Noi il fascismo lo sconfiggeremo sempre – Andrea Malpassi

E’ proprio questo che noi festeggiamo il 25 aprile. Ed è proprio per questo che alcuni hanno sofferenza, fastidio, imbarazzo a festeggiarlo.

Perché è la pagina più bella della nostra storia, così perfetta nella sua limpida divisione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Quelle ragazze e quei ragazzi di allora, straordinari, generosi, sono stati una forza storica –come ci insegna Italo Calvino- che chi li denigra non sarà mai in grado di essere. Spesso non avevano studiato, perché troppo giovani e troppo poveri: ma hanno messo da parte ogni egoismo, hanno rischiato la vita, hanno sacrificato la vita per noi.

Ci hanno aperto le vie ad un mondo dove le donne possono votare ed essere elette; dove sui giornali si possa liberamente cercare e scrivere la verità; dove chi viene ingiustamente ucciso dalle forze dell’ordine possa finalmente trovare giustizia nei tribunali.

Da quel 25 aprile noi festeggiamo che l’operaio non sia schiavo del “Padrone” e che il cafone non debba levarsi il cappello davanti al “Signore”. Che la figlia d’una domestica possa diventare un’insegnante, che un bracciante possa diventare Padre della Costituzione, che un saldatore possa diventare il Segretario Generale di cinque milioni e mezzo di lavoratori e pensionati – che possono volontariamente iscriversi ad un sindacato.

Lo dico con profonda convinzione: festeggiamo anche la sacrosanta libertà che un venditore di bevande allo stadio possa diventare Ministro del Lavoro e uno che da ragazzo ha lavoricchiato in un fast-food Ministro dell’Interno.

E festeggiamo soprattutto che –grazie a quel 25 aprile del 1945- all’operaio, alla domestica, al bracciante, al saldatore, al bibitaro e al giovane precario di un fast-food sia riconosciuta la piena dignità del proprio lavoro e la piena dignità di cittadino. Uguale a tutti gli altri.

Ecco cosa celebriamo, noi, il 25 aprile: e festeggiamo che noi il fascismo non ci stancheremo mai di riconoscerlo, combatterlo e sconfiggerlo.

E’ un virus, ormai lo sappiamo: trova alimento nel malessere sociale inascoltato e nel degrado civile lasciato a sé stesso. E anche quando non si dichiara, cerca comunque di annidarsi, strisciante, nella nostra società e nei comportamenti individuali.

Lo vediamo facilmente in chi ne fa ancora la propria odiosa bandiera.

Ma lo staniamo soprattutto nei soprusi di un’azienda contro una lavoratrice, negli esseri umani fatti affogare in mare o lasciati rinchiudere e torturare nei lager in Libia. Nel razzismo, nell’omofobia, nella violenta ipocrisia delle “visioni” etiche o etniche. E’ nelle leggi che discriminano gli stranieri, nei meccanismi che ostacolano le donne come lavoratrici e cittadine, nelle dinamiche cristallizzate di una società che non permette ancora a tutte e tutti di avere le stesse opportunità.

Vediamo e contrastiamo anche quel fascismo privato, personale, che è nella violenza sulle donne, nell’insulto razziale, nell’arroganza machista nelle relazioni umane, nella prepotenza dei grandi sui piccoli, degli adulti sui giovani, dei forti sui deboli.

E’ il nostro impegno quotidiano –nei posti di lavoro, a casa, nelle piazze e nei tribunali, nelle assemblee, negli incontri, nelle mille e mille iniziative- che è e sarà sempre naturalmente antifascista. E’ il nostro amore intramontabile e appassionato per  l’ANPI: non per nostalgia del passato, non per semplice cura della “tradizione”. Ma per la forza irruente che la memoria di quel momento straordinario esercita sul presente e sul futuro che vogliamo.

Ecco, in fondo, perché siamo così sicuri che alla fine noi il fascismo lo sconfiggeremo sempre: perché siamo una comunità.

Non ci lega l’opportunismo, l’interesse individuale o la prospettiva di ciò che ci “conviene”: ma è quella convinzione che in questo mondo tutti saranno davvero liberi solo se tutti saranno davvero uguali. E’ la certezza che non possiamo stare meglio se altri devono stare peggio. E’ la nostra incapacità di rimanere indifferenti. E questo, appunto, fa di noi tutto ciò che il fascismo ed i fascisti non saranno mai: una comunità.

Buon 25 aprile a tutte e a tutti: noi oggi festeggiamo, perché ce lo meritiamo proprio.

E se qualcuno non vuole festeggiarlo, che vada al diavolo: ci penseremo noi, per il bene di tutti, proprio come abbiamo fatto allora.

E se qualcuno preferisce dire che è una ricorrenza ormai passata, stanca, superata, se ne faccia una ragione: continueremo a fargli capire quanto si illude, sperandolo.

E se qualcuno infine vuole pensare che questa intima certezza -che noi il fascismo lo sconfiggeremo sempre- sembri più qualcosa di religioso, di spirituale, che lo pensi.

Del resto, ognuno ha le proprie preghiere e la nostra intima preghiera –quella a cui ti aggrappi nei momenti più duri e che intoni nei giorni di festa- l’ha scritta Pietro Calamandrei e l’hanno scritta le mondine.

E’ scolpita nel marmo di Cuneo e di Sant’Anna di Stazzema, è nelle piazze dei concerti ed è a Marzabotto, è all’ingresso delle Cascate delle Marmore ed è nelle proteste degli studenti. E’ nei borghi inermi straziati dallo sterminio nazista e risuona ormai nelle manifestazioni di tutto il mondo, in tutte le lingue.

La nostra preghiera laica parla di dignità, non di odio. Di mattine in cui bisogna partire perché c’è l’invasore; di riscatto dalla vergogna e dall’orrore del mondo; di inverni innevati che sfidarono quell’orrore e della primavera che lo vide fuggire. Del duro silenzio dei torturati e del riposo sereno dei compagni caduti giovinetti, dell’addio alla propria bella e dei partigiani che muoiono in montagna. Del fiore della libertà e di questo nostro popolo: che sarà sempre serrato, con lo stesso impegno, intorno al proprio monumento che si chiama ora e sempre resistenza.

Andrea MalpassiCoordinamento area migrazioni e mobilità internazionali Inca Cgil

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