La Festa della Repubblica spiegata bene – Ilaria Romeo

Il 2 giugno del 1946 in Italia si vota per il referendum istituzionale tra monarchia o repubblica e per eleggere l’Assemblea costituente.

Per la prima volta a livello nazionale sono chiamate al voto anche le donne.

Alla fine gli italiani sceglieranno la Repubblica, con 12.718.641 di voti contro i 10.718.502 della monarchia. Il voto referendario fotograferà chiaramente un’Italia divisa in due: in tutte le province a nord di Roma, tranne due (Padova e Cuneo), vincerà la repubblica; in tutte le province del centro e del sud, tranne due (Latina e Trapani), si imporrà la scelta monarchica.

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Il sistema elettorale scelto per l’elezione della Assemblea costituente è quello proporzionale, con voto diretto, libero e segreto a liste di candidati concorrenti in 32 collegi plurinominali per eleggere 556 deputati (la legge elettorale prevedeva l’elezione di 573 deputati, ma le elezioni non si effettuarono nell’area di Bolzano, Trieste e nella Venezia Giulia, dove non era stata ristabilita la piena sovranità dello Stato italiano).

In base al risultato delle urne, l’Assemblea costituente risulterà così composta: Dc 35,2%, Psi 20,7%, Pci 20,6%, Unione democratica nazionale 6,5%, Uomo qualunque 5,3%, Pri 4,3%, Blocco nazionale delle libertà 2,5%, Pd’A 1,1%.

Dirà in proposito Maria Lisa (detta Marisa) Cinciari Rodano in occasione della presentazione del libro Le donne della Costituente per la celebrazione del 60° della Costituzione (Roma, 31 maggio 2007):

“La composizione dell’Assemblea eletta il 2 giugno del ‘46 a buon diritto può definirsi straordinaria. Ne facevano parte gli uomini di parte liberale, che avevano avuto responsabilità di governo prima del fascismo, come Orlando, Nitti, Bonomi, Ruini; dirigenti antifascisti tornati dall’esilio, dal carcere, dal confino, o anche da anni di semiclandestinità in Italia, come Amendola, Gonella, De Gasperi, Longo, Nenni, Pertini, Togliatti, Saragat, Terracini, Basso, La Malfa, Matteotti, Pacciardi. Vi era poi una nutrita corte di combattenti della Resistenza, da Ferruccio Parri a Negarville, da Boldrini a Moscatelli, da Barontini a Taviani, a Vittorio Foa. Vi erano poi economisti come Fanfani, Pesenti, Lombardi, Einaudi, Vanoni, Corbino, dirigenti sindacali tra cui i tre firmatari del Patto di Roma che aveva ricostituito la Cgil, Di Vittorio, Lizzadri e Grandi, e prestigiosi intellettuali come Croce, Marchesi, Calamandrei, Valiani, Lazzati, Codignola. C’erano infine i giovani come Moro, Andreotti, Laconi, La Pira, Dossetti, Scalfaro. Ne facevano parte, come potete vedere, numerosi futuri presidenti della Repubblica. Era un’assemblea dove si confrontavano tutte le posizioni politiche ideali, le esperienze, le sensibilità del Paese, dove si incontravano generazioni diverse, quella degli anziani dirigenti antifascisti e le giovani generazioni emerse dalla guerra di liberazione. Quell’assemblea riuscì a produrre un testo costituzionale estremamente innovativo che fu approvato quasi all’unanimità. Ovviamente non fu votato dai monarchici, che rifiutavano la Repubblica ma che pure parteciparono alla stesura del testo […] La vera novità era, però, che di quell’assemblea facevano parte 21 donne[1]. Anche in questo caso si incontravano generazioni ed esperienze diverse: donne già mature, nate nell’ultimo quindicennio dell’800 e nei primissimi anni del ‘900, che avevano combattuto contro il regime prima della marcia su Roma o che avevano dovuto abbandonare l’impegno politico dopo l’avvento del fascismo, per sostituirlo con la militanza nelle associazioni cattoliche o di beneficenza; donne provenienti dalla Resistenza come Nilde Iotti, Teresa Mattei, Laura Bianchini, Bianca Bianchi, Maria Maddalena Rossi. Alcune erano giovanissime. Teresa Mattei, Nilde Iotti e Angiola Minella avevano poco più di 25 anni; Filomena Delli Castelli e Nadia Spano – che proveniva dalla Tunisia – ne avevano 30. La novità non era soltanto che per la prima volta, in Italia, vi erano donne elette in un consesso parlamentare, ma che quelle donne hanno impresso un segno significativo nella Carta fondamentale che sta alla base dell’ordinamento della Repubblica[2]. Di certo, che vi fossero donne in quell’assemblea era, di per sé, un fatto straordinario; coronava decenni e decenni di lotta dei movimenti femminili e femministi e di iniziative nel Parlamento prima del fascismo. Un diritto che venne riconosciuto in extremis nell’ultimo giorno utile per la composizione delle liste elettorali, alla fine del gennaio ‘45, ma che non fu, come taluno sostiene, una benevola concessione, ma il doveroso riconoscimento del contributo determinante che le donne, con le armi in pugno e soprattutto con una diffusa azione di massa, di sostegno alla Resistenza, avevano dato alla liberazione del Paese[3]. Straordinarie erano le elette, pur così diverse per provenienza, esperienza, cultura, patrimonio ideale. Tra quelle della vecchia generazione alcune, come Rita Montagnana, Lina Merlin, Adele Bei, Elettra Pollastrini e Teresa Noce, si autodefinivano – un termine che ad alcuni apparirà desueto – rivoluzionarie di professione. Avevano abbracciato un ideale di trasformazione radicale della società e vi si erano dedicate senza riserve. Avevano compiuto quella che Giorgio Amendola ha chiamato ‘una scelta di vita’. A causa di quella scelta avevano conosciuto carcere e confino o erano state costrette all’esilio […]”.

