45 anni fa, la strage di Piazza della Loggia – Ilaria Romeo

Il 28 maggio 1974 a Brescia è prevista una manifestazione unitaria contro il terrorismo neofascista, indetta dai sindacati e dal Comitato antifascista.

Il clima è freddo e piovoso ed i manifestanti non sono moltissimi a causa della pioggia.

Alle ore 10.12 Franco Castrezzati, segretario generale dei metalmeccanici della Cisl bresciana, sta parlando dal palco a nome della Federazione unitaria: “All’insegna del nazionalismo e del razzismo la Repubblica di Salò ha intruppato nelle Brigate nere giovani spesso ancora adolescenti inviandoli alla carneficina mentre deliranti e farneticanti urlavano slogan insensati. Oggi ancora si insiste su questa strada profittando dell’inesperienza ed è così che i mandanti, i finanziatori dell’eversione possono seminare distruzione e morte, senza scoprirsi. La nostra Costituzione, voi lo sapete, vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista, eppure il Movimento sociale italiano vive e vegeta. Almirante, che con i suoi lugubri proclami in difesa degli ideali nefasti della Repubblica sociale italiana, ordiva fucilazioni e ordiva spietate repressioni, oggi ha la possibilità di mostrarsi sui teleschermi come capo di un partito che è difficile collocare nell’arco antifascista e perciò costituzionale. A Milano… UNA BOMBA … UNA BOMBA … AIUTO”.

La voce di Castrezzati viene rotta improvvisamente dall’esplosione di una bomba che causa la morte di otto persone (tra cui cinque attivisti della Cgil): Giulietta Banzi Bazoli di anni 34, Livia Bottardi Milani di anni 32, Clementina Calzari Trebeschi di anni 31, Euplo Natali di anni 69, Luigi Pinto di anni 25 (morirà qualche giorno dopo, il 1° giugno), Bartolomeo Talenti di anni 56, Alberto Trebeschi di anni 37, Vittorio Zambarda di anni 60 (anche lui morirà qualche giorno dopo, il 16 giugno).

La risposta del movimento sindacale e del Paese è impressionante: il giorno dopo la strage a Milano oltre 200mila persone confluiscono a piazza del Duomo, dove a nome della Federazione unitaria parla Agostino Marianetti; a Napoli, alla presenza di circa 100mila manifestanti, a parlare è Franco Marini; a Bologna in piazza Maggiore parla Bruno Trentin, a Torino Giorgio Benvenuto, a Roma – in Piazza San Giovanni dove confluiscono oltre 300mila persone – intervengono Luciano Lama, Raffaele Vanni e Luigi Macario.

Nell’aprire la manifestazione in quella Piazza San Giovanni che dal rapimento di Aldo Moro alla manifestazione sulla scala mobile del 24 marzo 1984 sarà per lui luogo dei grandi appuntamenti, delle grandi sfide, dirà Luciano Lama: “Da Piazza Fontana a Brescia una mente criminale, una mano sola ha operato per colpire a morte lo stato democratico per spegnere nella coscienza dei cittadini l’amore per la libertà; ma compagni e amici dei partiti democratici, questo disegno che vuole disgregare il paese non riesce: i grandi valori della Resistenza non sono senza difensori. Voi li vedete qui oggi, questi difensori riuniti come in altre cento piazze d’Italia, decisi a difendere le istituzioni, a promuovere il progresso sociale e civile”.

I funerali di Stato si tengono 3 giorni dopo la strage, il 31 maggio.

Per la Federazione unitaria parla nuovamente Luciano Lama (il testo del suo discorso sarà preventivamente visionato dal presidente Leone): “L’Italia dei lavoratori – dirà il segretario generale della Cgil – l’Italia democratica è presente oggi qui a Brescia per dare il saluto estremo a suoi lavoratori e dirigenti sindacali, tre donne e tre uomini uccisi martedì in questa stessa piazza, dalla furia omicida di criminali fascisti. Questa strage di innocenti, di cittadini onesti, esemplari, costituisce l’ultimo anello di una catena che ha avuto inizio a Piazza Fontana nel ‘69 e che in altre regioni d’Italia e in questa stessa provincia si è via via snodata in attentati, in fatti di sangue, in insulti allo spirito democratico e alla serenità del nostro popolo. Questi nostri fratelli sono stati uccisi perché protestavano contro il fascismo, perché volevano che a trent’anni dalla liberazione la vita democratica potesse svolgersi in Italia sulla base di principi costituzionali: difendevano la nostra libertà, la libertà degli italiani”.

