Scrivo perché ho paura – Giorgio Sbordoni

Per raccontarmi questa storia, per lasciarla scritta e raccontarla un giorno a mia figlia di tre mesi, quando sarà in grado di capirla e di capirne il messaggio, ho pensato a molti incipit. L’esigenza di scriverla, di non dimenticarla, parte dal disgusto per quello che siamo diventati, per questa città infernale, per questo Paese barbaro dove pietà l’è morta, ancora una volta.

Le mie parole sono venute fuori di getto, come un fiotto di bile, bruciante e impossibile da trattenere, di fronte a un limite di disumanità che ogni giorno, cronaca dopo cronaca, viene spostato un po’ più in là. Parte da quell’immagine cruda, da una folla inferocita che pesta dei panini destinati a 70 rom ricollocati in un centro di accoglienza a Torre Maura al fine di bloccarne il trasferimento.

panini

Sovvertita la prima regola di civiltà con la quale gente di buon cuore mi ha cresciuto, la tenerezza di mia nonna che mi intimava di finire il pasto perché “ci sono dei bambini in Africa che muoiono di fame”. Questa storia parte dal barista, l’uomo della porta accanto, quello che proprio non te lo aspetti, che questa mattina, mentre mi preparava il caffè, ha esultato di fronte alle immagini del servizio di Sky, esaltato dall’azione di popolo che è riuscita a bloccare “gli zingari, che tanto rubano…se ne tornassero a casa loro”, un commento pronunciato con noncuranza mentre il suo collega e amico filippino continuava a mettere a posto le tazzine, occhi bassi e sguardo triste.

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Parte dalla sede di Forza Nuova che ogni mattina mi tocca vedere dalla mia finestra a Via Taranto, quartiere San Giovanni. Con il suo carico di manifesti “No Ius Soli”, di striscioni “Allarmi siam fascisti”, di volantini che farneticano di patria e lotta alla sostituzione etnica. Parte dal pugno allo stomaco di averla sentita ieri sera, questa storia, la prima volta, mentre ero lì che sorridevo per la sentenza della Cassazione favorevole al sindaco di Riace, Mimmo Lucano: niente frodi, niente truffe, niente illeciti per il sindaco sospeso.

Ma in questo anno primo dell’Italia salviniana sembra che il fronte dell’accoglienza non riesca a segnare un punto senza che qualcosa non ti riporti subito alla dura realtà: che sia un episodio di razzismo, lo sgombero di un Cara, la chiusura di un porto, un’aggressione sulla metro, una manifestazione di fascisti, un congresso medievale sulla famiglia naturale.

Roma, la mia città, crocevia di popoli, di religioni, di storia, di arte, di cultura, resta sospesa su questa scala mobile rotta, che ha preso a muoversi in senso contrario, riportandoci indietro, sempre più in giù, negli anni bui di una Storia che noi, compagne e compagni, pensavamo di aver cancellato per sempre, pensavamo fosse buona solo per i libri di scuola, per non dimenticare, e adesso invece sembra dietro l’angolo, pronta al peggiore dei ricorsi.

Scrivo perché ne sono disgustato e spaventato. Ho paura per me, per la mia famiglia, per mia figlia che sorride inconsapevole nel suo mondo di dolcezza e affetto. Ho paura per molti dei bambini di quel quartiere, Torre Maura, che avranno visto ieri i loro nonni e i loro genitori gridare con la bava alla bocca che i rom devono morire di fame, mentre con i piedi pestavano i loro panini. Ho paura per quello che potranno diventare crescendo con questa “lezione” negli occhi. Ho paura per quei 33 bambini e quelle 22 donne, di cui tre in stato avanzato di gravidanza, che il Campidoglio, chinando la testa davanti alle minacce, sembra già deciso a ricollocare. E sarà un altro quartiere di periferia e probabilmente un’altra manifestazione di rabbia incontrollata.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

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