali elettorali risibili, per ridarsi una patina e un tono un poco più working class; gli altri pensano di condizionarne le scelte e di diventare ancora determinanti nello scacchiere politico nazionale. Intendiamoci: un
partito forte a sinistra chi non lo vorrebbe? Ma non può essere il rimpasto degli avanzi riscaldati che questa stagione politica disgraziata ci consegna.

Questo infelice misunderstanding all’oggi ha portato infatti solo attempate signore a sbraitare contro Renzi nei talk show per poi finire alla Leopolda o ai banchi del senato. Se questa non è l’icastica e ahinoi visibilissima a tutti ( a partire dai lavoratori) rappresentazione di un fallimento di un modello che non può più non solo reggere ma essere sopportato, non so quale catastrofe ulteriore dovrebbe verificarsi ancora perché lo si comprenda.

Landini infine sarebbe populista, cavalcherebbe a sinistra l’onda di Di Maio e Salvini. E’ un leader carismatico cui cedere al fascino sarebbe un errore. Ultimamente sono queste le argomentazioni che, fra chi non lo ama, vanno per la maggiore. Il carisma non credo sia un difetto per uno che si appresta a guidar una organizzazione di quasi sei milioni di iscritti e sul populista anche qua sarebbe utile igienizzare il termine. Di certo l’ex saldatore è popolare, il più popolare sindacalista dai tempi di Cofferati, una popolarità che è anche e soprattutto responsabilità gravosa, perché basta pochissimo con questi chiari di luna a passare dagli altari alla polvere. Il popolo della CGIL non è una massa anonima. E’ un popolo di dirigenti che con la loro passione tengono in vita l’organizzazione; sarebbe forse opportuno portare un minimo di rispetto in più per il loro entusiasmo e farsi una sacrosanta ragione se quell’entusiasmo non siamo tutti capaci ad accenderlo. Ovviamente a Bari sosterrò Landini. Un sostegno ponderato e convinto. Una fiducia riposta in una persona che come me, come tutti ha difetti e pregi, ma che con onestà li palesa sempre entrambi.

Ho passato anni a prendere lo stesso treno con lui il lunedi all’alba senza mai rivolgergli la parola. La prima volta che è successo è stato l’8 febbraio 2018 durante una assemblea nazionale della Filcams, che cadeva a poche ore da una sofferta conclusione (soffertissima per me) del negoziato per la definizione del primo contratto nazionale dei Pubblici Esercizi.

Ce l’avevo seduto affianco e mi chiedeva continuamente chiarimenti rispetto ai contenuti che la segretaria generale stava declinando nella relazione introduttiva . Chiedeva e prendeva appunti “per capire e non dire troppe cazzate” e poi infine mi disse:” io comunque non voglio entrar nel merito del questo accordo, lo deve fare la categoria, io parlerò di altre cose”.

Per questo episodio, ma anche e soprattutto perché le parole tornino al loro posto giusto, per non dover più discutere con nessuno se sia giusto o sbagliato ambire a riconquistare l’articolo 18, per non dover vedere condannato il lavoro di tutti, per le ambizioni, i carrierismi i rancori di pochi, io non ho dubbi su quale sia la cosa giusta da fare. E se una cosa è giusta, prima o poi, si afferma e si consolida nonostante tutto.

Cristian Franceschini Sesena

 

Un pensiero riguardo ““Ecco perché a Bari sosterrò Landini”, il post di Cristian è da leggere tutto d’un fiato

  1. Anche se non condivido tanto dell’intervento di Cristian, apprezzo molto il tono e la serietà della sua riflessione. In sostanza lui dice “scagli la prima pietra…” Ma qui non si tratta di perdonare peccati ed errori più o meno gravi, al contrario proprio per il rispetto che si deve ai tanti, dirigenti e iscritti, che anche se non convinti al 100% hanno lealmente sostenuto le scelte della confederzione, a volte a scapito di amicizie e rapporti personali importanti. Nessuno disconosce, mi sembra, l’onestà intellettuale di Landini nè la sua serietà nel sostenere le proprie idee, doti che invece vanno apprezzate e riconosciute.
    Qui si tratta di altro e cioè di evitare che tutti coloro che sono stati chiamati a gestire le scelte compiute in tutti i passaggi democratici, compresi vari congressi, le scelte compiute, oggi si trovano a riconoscere un leader sempre oppositivo e pubblicamente riconosciuto come il primo avversario della segretaria generale a capo dell’opposizione. Forse grazie a questo è stato onnipresente in molti incontri televisivi, prova ne sia che quando i suoi toni e la sua verve polemica è calata analogamente è calata la sua presenza televisiva, che non poco contribuisce alla crescita di popolarità specie quando si è portatori di posizioni contrapposte.
    Non so quanto sofferta sia stata la scelta della Camusso, di certo dovrebbe spiegare come mai rivaluta Landini quando invece lo ha ed è sta combattuta per 20 anni se consideriamo i suoi precedenti alla FIOM? Non è che, seppur tardivamente, ha riconosciuto che Landini e i suoi maestri avevano ragione? Se è così bisogna dirlo in nome di quella onestà intellettuale che sempre va apprezzata. Se invece non è così e visto che Landini non ha rinnegato nulla, comprese certe forme di contestazione pubblica con presidi di metalmeccanici davanti la sede della CGIL, la proposta va certamente rispettata ma sicuramente respinta.
    Sarà poi vero che altri studiavano da segretario generale, ma intanto Landini si è già candidato da segretario nel congresso scorso finendo sconfitto. E questo è un fatto.

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