Dopo la celebrazione della messa Franco Castrezzati riprende il suo discorso interrotto dall’esplosione della bomba il 28 maggio: “Mi è difficile riprendere la parola in questa piazza dove il mio discorso nella manifestazione di martedì venne interrotto tragicamente dalla violenza omicida dei fascisti. La scena di orrore di quel giorno è davanti ai miei occhi insieme allo sdegno e la rabbia di una folla che aveva immediatamente avvertito la sfida che i fascisti intendevano lanciare con il loro gesto criminale alle istituzioni democratiche e al movimento operaio. Questo disegno è stato sconfitto dalla reazione unitaria testimoniata dalla presenza popolare sul luogo della strage in tutti questi giorni, dalle assemblee di fabbrica dei lavoratori bresciani, chiamati a raccolta dai sindacati, dai partiti che hanno portato all’unanime condanna e al definitivo isolamento nella coscienza civile del terrorismo eversivo”.

“Le innocenti vite spezzate quella mattina del 28 maggio 1974, lo strazio dei familiari, il dolore dei feriti, l’oltraggio inferto a Brescia e all’intera comunità nazionale dai terroristi assassini sono parte della memoria indelebile della Repubblica” è oggi la dichiarazione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella in occasione del 45esimo anniversario della strage.

“Il 28 maggio 1974, alle ore 10.12, ho smesso di essere quel che ero e ho cominciato a essere quello che sarei stato per il resto della mia vita: un sopravvissuto”, dichiara tristemente Redento Peroni, ferito nella strage, che a Walter Veltroni sul «Corriere della Sera» di qualche giorno fa raccontava: “Io prendevo 100.000 lire al mese, ne pagavo 27.000 di mutuo. Perdere un giorno di salario era un sacrificio grosso. Quel giorno non lo facevo per i miei diritti, ma per la libertà di tutti. Scioperavo per gli altri, non per me stesso. Quella mattina un collega mi indica un fascista che era in piazza. Strano, penso. Comincio a seguirlo. E nel frattempo guardavo nella fontana, nelle griglie a terra, se c’era qualcosa. Poi l’ho perso di vista. Ero sotto la pioggia, vicino al cestino. Poi un uomo, in dialetto, mi ha detto «ragazzo vieni sotto i portici, non ti fradiciare». Mi sono spostato […] Quando è scoppiata la bomba il corpo dell’uomo che mi aveva fatto spostare, Bartolomeo Talenti, e quello di Euplio Natali mi hanno fatto da schermo, salvandomi. Avevo i timpani rotti, schegge ovunque, ero fradicio di sangue. I miei colleghi mi hanno detto che mi hanno visto rialzare e cominciare a correre urlando. Ho fatto trecento metri, loro mi inseguivano per fermarmi. Io piangevo e urlavo. Ricordo solo che mentre correvo ho sbattuto su qualcosa che mi ostacolava. Pensavo fosse un pezzo di legno. Era un braccio. Poi i miei amici mi hanno placcato e con un secchio d’acqua mi hanno lavato, mentre piangevo. Quello che non riesco a perdonarmi è di essere scappato, di aver corso lontano. Ero lì, potevo aiutare, forse salvare qualcuno […] Ho vissuto decenni sentendomi in colpa per essere rimasto vivo in mezzo a quel massacro. Ho aspettato 43 anni di sapere la verità, non per vendicarmi. Io sono sempre stato disposto a perdonare, ma volevo volti, nomi. Volevo sapere chi e perché aveva messo quella bomba che ha ridotto a brandelli e ucciso otto persone, ferito più di cento giovani, donne, operai. Adesso finalmente è fatta giustizia anche se tutta la verità forse non la sapremo mai”.

Mentre si celebrano le commemorazioni, i fatti di Brescia pesano ancora tanto sul nostro presente, sia a livello politico che giudiziario, con novità a volte clamorose che negli ultimi anni ci hanno di fatto consegnato per intero (o quasi) i responsabili di quella ignobile strage indicando nel gruppo neofascista di Ordine nuovo il mandante e l’esecutore della carneficina.

Solo il 20 giugno 2017, la giustizia italiana metterà definitivamente la parola fine all’accertamento della verità sull’eccidio, dichiarando la Corte di cassazione colpevoli in via definitiva Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte (Tramonte, 65 anni, viene rintracciato in Portogallo dopo essere stato ‘irreperibile’ per qualche ora. A Fatima, dove si era recato in quanto devoto al culto mariano, gli viene consegnato un mandato di arresto europeo e il 19 maggio 2017 torna in Italia, dove viene rinchiuso nel carcere di Rebibbia. A Maggi vengono concessi i domiciliari sia per l’età avanzata, sia per le condizioni di salute. Morirà il 26 dicembre 2018 all’età di 84 anni).

Guarda il video I giorni di Brescia

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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