Buon ‪Primo Maggio‬, compagne e compagni – Giorgio Sbordoni

Buon ‪Primo Maggio‬ al giovane senegalese sfruttato su un peschereccio, costretto, dal padrone, a gettarsi in acqua per sfuggire a un’ispezione. E non sapeva nuotare.
Buon ‪Primo Maggio‬ a quella commessa, sì, sempre lei, che ogni festivo che decidete di fare un giro all’outlet trovate lì pronta a darvi consigli utili e ad assistervi. Mentre a casa i suoi figli si chiedono se un giorno avranno un pranzo della domenica così come lo raccontano i nonni, con tutta la famiglia riunita.
Buon ‪Primo Maggio‬ a cinque giovani di origine pakistana, minacciati, vessati e licenziati dal padrone di un forno, perché avevano osato iscriversi a un sindacato.

Buon ‪Primo Maggio‬ all’infermiere di quell’ospedale privato, che prende 300 euro al mese in meno del collega del pubblico, ha il contratto bloccato da 12 anni e si deve pagare i corsi di formazione da solo.

E buon ‪Primo Maggio‬, visto che ci siamo, alla compagna di Lyra McKee, che tra poco l’avrebbe sposata a New York, la sua amata, brillante giornalista ventinovenne, se non fosse che era di Belfast e si occupava della questione irlandese e una decina di giorni fa si è presa una pallottola in testa mentre cercava di fare il suo lavoro, la cronaca degli ultimi scontri a Derry.
Buon ‪Primo Maggio‬ a tutti gli operatori di call center che esistono, che ti chiamano a ogni ora del giorno e della notte, per proporti con imbarazzo malcelato contratti improbabili, costretti a una catena di montaggio cui la sedentarietà della mansione non concede neanche lo sfogo fisico di chi avvita i bulloni. E vivono sospesi tra un salario striminzito e la commessa perennemente in bilico.

Buon ‪Primo Maggio‬ a quel tizio che lavora nel grande ospedale Y della città X, e a dispetto dell’ombra minacciosa della lobby cattolica, tiene botta ed è l’unico cazzo di medico abortista. Per esserlo ha rinunciato a fare carriera. È il solo, in quel grande ospedale, fitto di corridoi e guardianie, che due ragazzi impauriti possono sperare di incontrare in una notte tragica, che mai dimenticheranno, dopo giorni di pianti e sofferte riflessioni. Sono diventati grandi in un attimo e se non fosse per quel medico rischierebbero di invecchiare nell’attimo successivo, senza neanche poter decidere. Ma non chiamatelo eroe, fa il suo dovere, almeno lui.
E buon ‪Primo Maggio‬ anche ai pompieri. Se ci riuscite, una volta tanto, non chiamate eroi neanche loro. Dategli semplicemente quello che gli spetta.
Buon ‪Primo Maggio‬ a quel concierge di un hotel a Colombo, Sri Lanka, che risparmiava per venire a lavorare in Europa. La bomba di un terrorista l’ha dilaniato la mattina di Pasqua mentre rispondeva al telefono.

E buon ‪Primo Maggio‬ a quell’operaio che aspetta il sussidio dello Stato, ogni mese. La mattina esce a farsi una passeggiata per far passare il tempo. La fabbrica è lì, ancora intatta, dentro il silenzio è opprimente. Le macchine sono ferme e arrugginiscono piano piano. Ministri e analisti di settore gli hanno spiegato che dall’altra parte del mondo c’è una fabbrica identica a quella e un uomo come lui. Cambia solo la busta paga che, per come la vede lui, è come dire che cambia tutto. Perché il suo compagno lavora, mentre lui non lavora più. È di origini calabresi, il padre era nato a Catanzaro, ma lo stabilimento è quello imponente di Mirafiori a Torino. No, aspettate, mi sono confuso, i genitori erano originari del Tennessee, ma lui è nato in Ohio e il capannone davanti al quale si ferma malinconico a pensare è quello della General Motors nei sobborghi di Cleveland. Oddio, che sbadato, ho sbagliato di nuovo. I genitori gallesi lo hanno cresciuto a Solihull, nel centro dell’Inghilterra, e sulla tuta che indossava quando aveva il posto c’era scritto Jaguar… non importa, che tanto poi l’operaio si sente operaio, mica italiano, americano o inglese…e tanto le guerre tra poveri le perdono comunque, sempre, i poveri.

