Caro Presidente Mattarella Le scrivo – Giuliano Calcagni

La presenza del Presidente Mattarella, il più alto rappresentante della Repubblica, custode dei valori costituzionali, in occasione dell’incontro annuale Abi, è per la Fisac Cgil, anche l’occasione di introdurre nelle sale ovattate della finanza, e rappresentare al più alto livello istituzionale, l’analisi, le riflessioni e le forti preoccupazioni che da tempo esprimiamo rispetto a problematiche fondamentali per gli sviluppi e la tenuta degli equilibri democratici del Paese. La questione della vendita degli NPL prima fra tutte.

Lo abbiamo già denunciato, anche al tavolo negoziale per il rinnovo del Ccnl di settore, registriamo un altissimo rischio di tensioni sociali, usura, per imprese e famiglie, legato alla massiccia vendita di sofferenze e di crediti deteriorati da parte degli istituti di credito. Sappiamo bene come queste società di recupero crediti operino, sappiamo anche come alcune di esse stiano riconsegnando la licenza bancaria – supponiamo per sottrarsi più agilmente ai controlli regolamentari previsti per legge- conosciamo i tempi delle lavorazioni per il recupero dei crediti in sofferenza, tempi troppo veloci a nostro avviso, rispetto alle diffuse condizioni di difficoltà economica in cui versano le famiglie e le imprese italiane.

Di qui, i pericoli, il serio rischio per chi versa in una condizione di sofferenza creditizia, di finire, per disperazione, nelle mani degli usurai e della criminalità organizzata. La nostra preoccupazione è tanto maggiore se consideriamo i numeri del fenomeno, numeri a 6 cifre, parliamo ad oggi di oltre 360 miliardi di Euro di sofferenze per oltre 1,2 milioni di soggetti coinvolti. E’ chiaro a tutti come le Banche abbiano, dal loro punto di vista, certamente ben operato per tenere i loro bilanci in ordine agli occhi della vigilanza europea ed è altrettanto chiaro però come non abbiano hanno fatto i conti con le categorie più deboli che vengono colpite da questa dinamiche che anche per i volumi dimensionali sono di estrema importanza per il Paese: le famiglie, i lavoratori e le imprese.

Senza dimenticare che le ripetute cessioni di sofferenze da parte delle banche hanno un impatto negativo sul settore, sia per quanto riguarda l’occupazione sia perché gli istituti bancari rinunciano ad attività che potrebbero essere del tutto gestite al proprio interno. E’ una bomba che sta per esplodere, abbiamo ancora fresco il doloroso ricorso legato ai suicidi di quei risparmiatori che nei crack bancari susseguitisi negli ultimi anni hanno visto incolpevolmente depauperati i loro risparmi , non vorremmo nel silenzio della politica trovarci nuovamente a dover gestire analoghe e drammatiche situazioni.

Ci aspettiamo un intervento legislativo ad hoc ed in tempi rapidi da parte del Governo così da salvaguardare piccole, medie imprese in crisi oltre che famiglie disperate. Sono fonte di attenzione e preoccupazione anche i continui attacchi alla indipendenza di Banca D’Italia. Mettere mano alle riserve auree, cancellare parti di debito pubblico, nominare uomini di fiducia dell’esecutivo nelle posizioni apicali rappresenterebbe un colpo mortale all’Istituto stesso e anche alla credibilità del nostro Paese Pensiamo infatti che dopo l’utilizzo a piene mani della Cassa depositi e prestiti per rendere possibili operazioni di mascheramento del debito e di repentine privatizzazioni, per cui la stessa Cassa (pubblica al 70%) compra beni pubblici senza gravare sul debito ( perché fuori dal perimetro dei soggetti sottoposti ai vincoli europei) , le logiche sovraniste nelle corde dell’attuale quadro politico abbiano adocchiato Banca d’Italia con la stessa finalità.

La storia, spostando le lancette della nostra memoria al 1936, dovrebbe averci insegnato che la presenza della politica nella banca centrale non ha dato grandi prove. E se anche la storia non bastasse, dovremmo tener presente gli effetti immediati, e devastanti, di una sua sottomissione alla politica che indebolirebbe pesantemente il ruolo dell’Istituto funzionale alla tenuta del Paese, ruolo fondamentale proprio perché parte integrante dell’indispensabile equilibrio fra i poteri su cui si fonda la democrazia, non riducibile alla sola dimensione elettiva, e soprattutto a nostro avviso elettorale.

Ulteriore punto di attenzione è anche quello collegato all’utilizzo del contante rispetto agli impatti in termini accrescitivi che potrebbe determinare sugli assetti dimensionali della criminalità organizzata del Paese e sul controllo dei volumi di evasione fiscale. La soluzione per noi, sarebbe non quella di inseguire a colpi di manovre legislative limiti più o meno contenuti di circolazione del contante ma lavorare effettivamente perché si arrivi ad una reale cashless economy. L’evidenza empirica ed economica circa i benefici di un’economia in cui il contante non è più utilizzato quale mezzo di pagamento, esprime numeri estremamente interessanti ; eliminando l’utilizzo del contante si avrebbe un recupero sull’evasione fiscale dai 15 ai 21 miliardi ed un risparmio in termini di costi per la gestione dello stesso pari a 3,7 miliardi ( che arriverebbero addirittura a 10 miliardi considerando anche i costi di stampa e conio). Siamo in effetti sorpresi che il quadro politico degli ultimi 15 anni almeno sia privo di una qualsiasi visione e progettualità strategica economica sul cash, limitando gli interventi soltanto ad innalzamenti o abbassamenti delle soglie di utilizzo ( negli ultimi 15 anni per l’appunto un intervento che si è ripetuto ben otto volte). Occorrerebbe a nostro avviso aprire un tavolo di confronto fra banche, imprenditori, commercianti, consumatori e circuiti di pagamento al fine di trovare soluzioni condivise da implementare rapidamente.

