“Sangue del nostro sangue”, in memoria dei morti del luglio ’60 – Ilaria Romeo

Il 5 luglio 1960 – neanche una settimana dopo i fatti di Genova – a Licata la polizia spara ancora sulla folla uccidendo Vincenzo Napoli, giovane licatese di 24 anni (altre 7 persone rimangono ferite, di cui alcune in gravi condizioni).

Il giorno dopo a Roma viene negata l’autorizzazione ad una manifestazione di protesta per i fatti appena accaduti[1].

Sfidando apertamente il divieto, i romani scendono però in strada e la manifestazione si tiene ugualmente: Porta San Paolo si presenta accerchiata da celerini e carabinieri, per la prima volta vengono utilizzati i carabinieri a cavallo (tra questi anche il campione olimpico Raimondo D’Inzeo).

Ricorderà anni dopo Aldo Natoli: “A Porta San Paolo eravamo totalmente allo scoperto e non ho dimenticato lo scroscio di nacchere degli zoccoli dei cavalli rimbalzanti sull’acciottolato di sampietrini. Ci sbandammo e gli eroici cavalieri guidati dai D’Inzeo finirono in mezzo alla folla che li accolse con un lancio di proiettili provenienti dal vicino mercato. Ma dietro i cavalieri si erano mossi i reparti motorizzati della Celere, che rastrellavano gli sbandati. Fra questi fu catturato Ingrao che solo più tardi, dopo essere stato identificato in questura, venne rilasciato. Io, insieme ad altri, ripiegai entro il quartiere Testaccio, dove le squadre di poliziotti ci inseguirono e mal gliene incolse, perché colà furono attaccate da ogni parte, anche da finestre e balconi. La serata si concluse con una serie di scontri ravvicinati nel mercato coperto del quartiere dove i manifestanti si erano barricati. La Celere non poteva penetrarvi e i poliziotti alla fine furono costretti a ritirarsi, non senza perdite”.

Dirà Marisa Rodano: “La decisione di andare in corteo a portare la corona alla lapide di Porta San Paolo, malgrado la manifestazione contro il governo Tambroni, in precedenza autorizzata, fosse stata vietata dal Prefetto di Roma solo mezz’ora prima dell’appuntamento – un’autentica e voluta provocazione! – era stata adottata durante una concitata riunione improvvisata, convocata da Paolo Bufalini, allora segretario della Federazione romana del Pci, non ricordo bene dove, forse nella sede della sezione del Pci di San Saba. Si era deciso, per “forzare il blocco” – l’idea era stata proprio di Bufalini -, di mettere tutti i parlamentari in testa al corteo […] Così ci muovemmo, preceduti dalla corona, lungo viale Aventino. Fatti pochi passi, prima ancora di raggiungere Porta San Paolo, cominciò il finimondo: la cavalleria, guidata da Raimondo D’Inzeo, caricò la testa del corteo, su cui si rovesciava il getto di acqua colorata degli idranti, e intervenivano le camionette della celere. La folla si disperse per i giardinetti dietro l’ufficio postale Ostiense, per le scale che salivano tra le case verso San Saba e per le vie del vicino quartiere Testaccio. Si scatenò una vera e propria guerriglia urbana: i manifestanti si difendevano dalle cariche gettando sulla polizia tutti gli oggetti che riuscivano a trovare. Franco Rodano, Ugo Bartesaghi ed io non so come ci ritrovammo illesi e asciutti in mezzo alla confusione. Pietro Ingrao però, e un parlamentare socialista di Bologna, l’on. Gian Guido Borghese, vennero feriti dalle manganellate e furono subito portati alla Camera: entrarono sanguinanti in aula, dove avvenne un vero putiferio. Quella decisione di portare la corona a Porta San Paolo avrebbe avuto conseguenze di non poco conto: gli eventi di Roma – l’attacco ai parlamentari che guidavano il corteo, il ferimento di alcuni di loro – scatenarono scioperi generali e manifestazioni in tutta Italia, innescando una serie di drammatici scontri”.

In segno di solidarietà con quanto successo a Genova, Licata e Roma, il 7 luglio a Reggio Emilia viene quindi indetto lo sciopero generale. 

