Gli operai non mollano mai – Giorgio Sbordoni

C’hanno provato, a spiegarci che gli operai non esistono più. A nascondere questa categoria nelle pieghe del Novecento come fosse una cartolina ingiallita del secolo scorso. Ci stanno provando a lasciarli sempre più soli, ai margini. Presi in giro dalle multinazionali come Whirlpool, beffati dalla cassa integrazione come a Taranto da Arcelor Mittal, sospesi nell’attesa estenuante che si compia il proprio destino come nel Sulcis Iglesiente dell’ex Alcoa, delusi da anni come a Termini Imerese o a Flumeri, sedotti e abbandonati come a Mirafiori e nelle altre stazioni della galassia FCA.

Ci stanno provando. A tagliarli fuori da ogni discussione sul futuro del Paese. Come se non fossero loro a stringere i bulloni di questa sgangheratissima Italia, a mandare avanti la baracca tra turni estenuanti e incertezza costante.

Ci stanno provando.

Ma loro non mollano. Piuttosto si mettono in marcia, domani, per l’ultimo – per adesso – appuntamento di mobilitazione delle categorie di Cgil, Cisl e Uil, quello dei metalmeccanici.

assembleacalosi
Assemblea di preparazione allo sciopero alla Laika

Le tute blu, cuore, testa e immagine del lavoro, quello che sporca, quello che fa sudare, quello che richiede precisione, tempra, costanza e pazienza, quello che, tra mille rischi, spinge il Paese un po’ più in là. Le tute blu non mollano. Davanti a un fuoco di fila incrociato, schierati su una linea Maginot lunga quanto la storia della manifattura italiana, con gli scarponi affondati nel fango di una trincea nella quale resistono, gli addetti dei settori della metalmeccanica, dalla siderurgia all’alluminio, dall’auto agli elettrodomestici, alle centinaia di piccole fabbriche con pochi titoli sui giornali e molte insidie, domani cammineranno fianco a fianco in un lunghissimo corteo che unirà, idealmente, il Paese. Dalla piazza di Milano fino a quella di Napoli, passando per Firenze.

Ce li immaginiamo come li abbiamo visti tante volte in presidio davanti al ministero dello Sviluppo economico. A battere i caschetti per terra, a cantare, a manifestare la loro rabbia, a stringersi in cerchio attorno al delegato che al megafono gli racconta com’è andata la trattativa. Uniti, tutti insieme, di fronte a questa crisi infinita che sta dando letteralmente i numeri. Oltre 150 vertenze aperte al Mise, 300 mila posti a rischio. Molti sono metalmeccanici. Tutti sono lavoratori.

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Assemblea sullo sciopero alla Ducati

In questi anni ho sentito spesso Maurizio Landini parlare del valore del lavoro. Quando li intervisti, i lavoratori, questo concetto prende vita, impastando le loro parole e modellando i loro pensieri. A sentirli, questi racconti di ‘immatricolatori’ di lavastoviglie, allacciatori di banda larga, addetti al reparto verniciatura delle automobili – come a sentir quelli delle maestre di asilo nido, delle infermiere, degli autisti di autobus, delle cassiere, dei facchini – ne rimani quasi stordito, travolto da tutte quelle vite che ti passano davanti. Sotto a un velo di improvvisa intimità, squarciata ogni reticenza, le persone affidano al cronista le loro storie, i loro timori, i loro giudizi, i loro sogni. Da cronista raccolgo, stupito e grato, perché ogni vita, ogni professione, ogni sguardo di preoccupazione, curiosità o diffidenza ti insegna qualcosa, ogni mestiere ha i suoi trucchi, ogni ménage le sue corse pazze tra la spesa al supermercato, i figli a scuola e il turno in officina. Da ognuno impari qualcosa, da tutti impari l’arte complicata di vivere una vita dignitosa in tempi difficili. Ed è ammirevole leggere in quegli occhi la passione di una vita, l’attaccamento alla fabbrica, l’orgoglio per le proprie capacità. E il terreno diventa più sincero, tutto è più chiaro, il vocabolario è limpido, la lingua semplice, il maledetto know how torna a essere il buon vecchio saper fare, gli skills abilità, l’esuberolicenziamento, la cessione di stabilimentochiusura, il CEO padrone.

E i numeri, così, diventano volti e storie.

Volti e storie prigionieri di questo Paese dal respiro cortissimo, in cui gli unici a parlare di futuro, di investimenti, di politica industriale, sono i sindacati. Gli unici ad averla un’idea di futuro, che provi a lanciare lo sguardo verso l’orizzonte. Seguendo un principio, il lavoro non è una merce, che è l’ultimo argine, l’ultima ridotta, un’eco lontana in questa Italia in cui il mercato del lavoro si è fatto suq, in cui il governo contrabbanda diritti e garanzie perché tutto diventi un grande appalto senza freni. In cui si riducono gli interventi su salute e sicurezza. In cui il caporalato si fa sistema. La delocalizzazione non incontra ostacoli. La razzia di marchi italiani da deportare in un altrove lontano diventa un allegro fantacalcio per chi i soldi ce l’ha sempre in tasca.

E sotto questo cielo nero, sotto questo monsone – che ormai da tempo piove, senti come piove – sono in tanti a correre ai ripari e in pochi quelli che restano con i lavoratori a bagnarsi. Sotto l’acqua con i lavoratori restano i sindacati uniti, con le loro proteste e le loro proposte, con la loro umanità. Quelle migliaia di lavoratori in piazza, a San Giovanni, il 9 febbraio tutti insieme. E poi, settimana dopo settimana, le categorie, una dopo l’altra, a sfilare per le strade, a rivendicare i propri diritti.

Domani, allora, tutti in piazza. Questi, quelli delle migliaia di persone che hanno manifestato e manifesteranno, sono i numeri che ci piacciono, che non faranno tornare i conti economici, ma per lo meno fanno tornare i conti sociali. Che restituiscono ossigeno al Paese, riscrivendo un presente che altrimenti apparirebbe segnato. Dietro a questi numeri, dietro a quelle folle immortalate nelle foto, dietro a quelle centinaia di bandiere, dietro a quei volti, ci sono sempre vite vissute di uomini e donne, di famiglie, di passioni, di vittorie e sconfitte. Non dimentichiamolo mai. Dietro a quei numeri, alla fine di ogni analisi e contesto, ci sono i lavoratori.  

Giorgio Sbordoni

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