Morto un Troisi non se ne fa un altro – Andrea Malpassi

Si dice che a Napoli tutti sanno dirti dov’erano e cosa stavano facendo, in quel pomeriggio del 4 giugno 1994, quando arrivò la notizia che era morto Massimo Troisi.

Perché se n’era andato, così improvvisamente e troppo troppo giovane, l’artista che aveva fatto amare a tutti la vera bellezza di Napoli, che non è il mare, o la pizza, o il Vesuvio. No: la vera bellezza di Napoli che Troisi ha svelato al mondo intero è l’ironia disincantata e però sempre appassionata, l’intelligenza arguta e però tollerante, una certa saggia pigrizia che però si scuote se c’è da dare una mano agli altri.

Un genio inimitabile nel raccontare le dinamiche dei sentimenti umani, Massimo Troisi diceva sempre di non voler parlare di politica, fare politica. E quanto lo faceva, invece…

Si infastidiva davanti alla “comicità” volgare sui difetti fisici dei potenti: la trovava utile ai potenti stessi, che potevano dimostrarsi spiritosi perché –in realtà- non erano stati minimamente “graffiati”.

Col suo sorriso disarmante riusciva ad essere feroce. Avrebbe voluto Andreotti come padre, disse, perché è buono e ingenuo e lo puoi fare fesso: in quarant’anni al governo, infatti, non si è mai accorto di mafia, corruzione, stragi. Disse a Sandro Pertini, che denunciava lo scandalo dei fondi per il terremoto dell’Irpinia, che non era stata la sua famiglia a rubare quei soldi: Presidente, gli chiese, prima che se la prendano con noi, faccia i nomi… o ancora, ritirando un premio a Giardini-Naxos in un porto invaso da yacht sfarzosi, si dichiarò imbarazzato perché lì non aveva visto nemmeno un povero. E si scusò con i ricchi: “I poveri sono fatti così, non gli piace viaggiare. Non è che i poveri vi schifano, a voi ricchi…”.

Bastava farlo diventa’ capostazione!” ha massacrato il culto nostalgico di Benito Mussolini più di una seconda Piazzale Loreto e le battute sulla nascente Lega Lombarda la svelarono come un fenomeno politico tanto razzista quanto ridicolo che –allora- il Sud non poteva certo assecondare…

E quel ruolo finale, il suo testamento, l’esile postino di Pablo Neruda che decide di diventare comunista per amore delle poesie del Maestro, la struggente bellezza nelle reti dei pescatori che sono “tristi” e la verità storica che “la poesia non è di chi la scrive, ma di chi gli serve.”

Ecco, Massimo, quanto ci servirebbe ora la tua poesia.

Questo tempo fatto di palloni gonfiati e assurde bugie spacciate come verità assolute, questa stagione del nostro paese che vorrebbe ritrovarci tutti più soli e più cattivi, quanto avrebbe bisogno della tua poesia.

Ci canzoneresti, senza dubbio, e sgonfieresti con una mezza smorfia chi si prende troppo sul serio: che se ti faceva spazientire Leonardo che non capiva nemmeno come si calcola la primiera, chissà che parole avresti per i geni di oggi.

Del resto, aveva ragione il tuo amico Benigni, nei versi che ti dedicò piangendo: “Ha fatto più miracoli il tuo verbo/ di quello dell’amato San Gennaro.”

Andrea Malpassi

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