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L’Assemblea costituente si riunirà per la prima volta il 25 giugno 1946 e lavorerà fino al 31 gennaio 1948 (anche se le sue commissioni funzioneranno fino al mese di aprile) per un totale di 375 sedute pubbliche, delle quali 170 dedicate alla Costituzione e 210 ad altre materie.

Il 31 gennaio 1947 un Comitato di redazione composto di 18 membri presenterà all’Aula il progetto di Costituzione, diviso in parti, titoli e sezioni. Dal 4 marzo al 20 dicembre 1947 l’Aula discuterà il progetto e il 22 dicembre verrà approvato il testo definitivo.

La Costituzione repubblicana sarà promulgata il 27 dicembre 1947 ed entrerà in vigore il 1° gennaio 1948.

I primi dodici articoli della Carta Costituzionale custodiscono i principi fondamentali che declinano lo spirito vitale della Costituzione (Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione; Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese; Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società; Art. 5. La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento; Art. 6. La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche; Art. 7. Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale; Art. 8. Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze; Art. 9. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione; Art. 10. L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici; Art. 11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo; Art. 12. La bandiera della Repubblica e` il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni).

Un ‘giovane’ testo che da 70 anni fa da guida alla Repubblica italiana. Un testo figlio della Resistenza e della Liberazione che racchiude i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di ciascun individuo, un testo che – oggi più che mai – è doveroso conoscere, custodire, proteggere, applicare ‘di fatto’[4].

Note

[1] Nove del Partito comunista, nove della Democrazia cristiana, due del Partito socialista, una dell’Uomo qualunque. Delle 21 costituenti, 5 entrano nella famosa “Commissione dei 75”: Maria Federici (Pci), Angela Gotelli (Dc), Nilde Iotti (Pci), Lina Merlin (Psi) e Teresa Noce (Pci).

[2] Pur tenendo conto delle istanze dei rispettivi partiti, le costituenti fanno spesso fronte comune sui temi dell’emancipazione femminile per superare i tanti ostacoli che rendevano difficile la partecipazione delle donne alla vita politica e non solo. Una particolare attenzione viene da loro rivolta al tema della famiglia, a partire dall’uguaglianza dei coniugi: ci saranno nel corso dei lavori non pochi scontri con buona parte dei colleghi, i quali sostenevano la necessità di un sistema gerarchico all’interno della famiglia e l’ovvietà che al vertice si trovasse il marito. Un altro tema fondamentale sarà il lavoro: tutela della maternità, parità dei salari, pari opportunità nell’accesso a tutte professioni saranno i temi maggiormente dibattuti. Le costituenti sono unite nel voto favorevole all’art. 11, relativo al ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, e anche singolarmente si fanno promotrici di importanti diritti civili (ad esempio Nadia Gallico Spano sarà la prima ad affermare la necessità di stabilire l’uguaglianza fra figli nati all’interno e al di fuori del matrimonio e di cancellare la definizione di ‘figli di N. N.’ destinata a questi ultimi).

[3] Stando ad alcuni calcoli fatti dall’Anpi, furono 35.000 le partigiane combattenti, 20.000 le patriote con funzioni di supporto, 70.000 le donne appartenenti ai Gruppi di difesa per la conquista dei diritti delle donne, 5.000 circa le donne arrestate, torturate e condannate  dai tribunali fascisti, circa 3000 le deportate in Germania.

[4] Se si deve a Lina Merlin l’introduzione della locuzione di sesso nell’elenco delle discriminazioni da superare, è Teresa Mattei a volere la fondamentale aggiunta di fatto alla frase limitando la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, nel comma sugli ostacoli di ordine economico e sociale da rimuovere per consentire lo sviluppo della persona umana e la partecipazione dei lavoratori alla vita del paese.

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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