Meno tasse sul lavoro per la crescita di salari e Pil – Giuseppe Sabella

L’Italia è terza tra i Paesi Ocse per il peso del cuneo fiscale, ovvero la somma delle imposte dirette, indirette e contributi previdenziali che pesano sul costo del lavoro, sia per quanto riguarda i lavoratori, sia per quanto riguarda i datori di lavoro. Nel 2018 infatti – secondo la classifica del rapporto “Taxing Wages” – le tasse e i contributi sociali ammontavano nel nostro Paese al 47,7% (nel caso di un lavoratore single) contro la media Ocse del 35,9%. La percentuale è composta per il 16,5% di imposte personali sul reddito e per 31,2% di contributi previdenziali che ricadono in parte sul lavoratore (7,2%) e in parte sul datore di lavoro (24,0%).

“UN PROBLEMA GRANDE SALARIALE COME UNA CASA”

L’Italia è seguita a ruota dalla Francia (47,6%) e ben staccata dalla Spagna quindicesima nella graduatoria (39,3%). Peggio del nostro paese, soltanto Belgio (53,7%) e Germania (49,7%). Il cuneo fiscale scende al 38,6% per le famiglie di 4 persone con un unico percettore di reddito, contro la media Ocse del 26,1%. Peccato che in Italia, tuttavia, i salari siano inferiori del 30% proprio a Germania e Belgio. In sintesi: vi è un problema salariale in Italia che – per rubare le parole a Maurizio Landini – “è grande come una casa”, a tal punto che lo stesso presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, non meno di una settimana fa, ha parlato della necessità di sostenere la crescita delle retribuzioni.

RICCHEZZA DISTRIBUITA: ZERO

Non deve stupire che sia il presidente della più importante associazione di impresa a richiamare l’attenzione sui salari, del resto il tema è al centro del “Patto della fabbrica” dell’anno scorso. Il problema è noto da tempo, tanto che il rapporto Censis 2018 ha evidenziato che tra il 2000 e il 2017 i salari in Italia sono aumentati dieci volte meno che in Francia e Germania, cosa ribadita pochi giorni fa dalla Fondazione Di Vittorio che ha stimato che le retribuzioni in Italia hanno perso mille euro di potere d’acquisto negli ultimi sette anni. Parallelamente, come di diceva prima, il cuneo fiscale è altissimo.
Boccia è tornato sul problema perché le imprese in questo momento temono molto l’impatto della recessione e, naturalmente, non vogliono che si comprometta la pace sociale. Tuttavia, visto che l’andamento economico è sotto zero, Confindustria ha bisogno di insistere sul concetto che si distribuisca ricchezza quando e laddove la si produca, quindi che le imprese non possono farsi carico di aumenti retributivi indipendentemente dall’andamento dell’economia. Ma, in estrema sintesi, la situazione è questa: ricchezza prodotta zero e ricchezza distribuita zero.

CRESCITA DELLE RETRIBUZIONE RESTA CENTRALE

E allora? A parte il fatto che l’economia torna a girare se cresce la domanda interna, il che vuol dire se crescono i consumi. Ma per far crescere i consumi, non vi è altra via che crescere i salari. Proprio per questo, il “Patto della fabbrica” del marzo dell’anno scorso prevede di agire sulle retribuzioni attraverso la leva fiscale, ovvero con il taglio del cuneo tutto a vantaggio dei lavoratori, cosa come si diceva ribadita dal Presidente di Confindustria pochi giorni fa. La crescita delle retribuzioni resta centrale, sia come risposta alla disuguaglianza, sia come misura necessaria per la ripresa dei consumi e della domanda interna.

RECUPERARE RISORSE DALL’EVASIONE FISCALE

La riforma del fisco è fondamentale, del resto il fisco è una potente leva per ridistribuire ricchezza. Tuttavia, per agire sul fisco servono risorse. E dove recuperarle? Recentemente si è tornati a parlare di patrimoniale: se questa è indirizzata verso i veri detentori di ricchezza, ciò ha un senso; ma se colpisse coloro che a loro volta già si sono impoveriti in quanto proprietari di case e detentori di risparmio, finiremmo col colpire chi in realtà va protetto. Meglio una revisione delle aliquote progressive e il recupero di risorse dall’evasione fiscale.

Giuseppe Sabella – Think Industry 4.0.

Twitter: @sabella_thinkin

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