Vi racconto la storia della Tuta Blu – Ilaria Romeo

Introdotta dal 1921 tra gli operai[1], la tuta viene inventata dall’anglo – svizzero – americano – fiorentino futurista Ernesto Michahelles in arte Thayaht (madre anglo-americana, padre svizzero di origine tedesche, un’infanzia trascorsa a Firenze nella residenza fiorentina di via Benedetto da Foiano, accanto all’austera Villa Ibbotson, nei pressi di Poggio Imperiale).

Così la «La Nazione» promuoverà la diffusione del nuovo indumento in un articolo del 27 giugno 1920[2]: “Sopraveste di un solo pezzo con pantaloni e maniche, di robusto cotone o di fibre speciali, indossata da operai, sportivi o persone che svolgono particolari attività”.

“Un indumento che veste tutta la persona con utilizzo di tutta la stoffa”, un abito universale, concepito per essere economico sotto tutti gli aspetti da adattarsi ad ogni occasione e consentire la completa libertà di movimento.

Scriveva nel 1923 Giuseppe Prezzolini:

“Nelle città e in villeggiatura, avranno tutti osservato dei giovanotti vestiti con quella  combinazione o spolverino da meccanici, che chiamano tuta in Italia e salopette a Parigi. E’ un abito, o meglio era un abito di fatica, tutto d’un pezzo, piuttosto abbondante, ma con i polsi e le caviglie strette da un cinturino; ed era nato dalla necessità per i meccanici, specie d’automobile e d’aeroplano, d’un copri tutto rapido a indossare, di poca spesa, lavabile, impenetrabile alla polvere, non facile a esser attirato in un ingranaggio. Come tutte le cose nate dalla vera necessità, quest’abito ha una linea. Ha qualche cosa di artistico e di sano. Guardatelo anche adesso che stanno sciupandolo e vedrete che è, senza alcun dubbio, più pittorico della giubba, dello smoking, della finanziera, per non parlar dell’orribile frac, che sarebbe fuori concorso in una gara di bruttezza. E’ un abito che sta bene ad una statua, mentre non c’è una statua che stia bene con il solito vestito borghese. Non so da che cosa derivi il nome che hanno dato a questo vestito: salopette, immagino, deve venire dal fatto che è un vestito resistente al sudicio. La macchia di unto vi può lasciar la sua gora; la polvere si può fermare nelle sua ampie pieghe: niente di male. L’abito col suo colore indaco o nocciola chiaro sopporta l’una e l’altra. Si lava con facilità come un capo di biancheria; si rivolta, senza timor che si scorgano le cuciture; si rappezza, si accorcia, si allunga, come si vuole; basta un gherone ai fianchi, un quaderletto alle ascelle, una strisciolina lungo il pantalone o le maniche. Non ha guarniture, lattughe, cannoncini, crespe, sboffi; non falde da misurarne di dietro l’effetto; non finte pei bottoni, che compaiono in rivista all’occhio. Il taglio è tutto lineare, ad angoli dritti; non c’è virtuosismo di sarto, non attillatura da raggiungere, non ovatta da impuntire. E’ semplice quasi quanto il nostro italico ferraiolo, l’unico vestiario, forse, che ci ricordava d’esser romani, e che stava scomparendo, ormai, persino nel contado, se la mantellina grigio-verde, regalata dal governo o prelevata andando in licenza durante la guerra, non l’avesse un poco rimesso alla moda. Tuta, abito ideale. Anche io, che dell’arte del sarto ne so tanto quanto il sanscrito, mi sentirei capace di farmene una. Lo stacco è un poco abbondante, perché bisogna sguazzarci dentro. Guai a far quel vestito lì a tiraculo, come i calzoncini dei tirolesi! E’ un vestito immagine della comodità e della coscienza di pescecane: così largo che ci potrebbe star dentro la patria, la rivoluzione, il socialismo, Lenin e parecchi milioni in biglietti, senza incomodi”

