Essere felici per Carola è un diritto di tutti – Andrea Malpassi

Tu non lo sai, Ministro Salvini, cosa significa essere felici per la libertà di Carola: questa esile ragazza fortissima che, lo dice il gip di Agrigento, “ha adempiuto al suo dovere, salvando vite umane.La tua reazione scomposta e minacciosa verso la Magistratura ci dice che hai accusato il colpo, che sei terrorizzato perché la tua spirale di veleni e odio prima o poi inizierà a precipitare. E che questa felicità non potrai conoscerla, mai.

Eppure è un diritto di tutti. Per tutti.

Lo dico pensando a chi ha davvero paura dei migranti, a chi continua a contrapporre i terremotati ai naufraghi, anche a chi era su quel molo –ubriaco per sua stessa ammissione- ad insultare Carola con le peggiori parole possibili: per favore, non restate fuori da questa felicità. E’ anche vostra, ne avete pieno diritto.

Perdiamo il lavoro, amici e parenti se ne vanno all’estero per trovarlo e le nostre strade di periferia sono sempre più abbandonate; siamo insicuri e spaventati –ammettiamolo, e che diamine- perché il futuro ci sembra peggiore del passato e ci sentiamo presi in giro da un sistema che ogni volta ci ha promesso le stelle per farci poi ritrovare ancora più nel fango. E nonostante questo, nonostante tutta la fatica e la rabbia e la frustrazione, tutti noi -fin da bambini e ancora oggi- abbiamo sempre tifato per i “buoni”.

I buoni, già, quelli che scelgono ciò che è giusto, anche se non gli conviene. Quelli che –al momento opportuno- fanno il bene degli altri, anche se gli procura un danno personale. Noi, tutti noi, abbiamo sempre tifato per i buoni perché –nei punti cruciali che la vita ci mette davanti- lo sentiamo intimamente quale è la cosa giusta da fare.

I nostri cuori hanno palpitato all’unisono per E.T., quel ragazzino alieno, il più extracomunitario di tutti gli stranieri, che in fondo aveva solo bisogno di telefonare a casa, alla mamma; noi tutti speriamo ogni volta che la moto di Steve McQueen riesca a volare fino in cielo, scavalcando il muro di filo spinato messo dai nazisti che lo vogliono riportare nel campo di concentramento; e noi tutti, proprio tutti tutti noi, piangiamo insieme al figlio che stringe la mano al padre, umiliato dalla legge e da un manipolo di benpensanti, perché ha rubato una bicicletta: una bicicletta, per lavorare, per mangiare, per crescere suo figlio.

Vale davvero la pena oggi condividere un altro insulto o un’altra provocazione, magari -come spesso facciamo quasi tutti- per partito preso? Guardiamola semplicemente per quello che è: una ragazza si è giocata tutto, rischiando fino a quindici anni di galera, per salvare la vita a quarantadue poveri cristi. E la Giustizia –quella dei codici e delle toghe- l’ha liberata perché “ha fatto il suo dovere”. Alla fine, questa volta hanno vinto i buoni.

E certo che la vita non è film, chi l’ha mai detto? Solo se fossimo al cinema, ci commuoveremmo ed esulteremmo tutti insieme. Questa vita reale, qua fuori dalla sala, è ben più dura e complicata: ma oggi ci ha mostrato una sua faccia un po’ più bella. Essere felici per questo è un diritto di noi tutti, comunque la pensiamo poi su tutto il resto.

Andrea Malpassi

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