Noi, prigionieri di Facebook – Giorgio Sbordoni

Facebook down. Questa è la vera notizia politica delle ultime 24 ore. L’abbattimento del social network per eccellenza, causato da malfunzionamenti segnalati in tutto il mondo, Italia compresa, ha gettato nello sconforto il villaggio globale, provato anche dal blocco di altri due strumenti di comunicazione esiziali nella nostra quotidianità quali Whatsapp e Instagram. È la vera notizia politica o, per lo meno, è un potente spunto di riflessione sulla nostra realtà politica, perché la polis è lì che si è trasferita, con le sue piazze virtuali, i comizi, gli scambi di informazioni, le manifestazioni di esultanza e i rondò della forca.

Oggi viviamo tutti lì, ogni pensiero è a portata di scroll. Le bocche tacciono, mentre gli occhi scorrono veloci gli strilli dei profili che, si vocifera, un algoritmo selezioni accuratamente perché farciscano il tuo wall a tua immagine e somiglianza. A parlare sono le tue dita che battono veloci sui tasti, allo scopo di orientare, di avere ragione, di convincere. Non importa lo stile, non importa l’obiettivo o i colori della tua squadra, in questo caso è il mezzo che ci interessa. Facebook, Faccialibro, tradotto in un’idiozia, in una storpiatura letterale.  

Il libro delle facce che – leggenda vuole – Mark Zuckerberg concepì allo scopo di rimorchiare ragazze all’università. Va’ a capire se sia stata realmente questa la scintilla primordiale o se in questa rivoluzione al contrario, che invece di liberarci ci ha resi tutti un po’ schiavi, non c’entrino, tanto, i sani appetiti di un nerd diciottenne imbranato e un po’ introverso, quanto la chirurgica tentazione, da parte di forze oscure, di isolarci.

Addio sezioni di partito o riunioni sindacali, addio salette fumose e contatto fisico, ognun per sé e dio Web per tutti. Messaggi politici, tra un selfie e una vignetta, affinché tutto fosse ammorbidito in un soft power che lasciasse, agli irriducibili dell’interazione, l’illusione di stampare un like, un mi piace, in fondo al post, neanche fossimo bambini delle elementari. Be’, se la questione non vi sembra politica qui, avete smesso da un bel po’ di farvi domande.

Da Cambridge Analytica in giù è chiaro che il quarto potere, la stampa, insieme agli altri, si è trasferito, armi e bagagli, nel flusso di Facebook, con una insana delocalizzazione che ha portato le linee di produzione della comunicazione politica oltre i confini del mondo reale. Lo scandalo che ho citato lo ricorderete, immagino: Cambridge Analytica è (era?) una società, vicina alla destra americana, specializzata nel raccogliere e analizzare, attraverso like e condivisioni, milioni di profili Facebook, da utilizzare per aiutare, secondo il principio l’informazione è potere, l’ascesa di Trump alla casa Bianca e la vittoria dei sostenitori della Brexit nel famigerato referendum. Un’intuizione geniale, questa delle clientele inconsapevoli.

E allora riavvolgiamo il nastro, torniamo a queste ultime ore e chiediamoci cosa succederebbe se un down, casuale, o magari voluto, colpisse Facebook nell’ottobre del 2020, lasciando gli americani senza social network nell’ultimo mese prima del fatidico 3 novembre. Quale impatto avrebbe tutto questo sulla campagna per le presidenziali? Di fronte a quei wall coperti di ragnatele virtuali, cosa si inventerebbero per cavare dal buco un tale ragno? Altro che l’insetto del millennio, il millennium bug del capodanno 2000. Quella era preistoria al confronto. 

Ieri mi sono reso conto del terribile crollo mentre tentavo disperatamente di scaricare da Whatsapp alcune foto di mia figlia di pochi mesi ospite dai nonni a Torino. Il panico, fallimento dopo fallimento, cresceva con l’ansia di non riuscire a vedere quelle immagini, nonostante l’avessi salutata domenica all’ora di pranzo e la rivedrò sabato mattina. Da lì a ricompormi e a recuperare un briciolo di dignitosa lucidità il passo è stato breve. Ma un altro panico si è impossessato rapidamente di me. Quello di familiarizzare con un concetto: siamo prigionieri delle nostre evolutissime forme di comunicazione. Da quarantenne vi confesso con un certo sollievo di aver conosciuto il mondo prima di internet e dei cellulari. Quel senso di spaventosa libertà che si respirava quando si partiva per le vacanze con gli amici, liquidando mamme e papà con un affettuoso “vi chiamo quando ci riesco”, che si traduceva in improbabili e complicati ponti telefonici da una cabina in strada, le tasche piene di monete. Se non avete mai chiamato i vostri da un telefono pubblico nel centro di Amburgo per dirgli in 40 secondi che negli ultimi dieci giorni era andato tutto bene, be’, millennials all’ascolto, vi siete persi il meglio della vita. 

E allora? Dov’è che voglio arrivare? Al fatto che non è mai il mezzo a farci prigionieri, ma il nostro approccio. Perché il sale sta in zucca, non nel software dello smartphone. E la bulimia con la quale processiamo informazioni, mastichiamo reazioni e vomitiamo commenti, a livello politico o emotivo, potrebbe tramutarsi, proprio grazie a un down come quello di ieri, in una straordinaria occasione di libertà. Da prigionieri del commento istantaneo o della foto compulsiva, potremmo tutti tornare a elaborare i nostri sentimenti e i nostri ragionamenti senza la fretta un po’ insana e distruttiva che a volte ci prende – e prende i leader politici –. E quel wall di Facebook, sul quale vi siete ritrovati anche questo post, ogni tanto è sano anche picconarlo. E rivedere gli occhi azzurri di mia figlia e quel sorriso che mi incendia il cuore quando mi riconosce sarà bellissimo dopo tanti giorni di black out. E state pur certi che, anche se non avessi potuto condividerlo su Facebook, sarei stato comunque felice della liberazione di Carola e lo avrei comunque commentato con chi mi stava accanto. Perché se è un fatto che, dall’homo sapiens in poi, qualsiasi mezzo di comunicazione, che fossero punte di roccia colorata, penne d’oca, caratteri a stampa di Gutenberg, linee telefoniche, radio o fax, ci ha reso dipendenti e, in qualche modo, prigionieri, è altrettanto un fatto che il pensiero resta libero e cuore e cervello, veri attori della comunicazione, fino a prova contraria non vanno in down.

 Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

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