Buon ‪Primo Maggio‬ al politico, che sia un onesto amministratore locale o un onesto primo ministro. Che ultimamente son tutti li a spiegarti che quello del politico non è un mestiere. Be’, mi viene da pensare, lo è eccome. Forse qualcuno si è dimenticato di Enrico Berlinguer. O del sindaco Mimmo Lucano. E, ad essere franchi, buon ‪Primo Maggio‬ persino a quei politici che dicono fesserie, per altro, spesso, sapendo di dirle, e continuano a definirsi politici non di professione, ma per esserlo, per fortuna, prendono uno stipendio come gli altri. E per soffiare sul fuoco la chiamano truffa. Io la chiamo democrazia e spero che resista anche agli stolti come loro che si trovano a gestirla.

E già che questo elenco rischia di scapparmi di mano, buon ‪Primo Maggio‬ agli intellettuali, ai professori, ai sociologi, agli economisti, agli scrittori, agli artisti, a chi lavora con il pensiero, a chi lavora con la parola, a chi lavora con i numeri. Perché la delicatezza del compito li accomuna agli operai specializzati che montano sistemi frenanti o componenti di un aereo o ai chirurghi. Che se sbagliano questi ne va della vita delle persone, se sbagliano quelli, gli intellettuali, ne va della vita di intere generazioni.
Buon ‪Primo Maggio‬ ai pensionati, che hanno passato la vita a lavorare e adesso si godono il meritato riposo. Ma sotto sotto restano lavoratori e con la loro esperienza cercano di spiegarti la vita, con pazienza, anche quando fai di tutto per non sentirli.

Buon ‪Primo Maggio‬ ai lavoratori che lottano per i propri diritti e alla fine vincono, dopo uno sciopero a oltranza o un’occupazione. Buon ‪primo Maggio ‬anche a quelli che perdono, nonostante la mobilitazione. E anche a quelli che non ci provano neanche, perché sono troppo deboli, perché non sanno che si può, nessuno glielo ha insegnato, o perché tengono famiglia e la solitudine e la necessità e il baratro di un futuro di ribellione li ha resi timorosi e disperati. Crumiri, direbbe qualcuno. Forse. Certamente umani.
Buon ‪Primo Maggio‬ a chi un lavoro non ce l’ha. Eppure alla ricerca di un lavoro ha sacrificato tutto. Affetti e risparmi. Ha viaggiato attraversando a piedi i confini di paesi subsahariani e, una volta giunto in Libia, ha sopportato mille torture e privazioni. Poi, spogliato di tutto, è salito su un barcone e magari non ce l’ha neanche fatta. È morto affogato in una notte di burrasca, nelle acque blu di un punto imprecisato, di un parallelo sconosciuto, scivolando senza vita e con gli occhi sbarrati dal terrore su un fondale lontano migliaia di miglia da casa, senza che, per chi gli ha detto addio, ci sarà mai la certezza della verità. Caduto in cerca di un lavoro che per lui significava avvenire, o magari sogno. Che per lui valeva tutto, mentre noi lo abbiamo trattato da niente.
Buon ‪Primo Maggio‬ ai lavoratori poveri…come dici scusa? Sì, hai capito, i lavoratori poveri, la maggioranza silenziosa che si arrangia come può e alla fine del mese porta a casa pochi spiccioli. Mostri dei nostri tempi, spesso formati, qualificati, di certo volenterosi, li vedi darsi da fare per onorare, loro sì, uomini e donne d’onore, un contratto che vale carta straccia, partorito dalla mente distorta di chi escogita misure per ridurre il maledetto costo del lavoro. Ossia, per scaricare tutti i costi sulle spalle di chi lavora.

