Il fascismo è iniziato con le aggressioni ai sindacalisti – Giorgio Sbordoni

Ragazze prese a schiaffi e sputi. Lo striscione che reggevano, “A Modena i porti restano aperti”, è stato loro strappato di mano e ridotto in pezzi. La cronaca dell’ultima aggressione fascista ha lo stesso fetore delle altre. In questa macchia d’olio di ricino che si sta espandendo sul Paese con una rapidità spaventosa, le militanti e i militanti della Cgil della Bassa sono le vittime più recenti di una lunga catena di eventi di fronte ai quali il silenzio di colui che dovrebbe controllare e, qui sì, reprimere duramente, si fa sempre più complice.

E invece il ministro dell’Inferno, camicia nera sotto al grembiulino, sobilla, in posa stentorea, parlando dai balconi, nascondendo, ma non troppo, un certo compiacimento di fronte all’effetto – elettorale – delle sue parole. Flirtando con la destra più destra. Maneggiando con sapienza l’arsenale della comunicazione del bravo ardito, quello più becero e spudorato dell’“ordine e disciplina”. Posando sulla torretta con filo spinato, sottobraccio al sodale Orban, nel più improbabile e odioso camouflage, quello della sentinella binocolo alla mano che dovrebbe avvistare il pericolo migrante e difendere l’occidente dall’imbastardimento della razza.

E il clima di impunità restituisce fiato e randelli ai camerati dormienti. La purga, a volte fisica, cucchiaio alla mano, come a Modena, a volte virtuale, polpastrelli sulla tastiera, colpisce sempre gli stessi bersagli: la Cgil e l’Anpi, l’associazione nazionale partigiani. Perché l’antifascismo, come è stato scritto da più parti in queste ore, o è militante o non è. Così capita che la segretaria generale della Camera del Lavoro di Forlì, Maria Giorgini, dopo aver espresso la propria indignazione per quel comizio surreale di Salvini pronunciato dal balcone del municipio in Piazza Saffi, dove i partigiani vennero impiccati ai lampioni, trovi ad attenderla sul web una minaccia di morte condita di insulti.

Capita che a Vighignolo, nel milanese, tre giorni prima della Liberazione, venga bruciata una statua dedicata alla staffetta partigiana Giulia Lombardi, trucidata dai fascisti a 22 anni. Capita, riavvolgendo il nastro lentamente, che i fascisti calpestino il pane destinato ai Rom di una periferia romana o celebrino impuniti il centenario della fondazione dei Fasci di combattimento, occupando con la violenza e l’intimidazione le cronache del 23 marzo scorso: dall’affissione dei manifesti nel centro di Varese in piena notte alla manifestazione di Forza Nuova a Prato autorizzata da prefetto e questore e anticipata dalla minaccia “Arriviamo” tracciata a vernice sull’uscio della sede Anpi cittadina.

In un film già visto un secolo fa, nell’ultimo anno, con cadenza settimanale, Camere del Lavoro, sedi dell’associazione partigiani e altri fortini di resistenza civile sono diventati i bersagli preferiti di questa marea bruna. All’alba – i blitz avvengono sempre col favore della notte – i luoghi di questa Italia che resiste si sono svegliati feriti e sporcati da striscioni, manifesti e minacce di matrice fascista. Da Lodi a Pavia, da Savona a Torino, a Ravenna, Perugia, Rimini, Mestre, Cesena, Bergamo, Napoli, Como e molte altre città.

E resta inquietante e indimenticabile, nel blitz contemporaneo del 23 maggio dell’anno scorso, quel messaggio, “Stato e sindacati confederali boia”, firmato Forza Nuova e incollato ai muri di decine di ‘obiettivi sensibili’. Vandalismi impuniti, di cui si sa tutto, ma per i quali non si fa niente, che hanno sempre lo stesso fine: spaventare, silenziare, mostrare i muscoli.

Capita che in un pomeriggio di calcio, nel cuore di Milano, a un passo da piazzale Loreto, venga esposto uno striscione inneggiante a Benito Mussolini, alla vigilia della Festa della Liberazione. In un revisionismo storico senza decenza, in cui la punizione tramite Daspo suona peggiore del crimine. La dimenticata legge Scelba condannerebbe chi si macchia di apologia di fascismo alla reclusione, mentre i sedicenti tifosi se la sono cavata con divieto di assistere a eventi sportivi.

Capita di accendere sul tg regionale dell’Emilia-Romagna e assistere a un servizio sulla commemorazione della morte di Mussolini, sempre lui, con un taglio da rivista di costume e società, quasi che quelle immagini contemporanee di braccia tese, camicie nere e fez a Predappio raccontassero di un’innocua sagra di paese.

E capita anche che al Salone Internazionale del Libro di Torino, nonostante la protesta e il conseguente rifiuto a parteciparvi di molti autori e intellettuali, sia ammessa la presenza di Altaforte, la casa editrice vicina a Casapound, una scelta giustificata, con queste parole, dal Comitato di indirizzo del Salone: “se non si è stati condannati per reati legati all’odio razziale o all’apologia del fascismo, si può acquistare uno spazio. È un diritto, al pari del diritto di dissentire e criticare la linea di una casa editrice”. La linea, espressa in queste ore dall’editore del libro intervista con Salvini (guarda il caso), è questa: “sono fascista, è l’antifascismo il vero male dell’Italia”. Giudicate voi. Così, nel silenzio generale, sono risuonate ancor più forti alcune voci. Le solite. Quelle di chi sconta il proprio antifascismo militante con attacchi di ogni genere. Quella di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, il Primo Maggio: “Lo vorrei ricordare al ministro Salvini, che se vuole rispettare la Costituzione su cui ha giurato non deve chiudere i porti, ma deve chiudere le sedi di Casapound. Il fascismo non è un’idea, il fascismo è un crimine e lo dobbiamo ricordare sempre”. A cui ha fatto eco quella di Carla Nespolo, la presidente dell’Anpi, che ha declinato il suo invito al Salone del Libro di Torino, condannando la presenza di Altaforte, “che pubblica volumi elogiativi del fascismo oltreché la rivista Primato nazionale, vicina a Casapound e denigratrice della Resistenza e dell’Anpi stessa”.

Con le loro, si è sentita forte anche la voce di migliaia di iscritti al sindacato e all’Anpi, che con coraggio e, loro sì, senso dello Stato, hanno protestato, denunciato, combattuto, fatto argine senza sosta a questi episodi, con un presidio fisico del territorio, rimbalzato in un tam tam social di cui queste righe sono testimonianza.

Nel clima surreale chi dovrebbe dire qualcosa tace, chi dovrebbe fare qualcosa resta fermo. E questo fa senz’altro paura. Perché, a rileggerla bene – la Storia –, il fascismo è iniziato con l’incendio delle camere del lavoro e le aggressioni ai sindacalisti. E si è alimentato nel silenzio complice della maggioranza, appunto, silenziosa, quella di cittadini che si voltarono dall’altra parte o approvarono tacitamente, quella di politici sedicenti moderati che pensarono di utilizzare il terrore seminato dalle squadracce per i loro fini e alla fine ne vennero spazzati via. Così, laddove, una volta tanto, sarebbe giusto, come facciamo in molti, fissare gli occhi sul braccio teso, son in tanti a guardare la luna, a far finta di niente o a ghignare sommessamente. E la preoccupazione, aspettando le elezioni europee, aumenta, accompagnata però da una consapevolezza – per citare questo blog –: Noi il fascismo lo sconfiggeremo sempre.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

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