Pensavo fosse Italia, invece era il Bangladesh – Valentina Borzì

Ha suscitato clamore l’annuncio shock del panificio di Catania in cerca di una commessa esperta  (“massima serietà”) da impiegare per nove ore al giorno con una “retribuzione” di 100 euro a settimana, circa 1,50 euro l’ora. La notizia, riportata anche da alcuni siti locali, è stata lanciata dalla famosa pagina Facebook del “Signor Distruggere” scatenando un coro di commenti giustamente indignati.

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Qualcuno ha definito la situazione di Catania come quella del Bangladesh e, a giudicare dalle situazioni (diffusissime) come quella del panificio di via Giuseppe Fava, non c’è andato tanto lontano. In quanti esercizi commerciali, bar, negozi, officine meccaniche, agenzie di volantinaggio, call center si pagano i lavoratori con questi salari da fame? Per non parlare del fatto che a questi lavoratori, soprattutto giovani e soprattutto donne, vengono negati i più elementari diritti, persino la malattia, le pause, il giorno libero. In qualche caso, siamo oltre lo sfruttamento, siamo a nuove forme di vera e propria schiavitù.

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D’altra parte, il contrasto a queste brutali forme di sfruttamento risulta inefficace in una realtà come Catania (ma vale anche per il resto d’Italia) in cui un numero assai insufficiente di ispettori del lavoro, nell’ordine di poche unità, deve monitorare una provincia con migliaia di aziende. La mobilitazione sui social, nata dall’iniziativa del “Signor Distruggere”, ha ottenuto tuttavia un risultato immediato: la rimozione dell’annuncio e la chiusura del panificio.

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In questo contesto, il ruolo dei social si è rivelato e può rivelarsi prezioso sia nella fase di denuncia delle condizioni di sfruttamento, attraverso le segnalazioni dei cittadini, ma anche come deterrente per tutti quelli che pensano (e sono tanti) di essere al riparo da ispezioni e occhi indiscreti. E infine, come “sanzione” pubblica per le aziende che violano i diritti dei lavoratori. In molti commenti, infatti, è stato lanciato l’appello a non acquistare nei negozi che non rispettano la dignità delle persone.

Valentina Borzì

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