Congresso Cgil e 98 anni del Pci. Uno dei miei soliti sproloqui sconsiderati (di Andrea Malpassi)

Come l’operaio di Ivan Della Mea-che chiede alla moglie di mandare a dormire il figlio perché le cose che ha da dire non sono cose che deve sentire- vi vorrei chiedere di non leggere questo pezzo se della storia del PCI e del Congresso della CGIL vi interessa poco o niente.

Oggi il PCI avrebbe compiuto 98 anni ed io –come almeno un paio di migliaia di persone- sto andando a Bari, al Congresso Nazionale della CGIL.

Legare le due cose, anche emotivamente, non mi viene particolarmente difficile.

Il PCI non c’è più. Quel partito massa, quel partito chiesa, quel partito scuola non c’è più. Quel partito che viveva per rappresentare, difendere e anche istruire la classe lavoratrice non c’è più.

Sfido chiunque abbia a cuore la classe lavoratrice (ripeto: chiunque l’abbia a cuore) a dire che è un bene, che oggi i lavoratori sono più forti di prima, che il mondo del lavoro è giustamente protagonista dell’agenda politica italiana e che la nostra società sia migliore, più civile, anche più educata.

Perché quel partito, il PCI, educava. Educava operai e contadini innanzitutto al valore e al rispetto della cultura. Non all’ammirazione per il titolo di studio o alla cattedra, sventolati magari per tappare la bocca a chi ha problemi più “semplici” e però tanto più drammatici. No: questo è un vezzo della “sinistra” odierna, convinta di risolvere la propria impreparazione politica e la propria incapacità di interpretare la società con i Master, i PhD, il curriculum infarcito di università private. Ostentando con orgoglio l’essere un po’ snob, aspettandosi che sia il “popolo” a capire d’aver sbagliato e chiedere –prima o poi- scusa.

Il PCI non era snob.
Ma quanto era colto, diavolo quanto lo era.
Non citerò nemmeno la schiera di intellettuali e artisti che militavano nel PCI (possiamo dirlo? Tutti. Tutti quelli, almeno, che valessero qualcosa). Era colto e faceva della cultura e dello studio un proprio punto di forza, quasi ossessivamente. Il PCI diceva ad operai e contadini che dovevano studiare. Gli diceva che avevano gli stessi diritti di chi “sapeva leggere e scrivere”, lo stesso diritto di parola e pensiero, la stessa dignità: ma era meglio che studiassero, si preparassero, si facessero forza dell’istruzione e della cultura. Spesso li costringeva letteralmente a farlo, se volevano essere “dirigenti”: rappresentare, cioè, altri che magari non avevano studiato.

Questo binomio di uguale dignità e importanza della cultura faceva sì che davanti ad un “professore” non si andasse mai con il cappello in mano, mai. Ma lo si ascoltava, sempre, cercando di capire se c’era qualcosa di nuovo da imparare. Dicendo anche al “professore” che non si era d’accordo, per nulla: ma sapendo che i propri argomenti andavano strutturati, per difenderli sempre meglio.

Quanto ciò abbia fatto bene alla società italiana intera è tema che non è stato mai approfondito abbastanza.

I miei nonni ad esempio, uno contadino e poi portiere e l’altro operaio e casalinghe le nonne, hanno sempre avuto casa piena di libri. Li hanno cominciati a leggere con fatica, poi con piacere, fino a diventare accaniti lettori proprio sul finale. La maggior parte dei libri che avevano a casa, però, non li hanno mai nemmeno aperti. “Serviranno: qualcuno in famiglia studierà…” Un figlio o una figlia, magari un nipote. “Qualcuno in famiglia studierà…”

Quanto ciò abbia fatto bene alla società italiana intera è probabilmente incalcolabile.

Ne conseguiva rispetto, nelle relazioni tra le persone; ascolto, importante quanto l’affermare la propria opinione; senso critico, per tentare di interpretare correttamente il mondo; educazione, anche la “buona” educazione rispetto al prossimo; civiltà, nel senso classico di “comunità che cresce intorno a determinati valori” ma anche in senso prosaico: ci si deve comportare civilmente l’uno con l’altro.

Non sprecherò parole a descrivere la società italiana odierna rispetto a questi temi, il senso di tradimento diffuso verso il distacco delle “élite” dalla realtà problematica, quel conseguente revanscismo dell’ignoranza. Così aggressivo, sempre più disumano.

Non voglio dire che si è arrivati a ciò solo perché non c’è più il PCI.
Ma senza dubbio il Partito Comunista Italiano aveva ben chiaro e faceva tutto ciò di cui era capace perché a ciò non si arrivasse. E il fatto che non ci sia più, che non ci sia più un partito massa/scuola che ha questa attenzione, è un danno non solo per le classi lavoratrici, ma per la società tutta.

Dicevo che, come un paio di migliaia di persone tra delegati ed ospiti, sto andando al Congresso Nazionale della CGIL a Bari. E che lego anche emotivamente le due cose.

La CGIL oggi è l’ultima grande organizzazione di massa che ha cuore la classe lavoratrice, si impegna ostinatamente per darle voce e cerca con tutte le sue forze di rappresentarla. Cerca anche di educarla, sì, non assecondandone sempre le pulsioni immediate ma portando ostinatamente avanti i proprio valori e tentando di spiegarli e diffonderli. Ci riesce spesso, qualche volta meno bene, il più delle volte molto meglio di come giornali e tv e social media raccontino.

E a chi racconta con soddisfazione, in questi giorni, di un’organizzazione “spaccata”, “divisa”, gongolando per le due candidature alla Segreteria e interpretandolo come presagio funesto per la tenuta stessa della CGIL, a chi oggi sui media trasuda soddisfazione per un passaggio interno alla CGIL sicuramente difficile e inconsueto –per carità, frutto non solo di sensibilità politiche diverse ma magari anche di alcuni errori e di inopportune ingerenze partitiche-, a chi aspetta con l’acquolina in bocca di poter raccontare “l’inizio della nostra fine” vorrei dire solo due cose.

La prima: state calmi e siate razionali. Un’eventuale “fine”, o comunque un forte indebolimento della CGIL, non è un danno per la CGIL stessa, o per i lavoratori o per i pensionati. E’ un danno per la tenuta della stessa società italiana.

La seconda: state calmi e siate razionali. Potrebbe non succedere ciò che sperate. Resto convinto che la CGIL non si spaccherà al Congresso di Bari; non farà errori incomprensibili, non presterà il fianco a chi da sempre ne attacca il ruolo, le proposte, l’autonomia e i valori: perché siamo l’ultima grande comunità italiana che si tiene unita non per interesse di parte o di individui, ma per un grande afflato collettivo.

Quello di realizzare un paese migliore e più giusto.

E allora, forse, come dice sempre l’operaio di Ivan Della Mea alla fine della sua canzone, io prima ho sbagliato.
Le cose che avevo da dire sono cose che anche chi non ha a cuore la CGIL e della storia del PCI se ne cura poco o nulla affatto, direi che sono cose che deve sentire.

di Andrea Malpassi (Coordinatore Area Estero Inca Cgil)

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