“Il congresso della Cgil è un patrimonio collettivo”

Proponiamo la riflessione di Fabrizio Rossetti, componente della segreteria nazionale della Funzione Pubblica e delegato al congresso nazionale della Cgil. Un contributo pacato  e costruttivo, dedicato al congresso, pubblicato su Facebook dal dirigente sindacale a pochi giorni dall’appuntamento di Bari. Inizia con le parole di Giuseppe di Vittorio e spiega le ragioni per cui sosterrà la proposta di Susanna Camusso per la carica di prossimo segretario generale, e cioè Maurizio Landini. Ecco il post.

“ Invito a discutere su questo: è giusto che in Italia, mentre i grandi monopoli continuano a moltiplicare i loro profitti e le loro ricchezze, ai lavoratori non rimangano che le briciole? E’ giusto che il salario dei lavoratori sia al di sotto dei bisogni vitali dei lavoratori stessi e delle loro famiglie, delle loro creature e’ giusto questo? Di questo dobbiamo parlare, perché questo è il compito del sindacato”
Giuseppe Di Vittorio

Ho letto e riletto tante volte in questi ultimi anni quel lascito testamentario che Di Vittorio ha voluto regalare alle donne e agli uomini della Cgil pochi giorni prima dalla sua scomparsa. Così tanto da usare quelle parole, nella mia vita in Cgil, come costante ancoraggio: per capire come quelle idealità muovono e rinnovano costantemente questa grande organizzazione con quasi 120 anni di storia, per tradurre quelle idealità nella concretezza delle azioni a difesa dei lavoratori.
Rileggendole, però, a pochi giorni dall’avvio del XVIII° Congresso della Cgil ho avvertito, più di ieri, non solo la lucida preveggenza di quelle parole, ma anche il peso della responsabilità che dovrò esercitare da delegato in quel congresso.
Un’attualità che ci racconta del passaggio drammaticamente involutivo che il nostro Paese ha deciso di percorrere sul tema del lavoro, della sua centralità, della sua dignità e del suo valore.
L’ubriacatura liberista dei decenni a cavallo dei due secoli, la spinta alla deregolamentazione dei rapporti di forza, soprattutto di quelli che continuano a contrapporre interessi che restano diversi, la favola della disintermediazione e la fascinazione dell’individualismo, l’ossessione della semplificazione, anche di quel complesso e faticoso sistema di relazioni che una volta definiva il valore e la qualità di un sistema democratico, la supremazia dell’economia finanziaria rispetto ai bisogni concreti di un Paese mai completamente soddisfatto; tutto questo (e anche altro, in verità) sembra aver riportato così tanto indietro le lancette dell’orologio da far sembrare quelle parole di Di Vittorio come scritte oggi. Redistribuzione della ricchezza, delle opportunità, prospettive e futuro, uguaglianza e diritti: in quella manciata di parole ritrovo questo, il programma politico della Cgil. In quelle parole c’è …”Il lavoro è”.
E’ con questo filtro che da iscritto ho sostenuto e votato il documento “Il Lavoro è”, prima firmataria la compagna Susanna Camusso; un documento che ha registrato la quasi totalità dei consensi nelle migliaia e migliaia di assemblee di posto di lavoro che in questa lunga stagione congressuale sono state svolte.
“Il lavoro è” si pone e pone al Paese proprio il tema della centralità del lavoro, delle condizioni materiali di chi ha visto progressivamente svilire il suo ruolo a componente mercantile, di chi quel lavoro lo cerca, di chi non si accontenta e lo vuole, anzi lo pretende, di qualità.
Un documento che ha l’ambizione di offrire il proprio contributo per costruire prospettive diverse ad un Paese che sembra aver abbandonato anche il tentativo di guardare un orizzonte pur breve.
Voglio credere fortemente che la straordinarietà di un congresso mai così partecipato, mai così politicamente condiviso e unitario nelle scelte assunte nelle assemblee di base sia considerata da tutto il gruppo dirigente dell’organizzazione un patrimonio collettivo: un patrimonio che, proprio perché consegnatoci dai lavoratori e dalle lavoratrici iscritte alla nostra organizzazione, non può essere messo nelle disponibilità di un pur legittimo confronto fra gruppi dirigenti.
Quel patrimonio non va interpretato o analizzato, va semplicemente assunto e praticato perché, almeno per me iscritto alla Cgil dal 1990 e con qualche congresso alle spalle, quel programma non omette, ma affronta, non media , ma avanza, non confonde, ma chiarisce.
C’è però, nelle parole di Di Vittorio, anche un monito a tutti noi: “di questo deve parlare un sindacato”.
Ecco, da iscritto auspico che a Bari la Cgil sappia far suo quel monito, attualizzandolo, si, ma senza dimenticarne mai il profilo austero e severo che ne traspare; un monito che deve responsabilizzare tutto il gruppo dirigente della Confederazione Generale Italiana del Lavoro.
Da delegato in quell’assemblea congressuale proverò semplicemente a dare il mio contributo in questa direzione.
Da dirigente della Cgil, infine, non riuscendo a comprendere ancora oggi le motivazioni che sosterrebbero un’ipotesi di divisione del gruppo dirigente non sul programma politico, mi comporterò come mi sono sempre comportato in occasioni come queste: il congresso della mia Cgil, per me, è il luogo dove, più di altri, le responsabilità personali devono essere esercitate sempre in una dimensione collettiva. Questo farò.
La piattaforma politica, che da iscritto alla Cgil condivido, e la proposta di candidatura della Segreteria confederale, che da dirigente sindacale pure condivido, definiranno i limiti del mandato di rappresentanza che come delegato al congresso di Bari mi è stato affidato.
“Di questo dobbiamo parlare, di questo deve parlare il sindacato” ci diceva Di Vittorio. Non sprechiamo l’occasione di dare il giusto senso a quella manciata di parole così lungimiranti: rispondiamo a quell’appello.
Ce lo ricorda … Peppino.

Fabrizio Rossetti

Fortebraccio News

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