La polizia spara nuovamente contro i dimostranti e cinque persone rimangono a terra uccise: Lauro Farioli (22 anni), Ovidio Franchi (19), Emilio Reverberi (39), Marino Serri (41) e Afro Tondelli (36). Tutti e cinque operai e comunisti, alcuni ex partigiani.

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“Stavamo tentando di uscire dalla piazza – ricorderà l’ex comandante partigiano Lino Alvarez (Sbrigoli) – per imboccare via Andreoli, quando un gruppo di una trentina di poliziotti, al comando del commissario Caffari, ci sbarrò la strada sparandoci addosso senza pietà. Tentammo di costruire una barricata con quanto ci capitava sotto mano, sedie, tavolini, assi, mentre i mitra dei poliziotti continuavano a crepitare come in una battaglia. Sparavano dalle finestre della Posta e della Banca d’Italia, e ho visto distintamente il commissario Caffari indicare ai poliziotti dove dovevano mirare. Vicino a me un giovane s’è accasciato esanime, falciato da una raffica al petto. Altri – ed io tra essi – sono rimasti feriti”.

A tenere vivo il ricordo di quella terribile giornata resterà per sempre la registrazione dei suoni della piazza effettuata da un negoziante che si trovava sul posto e che, invece del comizio, registrò i rumori di quello scontro. Trentacinque minuti ripresi casualmente e incisi su un disco: grida, spari, sirene di ambulanze e di polizia. Una voce che grida ‘assassini’.

Ne dirà Pier Paolo Pasolini: “Io mi auguro che simili carneficine non si ripetano più, mai più, nella nostra vita, che è stata tutta un’esperienza di carneficine: e spero che nessun registratore serva mai più a stampare dischi come questo. Che è il più terribile – e anche profondamente bello – che abbia mai sentito”.

Ma la scia di sangue non si ferma ed il giorno successivo a Palermo negli scontri con la polizia restano uccisi Francesco Vella (42 anni), Giuseppe Malleo (16),  Andrea Gancitano (18) e Rosa La Barbera (53). Trentasei manifestanti sono feriti da proiettili, 400 sono i fermati, 71 gli arrestati (sempre l’8 luglio a Catania rimane ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dalla polizia Salvatore Novembre, giovane lavoratore edile di 20 anni).

“Compagno, cittadino, fratello, partigiano teniamoci per mano in questi giorni tristi -canterà Fausto Amodei – Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia, son morti dei compagni per mano dei fascisti. Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera, fischia il vento e infuria la bufera. A diciannove anni è morto Ovidio Franchi, per quelli che son stanchi o sono ancora incerti Lauro Farioli è morto per riparare al torto di chi si è già scordato di Duccio Galimberti. Son morti sui vent’anni per il nostro domani, son morti come vecchi partigiani. Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli, ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti. Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro versato a Reggio Emilia è sangue di noi tutti. Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi, come fu quello dei Fratelli Cervi. Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso è sempre quello stesso che fu con noi in montagna. Ed il nemico attuale è sempre ancora eguale a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna. Uguale la canzone che abbiamo da cantare, scarpe rotte eppur bisogna andare. Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli dovremo tutti quanti aver d’ora in avanti voialtri al nostro fianco per non sentirci soli. Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!”.

