Un lenzuolo vi seppellirà – Giorgio Sbordoni

Nel momento più buio della storia recentissima del Paese, per tanti italiani sembra suonata la sveglia. Dopo una lunga notte di incubi, occhi serrati e muscoli tesi nel sonno agitato, il sole del mattino, penetrando tra le tapparelle, sembra averci ridato fiducia e speranza nel presente. Così ci siamo alzati, abbiamo disfatto il letto e con lenzuolo e pennello abbiamo detto la nostra, che non è veramente più tempo di dormire.

Eccoci qui, al termine di una settimana iniziata con quel bagno di folla purificatore alla Sapienza. Studenti, professori, sindacati, associazioni, cittadini, un magma compatto di buoni sentimenti, di fratellanza e di solidarietà che ha circondato il sindaco Mimmo Lucano e lo ha sollevato, quasi in trionfo, fino all’Aula Magna di Lettere, in un’eruzione resistente che ha travolto le assurde minacce di Forza Nuova e quel manipolo sparuto tenutosi a distanza di sicurezza, e ha ascoltato la sua lezione.

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È iniziata alla grande questa settimana avvolta nei messaggi di stoffa e vernice. Una botta di vitalità e di coraggio contro l’odio in pillole somministrato nella guerriglia sporca dai cunicoli anonimi di Facebook e Twitter. Una botta di vitalità e di coraggio tanto più bella perché sfrontatamente esibita sul balcone di casa, appuntata come una medaglia cosicché la potessero vedere tutti, ma proprio tutti.

A provocare la lenzuolata partigiana, l’assurda, odiosa pretesa di vietare un po’ di sana contestazione, invadendo il nostro sacro spazio privato e addebitandocene i costi con quell’utilizzo spregiudicato dei vigili del fuoco, arrampicati su una scala nell’intento di strappar via il “NON SEI IL BENVENUTO” ormai celebre, rivolto da un cittadino di Brembate al ministro Salvini. E non so, lo dico sinceramente – talmente ridicola è stata quella pensata che non ho neanche letto tutti i particolari della vicenda –, non so se l’idea sia stata un goffo tentativo del questore di turno di segnalare la propria solerzia al ministro, un inchino al potente, o se si sia mosso il ministro in persona o il suo staff.

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Tanta è stata l’indignazione per le immagini di quei pompieri esposti in quel modo e loro malgrado a un siffatto compito, che una primavera di lenzuoli ha investito il Paese e come funghi in un bosco bagnato dalla pioggia, i messaggi di stoffa e vernice sono incominciati a spuntare qui e lì, inseguendo il ministro in campagna elettorale ma segnalandosi anche ad altre latitudini, in una sorta di orgoglioso e corale ‘IO C’ERO’ da esibire come un fazzoletto partigiano.

Sembra quasi che la parte buona del Paese, imbarazzata da governo, fascisti e altri vecchi strumenti tornati di attualità, abbia voluto stendere un gigantesco lenzuolo pietoso su questo pietoso spettacolo, abbia voluto dire BASTA in un modo talmente colorato e colorito che proprio non si potesse fraintendere. Sulle spalle coperte da questo hashtag di stoffa e vernice, come il mantello dei supereroi, tanti hanno dato sfogo a una creatività e a una leggera ironia che ha spazzato via, in una risata amplificata dal velocissimo tam tam di immagini corso sul web, tutto l’odio vomitato nelle ultime settimane.

Un gigantesco lenzuolo pietoso per non dover assistere alle parate e alle sparate dei fascisti di Forza Nuova e Casapound, per non dover leggere le cronache del governo del cambiamento, tra tangenti e sottosegretari indagati, voli di stato usati per la propaganda elettorale e porti chiusi. Per non dover assistere alle discriminazioni verso gli esclusi, quelli cacciati a sputi e insulti dagli alloggi popolari che pure spetterebbero loro, quelli tagliati fuori per delle regole ignobili dal reddito di cittadinanza o ai quali è precluso il welfare, quelli bloccati sulle navi a largo di Lampedusa e quelli ostaggio dei caporali nei ghetti.

Per non dover sentire di legittima difesa armata, di famiglia naturale unica possibile, di tasse piatte per arricchire i ricchi e impoverire i poveri, di libertà di stampa prigioniera dei tagli all’editoria. E anche se non bisogna mai smettere di lottare – e certo un lenzuolo non fa davvero primavera – da qualche giorno mi sembra che in tanti abbiano capito che al medio evo di Verona, Torino e Casal Bruciato si può e si deve reagire, grazie anche a questa nuova onda di ironica indignazione. Davanti al ministro inseguito dal segno di Zorro – ma per lui quella Z rappresenta lo ZERO di valori e di risultati, evidente in fondo al bilancio di questo disastroso e disastrato governo – la gente si è tolta la maschera di indifferenza o timore, quel paraocchi notturno da volo intercontinentale, e ha lanciato in strada, scuotendo il proprio lenzuolo, una liberatoria contestazione direttamente dalla propria finestra.

Visto che scendere in piazza non ci sembrava abbastanza, siamo saliti in balcone e abbiamo improvvisato un corteo di protesta ad alta quota. E sarà per quel potere alla fantasia, così evidente tra le righe di quei messaggi. O sarà per la potenza evocativa del mezzo – che sulle lenzuola ci facciamo l’amore, ci accampiamo con i bambini, la domenica mattina, a giocare, a gustare il caffè e a leggere il giornale. E dalle lenzuola John Lennon e Yoko Ono, con il celebre bed-in, gridarono addirittura al mondo intero il proprio pacifico No alla guerra. Ma soprattutto sarà che sulle lenzuola ci sogniamo, ecco. Sarà per quello che il sogno di un Paese migliore, per il breve spazio di qualche giorno, è tornato ad essere realtà e al faccione straripante di Salvini dipinto nel livore, si sono sovrapposti tutti i colori dell’arcobaleno, in una narrazione diversa, positiva e senza punteggiatura.

Una playlist di parole chiave che qualcosa dovranno pur dirci e pur dire a chi vuole opporsi a questa politica: ‘Con Salvini il cambiamento, odio-fascismo sfruttamento’, ‘No al razzismo‘, ‘Porti aperti‘, ‘Lega la Lega‘, ‘No al ministro dell’odio‘, ‘I terroni non dimenticano‘, ‘Prima gli esseri umani, poi i 49 milioni‘. Così – e a scanso di ogni superstizioso equivoco, lo scrivo di venerdì 17 e in pieno countdown (- 9) dalle elezioni europee – è arrivato davvero il momento di far prendere aria al materasso, rifarlo, questo letto sfatto da mesi di tetri segnali, e tornare a dormire sonni tranquilli, attenti a non macchiare il pigiama con la vernice. E canticchiando le parole di Noel Gallagher – quelle che ha cantato proprio il Primo Maggio a San Giovanni con i sindacati – “darò inizio a una rivoluzione dal mio letto…” – stavolta ne sono certo, continueremo a gridare messaggi di protesta dai balconi e a scendere in piazza. Ricordandoci sempre che ci siamo appena svegliati e la giornata è lunga. Ma forse la nottata che ha da passa’ è veramente passata.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

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