Buon ‪Primo Maggio‬ alle donne di ogni età, che lavorano il doppio, ma per non restare indietro sgobbano il triplo. Chiudono l’ultima pratica in ufficio e si riposano mentre corrono a casa per assistere i figli piccoli o i genitori anziani. Penalizzate sugli orari, sulla busta paga e sui diritti, importunate dai colleghi a lavoro e dagli sconosciuti per strada, sono oppresse dal famoso soffitto che qualcuno ha definito di cristallo, mentre mi sa tanto che è di piombo.
Buon ‪Primo Maggio‬ ai caduti sul lavoro, centinaia di migliaia ogni anno nel mondo. Schiacciati da carrelli elevatori, dilaniati dai macchinari, travolti nei cantieri autostradali, precipitati da tetti e impalcature, asfissiati da esalazioni tossiche, distrutti dalla fatica dei campi, trattati come schiavi, che siano ragazzini o vecchi…e chi più ne ha più ne metta. In un campionario di disumanità e spregio di ogni regola e buon senso che, a poterli contare e raccontare tutti, farebbe gridare all’inferno in terra.

Questi, e tutti gli altri, la maggioranza che non ho citato perché me ne sono mancati tempo, inchiostro e fantasia, sono tutti compagni. Condividono lo stesso destino, mangiano lo stesso pane. Quello stesso pane che i fascisti hanno calpestato a Torre Maura. Noi compagni lo trattiamo con rispetto perché per quel pane, per darlo ai nostri figli, sudiamo, ci affanniamo, perché quel pane sa del nostro lavoro. E se per caso ce n’è bisogno, e lo sappiamo che bisogno ce n’è, ce lo dividiamo. E quando qualcuno si convince che sbagliamo, rapito da promesse sempre più semplici e sempre più rozze, non ci voltiamo dall’altra parte, proviamo a parlarci, a spiegargli perché così non è giusto e non si fa. Non lo lasciamo lì da solo. Perché siamo compagni di una stessa storia e sventoliamo la stessa bandiera, cucita con ideali di giustizia e uguaglianza. Anzi, perché la Storia siamo noi, nessuno si senta offeso.
A chi ci dice prima gli italiani, rispondiamo prima i lavoratori. A chi storce il naso se gli chiedono di condividere, cerchiamo di spiegare che l’unico principio può essere “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. A chi cerca di dividerci tra tempi indeterminati, determinati, partite IVA, progetti e cococo, rispondiamo “stesso lavoro, stessi diritti”. A chi vuole allontanarci e ricacciarci dietro steccati nazionali, rispondiamo che la nostra casa è il mondo. A chi ci chiama capitale umano – o non ci chiama affatto – rispondiamo che il lavoro è valore, ideale e avvenire. È la scintilla che ci rende uomini. È sul Lavoro, se qualcuno ancora lo ricorda l’articolo Uno della Costituzione, che abbiamo fondato la Repubblica dopo la lotta di Liberazione dal nazifascismo.
Siamo compagni, ereditiamo il pane da chi è venuto prima e a chi verrà dopo lasceremo quello stesso pane. Nani sulle spalle di giganti, toccherà a noi, tra non molto, piegarci per far salire sulle nostre spalle i nostri figli e mostrargli l’avvenire.

Adesso scusate, ma a 500 metri da dove sono nato, cresciuto e tornato a vivere si sente già la musica. Qui a San Giovanni, nel cuore di una Roma popolare e sincera, ‪il Primo Maggio‬ è un po’ come la festa del paese. Il traffico impazzisce, i vigili chiudono le strade, frotte di ragazzi sciamano verso la Piazza. La Nostra Piazza. Il concertone dei sindacati sta per iniziare. Tra poco arriveranno fino alla finestra di casa mia le prime note e si sovrapporranno al leggero ritardo della diretta televisiva. È tempo di festeggiare, stapparsi una birra e incamminarsi. Ci vediamo in piazza.

Buon ‪Primo Maggio‬, compagne e compagni.

Giorgio Sbordoni, Radio Articolo1

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