Luciano Lama, la nostra radice che non si può sradicare – Andrea Malpassi

“E’ la Cgil che mi ha fatto come sono. Mi ha dato le ragioni più profonde e più grandi di vita e di lotta. Mi ha dato una cultura, anche. Mi ha dato un’etica, un’educazione sociale e politica.”

Luciano Lama ci salutò con queste parole, quando lasciò la guida della nostra Organizzazione. Dieci anni dopo, il 31 maggio del ’96, se ne andava.

Quando questa mattina Maurizio Landini andrà a deporre dei fiori sulla tomba di Lama al Verano, insieme alla sua famiglia, spero lasci anche un fiore a nome di quei ragazzini nati negli anni ’70 che –nelle periferie di Roma Sud e nei quartieri operai di tante altre città italiane- si sono innamorati della Cgil  proprio per “colpa” di Luciano Lama.

Quei ragazzini nati negli anni ’70 venivano trascinati dai genitori nelle salette sindacali, fino a notte tarda. Me le immagino un po’ tutte uguali, quelle salette di periferia: stanze spartane e fumose, manifesti ciclostilati alle pareti, cortili di cemento e saracinesche abbassate. Quei ragazzini sentivano i propri genitori, i “grandi” (che poi allora erano poco più che ragazze e ragazzi) parlare di cose importanti, enormi: e però sempre meno incomprensibili. Nei discorsi lunghissimi dei genitori, quei ragazzini impararono ad amare il sindacato di Luciano Lama.

Scoprivano, quei ragazzini, che noi eravamo la Fiom, certo, ma eravamo pure l’Flm –che eravamo sempre noi ma insieme agli “altri”. Perché Luciano Lama aveva insistito molto su questa storia dell’unità sindacale: i lavoratori potevano essere più forti ed avere più diritti solo se i sindacati sapevano lottare insieme. E la sua appassionata razionalità convinceva, discutendone magari parecchio: ma convinceva.

Quei ragazzini scoprivano, orecchiando le parole degli adulti, che c’era lo “stato sociale”: e Luciano Lama lo considerava importante come il contratto nazionale di lavoro. Per stare bene, un lavoratore non deve accontentarsi della paga: servono ospedali che sappiano curare bene, scuole che insegnino ai figli di tutti, tutele per le mamme che lavorano e che devono allattare, un aiuto quando il lavoro lo perdi e fatichi a trovarne un altro.  E scoprivano, quei ragazzini, che la parola “riforme” era proprio una bella parola: significava far cambiare le cose, farle cambiare anche rapidamente, farle cambiare nel senso giusto. In bocca a Luciano Lama, la parola “riforme” era ancora una parola sana, rivoluzionaria.

Quei ragazzini sentivano anche i racconti di cosa avesse significato fare il servizio d’ordine per Lama all’Università di Roma, nel ’77; e sentivano le storie del “Decreto di San Valentino” e della scala mobile e degli “autoconvocati” e di Lama che poi unisce, sa unire, sa tenere unita la Cgil e la porta tutta in piazza, a San Giovanni, il 24 marzo del 1984.

E quando quei ragazzini ebbero paura, ci fu Luciano Lama a rassicurarli. Perché i terroristi mettevano le bombe nelle piazze e ammazzavano Guido Rossa, che era un operaio della Cgil come i nostri papà. E c’era Luciano Lama, quella sera, in televisione, a guardare dritto la telecamera e a dire ai terroristi che non avevamo paura, che i lavoratori non avevano paura dei brigatisti e che anzi li avrebbero respinti, perché nelle grandi fabbriche come la Fiat o l’Ansaldo o l’Italsider o l’Alfa Romeo o la Magneti Marelli no, non sarebbero passati: le operaie e gli operai avrebbero sempre respinto il terrorismo, con coraggio e assoluta fermezza. Fu Luciano Lama a fare del sindacato, in quegli anni, il più grande baluardo in difesa della democrazia italiana contro la violenza del Terrorismo.

Quando lasciò la guida della Cgil, nell’86, Luciano Lama ringraziò tutte le compagne e i compagni per avergli “offerto una vita piena, una causa grande, una ragione giusta”.

“Voi sapete –disse- che ci unirà sempre un rapporto di fiducia, un amore profondo che nessuna vicenda umana potrà spezzare. Perché ci sono delle radici che non si possono sradicare”.

E concluse, rivolto alle compagne e ai compagni di allora: “Voi per me siete quelle radici.”

Per questo spero che, oggi, Maurizio Landini lasci un fiore anche a nome dei ragazzini nati negli anni Settanta: perché Luciano Lama forse non ha fatto in tempo a vederlo, ma è stato proprio lui a trasmettere anche nelle nostre, di radici, la sua idea di sindacato ed il suo amore per la Cgil.

Andrea Malpassi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...