Questa per la Fisac Cgil è una ipotesi per avviare un serio e concreto percorso di lotta all’evasione, alla corruzione, alle economie sommerse che trovano nel contante il combustibile perfetto. Sempre restando sui numeri, la nostra attenzione, innanzi ad un quadro macroeconomico segnato dal pesante indebitamento del Paese su parametri di crescita non incoraggianti, si focalizza anche sulla quantità di risparmio e ricchezza oggi liquidi e su come poter trarre un utilizzo in termini positivi e non solo di mera tassazione della stessa. I dati di Banca D’Italia esprimono 4.287 miliardi di ricchezza finanziaria posseduta dalle famiglie italiane, di cui ben 1.371 miliardi depositati su conti correnti, privi di interessi remuneratori. Il dato vero è che ad oggi le banche preferiscono che queste giacenze restino sui conti corrente liquide, per trasformare questo risparmio lordo in risparmio gestito con ricavi a loro vantaggio dal punto di vista commissionale.

Ad oggi infatti solo il 25% della clientela bancaria è investito da politiche commerciali il restante 75 % è ancora risparmio lordo, quindi elemento di riserva per futuri ricavi , perfettamente aggredibile dalle politiche di vendita. Secondo l’Abi nel 2018, i depositi della clientela residente sono aumentati di 32 miliardi rispetto al 2017. Una cifra uguale alla manovra di bilancio approvata a fine dicembre. Negli anni 2005-2006 il «polmone» di liquidità dei privati rappresentava il 23% del totale, nel 2009 è salito al 29%, oggi siamo al 32%. Lo stesso discorso vale per le imprese.  A fine 2018, fra titoli immediatamente convertibili e contante, tenevano immobilizzati circa 340 miliardi, oltre il 20% del Prodotto interno lordo, raggiungendo il livello più elevato degli ultimi venti anni. Perché allora non ipotizzare che Stato e imprese possano collaborare per realizzare infrastrutture ad elevato moltiplicatore, e modernizzare il Paese, coinvolgendo anche la liquidità delle famiglie?

Come in ogni nostra riflessione, anche qui esprimiamo le nostre ampie preoccupazioni per lo stato di abbandono rispetto alle questioni politiche, occupazionali e sociali che investono il Mezzogiorno. Il continuo ed incessante processo di “asciugatura” delle reti bancarie , non solo per la continua crisi del settore, ma anche per scelte organizzative del management bancario a vari livelli, impatta sul sud del nostro Paese con effetti disastrosi determinando una sempre crescente desertificazione del territorio non solo per quanto attiene al tessuto sociale e lavorativo – pensiamo ai numeri che certificano i dati dell’emigrazione dei nostri giovani, oltre 900 mila negli ultimi 16 anni- ma determinano anche una frattura in quella che dovrebbe essere la necessaria interconnessione fra attività produttive, rete Pmi e sistema creditizio determinando c un aumento esponenziale per questi territori di essere permeati da economie parallele ed illegali.

Questo vale anche per la chiusura sempre al Mezzogiorno di numerose filiali di Banca d’Italia in virtù del ruolo di garanzia e terzietà statuale che l’istituto ricopre come sopra abbiamo detto. Gli stessi volumi di risparmio appostati sui conti correnti del Mezzogiorno, a nostro avviso, oggi non trovano rispondenza né nella remunerazione né nei volumi di investimenti fatti in favore di questo territorio già così gravemente svantaggiato. Tutti questi aspetti sono per il sindacato, per la Fisac centrali e dirimenti per una corretta interpretazione e gestione delle criticità del Paese e crediamo che soltanto una lettura sinottica delle stesse possa essere l’antidoto ai continui attacchi alle logiche democratiche della nostra Repubblica di cui Lei Presidente è il massimo garante. Ultime ma non ultime delle considerazioni conclusive che legano quelle appena rassegnate alle rivendicazioni che il sindacato unitario ha articolato nella piattaforma rivendicativa per il rinnovo del CCNL già presentato ad Abi .

Quella del credito è una piattaforma che vuole parlare al Paese, ai suoi uomini, alle sue donne, come cittadini e come risparmiatori. Ed è una piattaforma che parla soprattutto ai giovani, oggi anello più debole della stessa filiera produttiva del credito. E’ una piattaforma che abbracciando il valore dell’uguaglianza , declina i temi del salario, delle tutele e dei diritti mirando a ricostruire intorno al lavoro un costrutto normativo che la legislazione degli ultimi 20 anni e anche la contrattazione hanno fatto venir meno. Ricostruire un efficace apparato di diritti intorno al lavoro non può che essere un rafforzamento dei meccanismi di equilibrio e di democrazia del nostro Paese arginando quella polarizzazione sociale e generazionale che oggi è purtroppo lacerante e sotto gli occhi di tutti.

Abolire il salario d’ingresso per i più giovani, riconoscerei il giusto valore del salario al lavoro, uscire dalla logica per la quale i lavoratori sono un costo per il sistema e non una risorsa, ripristinare il diritto alla reintegra, rendere maggiormente controllabili le politiche commerciali, tornare a rideterminare una condizione di uguaglianza per giovani e non che svolgono lo stesso lavoro vuol dire per noi, per la Fisac CGIL e anche per il sindacato unitario riconsegnare il senso di dignità al lavoro, valore fondante del nostro ordinamento repubblicano di cui Lei, Presidente Mattarella, è il più alto custode .

Giuliano Calcagni, Segretario Generale Fisac Cgil

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