“L’abito dei meccanici – prosegue Prezzolini  – ha conquistato la borghesia. Oggi non lo vediamo più portato dagli autisti, dai metallurgici, brunitori, tornitori, fonditori, gettatori, i quali, appena usciti di fabbrica, come vergognandosi del loro abito e del loro mestiere, si travestono volentieri in borghesi, si fanno simili agli odiati padroni quanto possono, e con il loro bel taglio di stoffa inglese, la paglietta in golare, se ne vanno dove hanno visto entrare i proprietari delle loro officine: al cinematografo, per esempio, o al caffè-concerto. E’ curioso quanto poco orgoglio abbiano della loro creazione, questi lavoratori. Soltanto per retorica alcune Camere del lavoro hanno posto nei loro locali il famoso Scaricatore del Meunier. Non rappresenta il loro ideale quel rude operaio. Molto meglio sarebbe rappresentato da un figurino della Scena illustrata o da un quadro estratto dai nostri cinematografi, dove un ex parrucchiere scoperto dal cinema e rivelato al pubblico come arbitro d’eleganza sopraffina, impettito nella sua camicia inamidata e nel turrito solino a vela, ronza intorno a una signora dell’aristocrazia (del palcoscenico) per la quale si ucciderà alla pagina otto o al quadro quattordicesimo del dramma. E mentre l’operaio non domanda altro che di non essere più se stesso, ecco il borghese che non sa trovare di meglio che rubargli e guastargli insieme il suo vestito. Se gli uomini di mondo del diciannovesimo secolo non hanno saputo, nella mestizia funebre che ha imperato sui loro vestiari, trovare altro abito di gala che quello nero dei loro camerieri, gli uomini di moda del ventesimo secolo sembra non sappiano scoprire altro abito da giorno che quello dei loro autisti. Si noti bene che l’origine di questa moda era e poteva restare simpatica. Di fronte al lusso dei villani rifatti, dei pescicani imbottiti, dei pidocchi rivestiti e d’altre tali genie, poteva essere bello il gesto di una classe, in gran parte ancora attiva e sensibile alla spinta del lavoro, di vestire un abito modesto, semplice, quasi monacale, per ricordare a tutti le virtù e i valori che la gentaglia piena di soldi e con l’animo bacato più dimentica: virtù e valori che non stanno negli abiti”.

Sul proprio diario lo stesso Prezzolini scriveva in data 24 febbraio 1921: “Farò una conferenza sugli intellettuali a Torino in mezzo al movimento comunista diretto da Gramsci. Svilupperò l’idea che non c’è cultura proletaria perché il proletariato non ha orgoglio delle proprie forme (per esempio: non ha orgoglio del vestito di operaio, si veste appena può da borghese, va alla Camera dei deputati vestito di nero, non in camiciotto in tuta)”.

“Una rivoluzione – dirà nell’occasione – oltre a mettere una classe al posto di un’altra, deve anche farsi portatrice di costumi diversi, addirittura cambiar d’abito, nel senso proprio del termine. Nel 1789, in Francia, si passò dalle culottes, inviso segno aristocratico, ai pantaloni: perché gli operai non avrebbero potuto fare della tuta il loro emblema?”. “Non mi fischiarono – preciserà lo stesso Prezzolini – solo perché mi aveva presentato Gramsci”.

E’ in effetti a partire dal secondo dopoguerra che la divisa comincia a caratterizzare gli operai anche fuori dalla fabbrica, diventando la “tuta blu” simbolo della centralità operaia, un indumento da portare con orgoglio, come segno distintivo  dell’appartenenza ad un gruppo, ad una classe sociale.

A partire dagli anni Sessanta, l’immagine dell’operaio comincia a muoversi a tutto campo nelle pagine dei giornali e dei libri, in qualche modo anche sugli schermi cinematografici e televisivi, nelle vignette: con il Gasparazzo di Roberto Zamarin o con i variegati personaggi di Renato Galligaro prima ancora che con il Cipputi di Altan. Tutti, rigorosamente, in tuta.

“C’è stato un periodo – recita un interessante monologo – in cui indossare quella tuta blu sporca di olio e di grasso, tornarsene a casa alla sera esausto e cercare di lavarsi le mani che non venivano mai pulite per davvero, avere quelle mani ancora sporche di nero anche il sabato e la domenica, era un segno di orgoglio, un orgoglio che nasceva dalla povertà e che chiedeva dignità e risarcimento. Quell’orgoglio di indossare la tuta blu chiedeva alla vita di essere risarciti per averci fatti partire un quarto d’ora dopo il via”.

Un orgoglio, un senso di appartenenza e rappresentanza, che oggi più che mai noi continuiamo a sentire perché, come diceva Bruno Trentin, lavorare nella CGIL e per la CGIL non è – non può essere – un mestiere come un altro.

[1] Datazione non perfettamente accertabile e forse da anticipare se si pensa che già nel 1897 Revelli, perito chimico igienista del Comune di Torino, scriveva: “L’operaio non deve mai andare sul lavoro con l’abito domestico, né portare in casa gli indumenti indossati nell’officina; ciò per impedire che il vestito diventi veicolo di principi nocivi dal laboratorio alla famiglia”.

[2]  L’articolo riproduce un volantino di Thayaht in cui sono inseriti gli schemi di taglio per realizzarla da soli.

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...