“Era l’amore il suo capitale”. In memoria di compagno Turiddo, ucciso dalla mafia – Ilaria Romeo

Il 16 maggio 1955 la mafia uccide Salvatore Carnevale, socialista, sindacalista della Cgil, fondatore e segretario della Camera del lavoro di Sciara (Palermo).

L’anno successivo, in occasione del III Congresso nazionale della cultura popolare (Livorno, 6-8 gennaio 1956), Ignazio Buttitta dedica alla sua memoria il Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali.

 “Ancilu era e non aveva ali / non era santu e miracule facia / ncielu acchianava senza corde e scali / e senza appidamenti nni scinnia: / era l’amuri lu so capitali / e sta ricchhizza a tutti la spartia/ Turiddu Carnivali annuminatu / ca comu Cristu nni muriu ammazzatu” . 

Con queste parole in dialetto Ciccio Busacca – un uomo piccolo, bruno e visibilmente intimidito dalle luci e dal palco –  recita, per un pubblico decisamente diverso dai passanti e curiosi dei paesi di Sicilia cui il cantastorie è abituato, la storia di Salvatore Carnevale.

E’ il trionfo per una delle creazioni più alte della poesia popolare in Italia, a pochi mesi dalla uccisione del protagonista.

E’ il III Congresso della cultura popolare, il luogo è un teatro della città di Livorno, tra il pubblico spiccano i nomi di Luchino Visconti, Cesare Zavattini, Carlo Levi, lo stesso Levi che a Francesca Serio, madre di Salvatore Carnevale, ha dedicato alcune delle pagine più belle dei suoi scritti.

Quella “Francesca Serio, ferita nelle viscere sue antiche di madre mediterranea” che “invece di ripiegarsi nella tragica disperazione che annienta, trasferisce la sua furia nella ragione: l’urlo oscuro e il pianto si articolano in parole – quelle parole che diventano pietre – in un processo verbale, il processo verbale in racconto, essenziale, definitivo; e il suo linguaggio, rivendicativo, accusatorio, giuridico, partitico, tecnico, diventa un linguaggio storico, un linguaggio eroico”. “Una donna di cinquant’anni, ancora giovanile nel corpo snello e nell’aspetto, ancora bella nei neri occhi acuti, nel bianco-bruno colore della pelle, nei neri capelli, nelle bianche labbra sottili, nei denti minuti e taglienti, nelle lunghe mani espressive e parlanti; di una bellezza dura, asciugata, violenta, opaca come una pietra, spietata, apparentemente disumana”.

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Il  primo Congresso della cultura popolare –  promosso da Il Calendario del Popolo – si era svolto a Milano, nella sede del Castello Sforzesco, il 7 e l’8 dicembre 1946. Vi parteciparono, tra i tanti, Antonio Banfi, Sibilla Aleramo, Gian Carlo Pajetta, Antonio Grep­pi, Giuseppe De Florentis, Antonio De Grada, Paolo Grassi, Guido Mazzali.

Dal 9 all’11 gennaio 1953 si svolgeva a Bologna il secondo Congresso nazionale della cultura popolare (organizzatore Carlo Salinari, coadiuvato da Enzo Modica, con oltre mille partecipanti).

Uomini del mondo della cultura, sindacalisti, lavoratori e politici si riuniscono per discutere del sapere e dell’istruzione in Italia, dell’organizzazione della formazione intellettuale e delle strutture e strumenti necessari per la sua diffusione e sviluppo.
Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della Cgil, interviene sottolineando la concezione del sapere e della conoscenza come strumento di liberazione delle masse.

Un discorso noto, bellissimo, che racchiude in sé tutta l’essenza di Giuseppe Di Vittorio: “Amici congressisti – affermerà nell’occasione il segretario della Cgil – sono lieto di salutare questo grande congresso, che ha già avuto una profonda eco nel paese ed è destinato ad avere vaste ripercussioni nelle masse popolari per quanto concerne lo sviluppo della cultura nel popolo, in nome della Confederazione generale italiana del lavoro e dei cinque milioni di lavoratori manuali e intellettuali che vi sono iscritti. La nostra Confederazione del lavoro ha nel suo programma, nel suo Statuto, fra i suoi compiti fondamentali quello di difendere e di sviluppare la cultura nelle masse popolari e lavoratrici, come mezzo essenziale di liberazione, non soltanto di liberazione spirituale dell’uomo, come mezzo cioè di liberazione dall’ignoranza, dalla miseria, dalla superstizione, dai pregiudizi, ma anche come strumento fondamentale di liberazione dall’arretratezza, dalla miseria, dalla povertà, dalla sporcizia, come strumento di elevazione intellettuale, morale, spirituale ma anche economica e sociale. Perciò la Confederazione del lavoro e tutte le organizzazioni sindacali annettono una importanza primordiale a tutti gli sforzi che sono diretti alla diffusione ed allo sviluppo della cultura nel nostro popolo […]. Ma prima di questo – prosegue Di Vittorio – permettetemi di accennare ad una certa ironia che è stata fatta da alcuni giornali sul mio intervento con un discorso a questo congresso della cultura popolare italiana […] Per rendere a suo modo chiaro il significato della mia presenza a questo congresso, un giornale ha scritto una frase appositamente sgrammaticata per dire: «Ecco qualcuno che è veramente rappresentativo di coloro che non conoscono la lingua italiana e che sono al fondo dell’ignoranza al congresso della cultura popolare». Lo scopo è di tentare di rappresentare come estremamente basso il livello culturale di questo congresso della cultura popolare. Lo scopo è anche un altro, al quale accennerò brevemente. Bisogna che io dica che in questa ironia di giornali benpensanti, di giornali che esprimono gli interessi della classe privilegiata e dirigente della nostra società, c’è qualche cosa di fondato. Io effettivamente non sono e non ho mai preteso, non pretendo di essere un uomo rappresentativo della cultura popolare o non popolare. Però sono rappresentativo di qualche cosa. E di che cosa sono rappresentativo? Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere del nostro paese… quelle masse cioè alle quali le strutture sociali ingiuste ed inumane della nostra società negano la possibilità non solo della cultura, ma anche dell’istruzione elementare, e che ciò malgrado, però, vogliono, si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado che le loro capacità, le loro possibilità permettono di raggiungere, grado modesto ma che apre però la strada a nuovi e travolgenti progressi. Di questi strati delle masse popolari umili e povere io sono rappresentativo; di queste masse popolari a cui le classi dirigenti e sfruttatrici negano non soltanto ogni gioia ma anche il bene, la luce del sapere e che per merito proprio, per sforzi propri, vincono le tenebre dell’ignoranza, e si pongono alla testa del progresso, alla testa di ogni moto che porti avanti la nostra società, porti avanti tutta la società umana. Di questo io sono proprio rappresentativo. Il giornale che più ha ironizzato su questo soggetto è un giornale cattolico. Ed io lascio considerare a voi quanto poco cristiano sia questo voler negare a priori a chi proviene dalle masse più povere e più umili della nostra nazione di accedere almeno ai primi rudimenti della cultura. Secondo questi signori – e questo è il significato dell’ironia – non è possibile, non è ammissibile che chi è nato bracciante, analfabeta, in una famiglia di analfabeti, possa accedere alla cultura”.

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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