Call center, il governo intervenga sulle committenti – Daniele Carchidi

Con cadenza costante il mondo dell’informazione si concentra sul settore dei call center outbound, lanciando servizi televisivi shock, o approfondimenti ed inchieste sulla carta stampata, in cui si descrive un pezzo grigio del mondo del lavoro nel comparto delle telecomunicazioni, tanto da rendere “trending topic” il termine giungla.

Ultimo servizio in ordine temporale quello lanciato giovedì da La7 a Piazza Pulita, in cui nella città di Taranto si mostravano con chiarezza situazioni poco edificanti per il mondo del lavoro.

Sia chiaro, quanto descritto nel servizio non solo è vero, ma è largamente diffuso in diverse realtà, compresa la nostra terra, la Calabria, dove operano migliaia di lavoratori nel settore dei call center in outbound. Situazioni più volte segnalate e denunciate dalla Slc Cgil Calabria agli organi competenti, che hanno prodotto multe, sanzioni e “chiusure”.

Condizioni salariali ben al di sotto da quanto previsto dalle norme e dai contratti collettivi, situazioni igienico sanitarie sui luoghi di lavoro ben oltre i limiti della legalità, normative sulla sicurezza completamente non rispettate, di tutto e di più si riscontra in queste realtà degradanti e degradate.

Gli organi di stampa con grandi capacità narrative riescono perfettamente a fare emergere il dramma, il declino, esistente in queste realtà lavorative, aiutando a richiamare l’attenzione su una situazione, oramai non più sostenibile ed accettabile.

In tutto questo però c’è una cosa che viene troppo spesso sottovalutata o non presa in debita considerazione.

Questi call center svolgono attività di televendita, teleselling e telemarketing in appalto per conto di tutta una serie di aziende, di svariati settori, grandezza ed importanza. Nel servizio andato in onda ieri sera su La7 ad esempio si trattava di una marca di caffè.

Ma quante volte in questi call center si lavora per importanti compagnie telefoniche del calibro di Tim, Wind, Vodafone, Fastweb o compagnie energetiche come Enel, Edison, Eni, o multinazionali come Amazon, Apple, o emittenti televisive come Sky, Mediaset, ed ancora banche, assicurazioni, aziende di trasporti ed enti pubblici?

C’è un chiaro problema di etica e morale, derivante da un sistema “malato” nella gestione degli appalti che scarica i “costi” sulle società che operano in regime di appalto, favorendo i “ricavi” delle aziende committenti.

Negli anni le organizzazioni sindacali di categoria hanno posto in essere rivendicazioni che si sono tramutate in leggi dello Stato, protocolli ed intese tra parti sociali e datoriali. Un insieme di norme ed accordi che hanno provato a definire un sistema di regole che rendesse più dignitoso il mondo del lavoro nel comparto dei call center.

Certo è che se ad eludere le norme e gli accordi sono proprio “azionisti di maggioranza” del mondo della rappresentanza datoriale del comparto delle Telecomunicazioni, comincia a diventare veramente difficile tutelare l’ultimo anello della catena, rappresentato dagli operatori degli outsourcer.

Enfatizzino meno le intese ed i protocolli e li rispettino di più, lorsignori, solo a quel punto, una volta levata la trave dai propri occhi, potranno cominciare a lamentarsi della pagliuzza negli occhi altrui.

Il prossimo 21 Maggio è previsto un incontro presso il Ministero del Lavoro in cui istituzioni, parti sociali e datoriali avranno modo di confrontarsi sulle Telecomunicazioni in Italia, ci auguriamo che ai presenti al tavolo sia chiaro che il problema nel settore call center sta a monte, cioè in quelle committenti che offrono lavoro a queste pseudo aziende da sottoscala, a prezzi ben al di sotto del costo del lavoro, generando quel dumping e quella concorrenza sleale causa del problema occupazionale e della precarietà nel settore.

Daniele Carchidi, segretario generale Slc Calabria

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