41 anni fa nasceva la legge 194, riconobbe alle donne il diritto all’aborto – Ilaria Romeo

Il 22 maggio del 1978 la legge 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza) viene pubblicata sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana, divenendo a tutti gli effetti legge dello Stato.

Capitolo conclusivo di una lunga battaglia iniziata qualche anno prima dal Partito radicale, la 194 (confermata da un referendum nel 1981) rende legale l’aborto attraverso l’abrogazione delle norme del titolo X del Libro II del codice penale (gli articoli 545-555 configuravano l’interruzione volontaria di gravidanza come “delitto contro l’integrità della stirpe” punibile con la reclusione, a seconda delle fattispecie di reato, fino anche a 12 anni).

Dopo il prologo, “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non é mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”, i punti principali della legge delineano tra l’altro l’istituzione dei consultori familiari, il termine di 90 giorni entro cui ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza, l’obiezione di coscienza, le pene non più punitive ma a tutela della donna : è prevista la reclusione da 3 mesi a 2 anni per chi cagiona a una donna per colpa l’interruzione della gravidanza; reclusione da 4 a 8 anni per chi cagioni l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna.

L’interruzione di gravidanza viene dichiarata possibile per motivi personali, motivi di salute della donna o del nascituro, circostanze del concepimento. E’ possibile abortire entro i primi 90 giorni di vita del feto nelle strutture ospedaliere e a spese dello Stato. Si può abortire entro i primi cinque mesi di vita del feto nel caso in cui la gravidanza comporti rischi per la madre o per il bambino.

I numeri che riportiamo a seguire sono estratti dalla Relazione del ministro della Salute sull’attuazione della Legge 194/78 per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza e sono stati ufficialmente trasmessi al Parlamento il 29 dicembre 2017. Si tratta dei dati più recenti pubblicamente disponibili sul tema dell’interruzione volontaria di gravidanza relativi all’anno 2016.

Nel 2016 sono stati registrate in Italia 84.926 interruzioni di gravidanza, il 3,1% in meno rispetto all’anno precedente (quando si era registrato invece il calo più consistente del -9,3%).

I dati Istat indicano che ciò avviene soprattutto nella fascia di età tra i 30 e i 34 anni (18.188), seguita da quella tra i 35 e i 39 anni (17.724) e, solo successivamente, interessa ragazze più giovani tra i 25 e i 29 anni (17.314).

Nel 54% casi si tratta di persone nubili, mentre le donne sposate rappresentano il 38% e solo il 6,2% è costituito da separate o vedove.

 Il 91,4% degli aborti viene effettuato nella regione di residenza, e l’86,5% nella provincia di residenza.

Per quanto riguarda le donne italiane, il 46% di quelle che hanno abortito nel 2016 era in possesso di licenza media superiore, il 47% risultava occupata, il 57,8% risultava nubile e il 44% non aveva figli. Il 46% delle donne straniere che hanno effettuato un aborto nel 2016, invece, era in possesso di licenza media inferiore e il 39,2% risultava occupata.

Un dato preoccupante è quello relativo agli obiettori di coscienza.

 Ci sono regioni e città italiane dove è quasi impossibile abortire. Dal 2005 al 2016, la quota dei medici obiettori di coscienza è aumentata del 12%. Nel Molise sono obiettori il 93,3% dei ginecologi, il 92,9% nella provincia autonoma di Bolzano, il 90,2% in Basilicata, l’87,6% in Sicilia, l’86,1% in Puglia, l’81,8% in Campania, l’80,7% nel Lazio e in Abruzzo. Minore, ma sempre alta, la percentuale di anestesisti obiettori che, in media, è pari al 49,3%. Anche in questo caso i valori più elevati si osservano al Sud, con un massimo in testa la Sicilia col 79,2% seguita da Calabria, Molise e Lazio. Il personale medico obiettore raggiunge valori intorno al 46,6% con un massimo di 89,9% in Molise e 85,2% in Sicilia.

Il Consiglio d’Europa si è finora pronunciato due volte contro l’Italia per violazione dei diritti delle donne. In particolare l’11 aprile del 2016 ha accolto il reclamo n. 91/2013 presentato dalla CGIL, riconoscendo che l’Italia viola i diritti delle donne che intendono interrompere la gravidanza e discrimina i medici e il personale sanitario non obiettore.

“Una sentenza importante – commentava l’allora segretario generale della Cgil, Susanna Camusso oggi responsabile delle politiche di genere della Confederazione – perché ribadisce l’obbligo della corretta applicazione della legge 194, che non può restare soltanto sulla carta. Il sistema sanitario nazionale, deve poter garantire un servizio medico uniforme su tutto il territorio nazionale, evitando che la legittima richiesta della donna rischi di essere inascoltata. Questa decisione del Consiglio d’Europa riconferma che lo Stato deve essere garante del diritto all’interruzione di gravidanza libero e gratuito affinché le donne possano scegliere liberamente di diventare madri e senza discriminazioni, a seconda delle condizioni personali di ognuna”.

Parole tristemente attuali: probabilmente mai come oggi la 194 risulta essere sotto attacco e le donne, ancora una volta, pagano il conto. Da Papa Francesco al senatore Pillon, da Verona a Genova, da Bolzano a Reggio Calabria, in Italia come in qualsiasi altra parte del mondo, sui nostri diritti continuiamo a non essere disposte a fare nemmeno un passo indietro!

Tutte insieme vogliamo tutto, se non ora, quando?

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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