Scriverà lo stesso Amodei su «l’Unità» del Primo maggio 2002: “Nell’estate del 1960 ero in armi, nel senso che ero sotto naja, come soldato semplice al Centro addestramento reclute di Montorio Veronese. In tutto il battaglione Orobica che mi aveva in forza, e che reclutava soprattutto giovani del Bresciano, del Bergamasco e del Veneto, trovare un iscritto o simpatizzante socialista o comunista era una pura illusione. In caserma era formalmente proibita, e sostanzialmente mal tollerata, l’introduzione di quotidiani di sinistra. Solo nei periodi di libera uscita mi era possibile frequentare, sia pure solo privatamente, compagni socialisti e comunisti di Verona, che mi conoscevano di fama proprio in veste di Cantacronache, e mi fornivano un valido sostegno culturale, umano e gastronomico in quella asfissiante parentesi di diciotto mesi. In tale situazione vivevo naturalmente con molta angoscia e partecipazione le vicende del governo Tambroni, i moti di piazza a Genova, contro il previsto convegno dei neofascisti, e rimasi sconvolto dai morti provocati dalla Celere in Sicilia ed a Reggio Emilia. La goccia che fece traboccare il vaso fu la notizia, propagatasi in caserma, che soldati del Car avrebbero potuto essere impiegati in servizio di ordine pubblico contro eventuali disordini di piazza, con la prospettiva di tenere il fucile in dotazione in camerata, a capo del letto, in situazione di massima allerta. Non sapevo più che pesci pigliare, né riuscivo ad immaginarmi cosa avrei potuto fare, nel sacco di manifestanti antifascisti con i quali avrei doverosamente voluto fraternizzare. Per farmi coraggio, per chiarirmi le idee, per scaricare la forte emozione che la situazione mi provocava, decisi di mettere in canzone alcune delle considerazioni che i fatti mi inducevano a formulare: che cioè le rivolte di piazza di quei giorni erano una ripresa della guerra di Resistenza, che le vittime della polizia di quei giorni erano gli eredi dei caduti partigiani, che a quei tempi tristi si era arrivati perché si erano poco per volta messi in soffitta i valori della guerra antifascista”.

Similmente scriverà in quei giorni Luciano Romagnoli su «Rinascita»: “Che cosa era in discussione a Genova? E, dopo ancora, a Licata, a Roma e a Reggio Emilia? Che cos’era in discussione nel Paese? Era il fondamento stesso dello Stato democratico: l’antifascismo, la Resistenza, la Costituzione repubblicana”.

Così sempre su «Rinascita» scriveva Vittorio Foa: “Il fascismo per i lavoratori italiani oggi non è solo l’eco remota e nostalgica delle squadracce e delle aquile e degli orpelli barbarici dell’età mussoliniana, ma è, nelle condizioni mutate, l’arbitrio in luogo della giustizia, la disciplina subordinata in luogo della parità dei diritti e doveri reciproci fra lavoratore e padrone, la corruzione e l’avvilimento, la mancanza di prospettiva, il contrasto tra i profitti giganteschi e i salari stagnanti, lo sfruttamento intensivo della forza lavoro che impedisce all’uomo, finito il lavoro, di avere forze bastevoli per partecipare alla vita nelle sue forme più alte”.

“Abbiamo sconfitto i fascisti e Tambroni”, dirà esultante Rinaldo Scheda affermando: “Lo sciopero generale nazionale di protesta dichiarato dalla Cgil l’8 luglio in seguito all’uccisione da parte della polizia di cinque lavoratori di Reggio Emilia, ha determinato nel paese un sussulto vigoroso, ha contribuito in modo decisivo a cacciare dalla direzione governativa la compagine clerico – fascista capeggiata dall’on. Tambroni. Le rabbiose reazioni dei circoli governativi e padronali contro questa grande manifestazione, le tragiche sparatorie della polizia a Palermo e a Catania nella giornata dell’8 luglio contro gli scioperanti, forniscono la prova drammatica della riuscita dello sciopero, delle larghe adesioni che esso ha avuto tra i lavoratori. L’ondata di manifestazioni antifasciste che hanno dominato la vita politica del paese nelle ultime due settimane in risposta alle provocazioni messe in atto dal governo Tambroni, ha avuto nella giornata dell’8 luglio il suo momento più avanzato. Lo sciopero generale ha consolidato l’unita di tutti gli antifascisti mobilitati per impedire una involuzione antidemocratica del paese e ha offerto uno sblocco legittimo alla spinta crescente delle masse lavoratrici verso un mutamento profondo della situazione politica, sociale ed economica dell’Italia”.

[1] Venuti a conoscenza dell’arbitraria decisione della Questura di revocare il comizio antifascista indetto a San Paolo, numerosi esponenti della cultura e dell’arte delibereranno un ordine del giorno di protesta contro il grave provvedimento: tra i firmatari Luchino Visconti, Alberto Moravia, Carlo Levi, Sergio Amidei, Corrado Cagli, Arrigo Benedetti, Lorenzo Vespignani, Renato Guttuso, Pierpaolo Pasolini, Giuseppe De Santis, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Antonello Trombadori, Mario Pannunzio, Carlo Lizzani, Marcello Conversi, Marcello Cini, Giorgio Salvini, Vasco Pratolini.

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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