Sei meridionale? Ti abbasso lo stipendio. La pazza idea del signor Salvini – Lorenzo Serio

Le gabbie salariali sono l’inevitabile punto di caduta del progetto di autonomia differenziata prevista dal contratto di governo tra Lega e Movimento 5 stelle. In un’Italia già profondamente divisa sul piano delle opportunità, delle infrastrutture materiali e immateriali, dell’accesso ai beni e ai servizi, le gabbie salariali, di cui questo governo sta discutendo il ripristino, sono un insulto alla ragione, la pietra tombale della giustizia sociale per la quale i nostri padri hanno lottato senza sosta nell’autunno caldo del ’69 ottenendone poi la cancellazione.

Ma cosa sono le gabbie salariali? Quali conseguenze produrrebbe la loro introduzione?

Innanzitutto significherebbe dividere il Paese in zone diverse (nel ’54 se ne contavano addirittura 14) a cui corrispondono salari e diritti diversi. Le differenze in busta paga, tra regioni diverse, arrivarono in quegli anni a sfiorare il 30%.
Quel provvedimento, varato in emergenza nell’immediato dopoguerra e che doveva servire a fronteggiare la ricostruzione, divenne strutturale e restò in vigore per venticinque anni. Del resto niente è più strutturale in Italia di ciò che nasce come temporaneo.

Le gabbie salariali, inoltre, frenano lo sviluppo, cancellano il futuro. Se il Sud vale il 30% in meno del Nord, è verosimile pensare che gli ospedali, le scuole, la sicurezza si attesteranno sulle stesse percentuali in termini d’efficacia, capitale umano e servizi. Di qualche giorno fa i risultati delle prove Invalsi a certificare una sperequazione insopportabile a partire già dalla scuola primaria. Che poi Invalsi e l’anagramma di Salvini ci avete fatto caso?

Se come diceva Andrea Camilleri, ad una bella iniziativa della Cgil per i 150 anni dell’Unità di Italia, “il lavoro, i lavoratori sono la democrazia stessa. La qualità e l’importanza che si dà al lavoro in una nazione è il segno di civiltà di quella nazione”, quello che stanno architettando al governo è uno scenario da incubo, è la secessione di fatto.

Tutti, ma proprio tutti gli indicatori che arrivano dal Mezzogiorno su economia, qualità della vita, sviluppo, cultura, crescita, occupazione, disegnano un quadro univoco.
Non serve citare valanghe di dati ma almeno tre occorre metterli in fila:
Banca d’Italia ha appena pubblicato l’esito di un’indagine sulle costruzioni e le opere pubbliche nel 2018 e sappiamo cosa pesano i cantieri pubblici al Sud. Risultato? In 13 anni il valore della produzione è sceso del 45%. La produzione di Opere pubbliche è scesa del 55%, così come l’occupazione, diminuita anch’essa del 55%. Ben venti punti in più rispetto al dato settoriale nazionale.
Il Sud sta andando a picco e la risposta qual è? Facciamo dimagrire le buste paga. Raro caso di ‘Prima il Sud’.

Ma con molta probabilità, i soci di governo non avranno vita facile nell’attuazione di questo progetto.
A futura memoria questo è l’elenco completo degli scioperi contro le gabbie salariali effettuati dalla Cgil tra l’ottobre del 1968 e gennaio del 1969:

17 Ottobre: Caserta e Siracusa. 22 ottobre: Latina e Brindisi; 23 ottobre: Reggio Calabria, Pescara, Bari, Lecce, Foggia, Messina, L’Aquila. Teramo, Macerata. 24 ottobre: Latina. 25 ottobre: Palermo; 26 ottobre: Avellino. 28 ottobre: Nuoro, Latina, Sassari, Agrigento, Caltanissetta, Enna. 29 ottobre: Crotone, Taranto. 30 ottobre: Trapani, Salerno, Pesaro, Frosinone, Arezzo. 31 ottobre: Mantova. 8 novembre: Napoli, Ancona, Padova, Ascoli Piceno, Udine, Potenza, Pordenone. 11 novembre: Terni e Perugia (regionale), Cuneo e Treviso. 19 novembre: Viterbo. 20 novembre: Bari.

Si è poi aperta una fase di scioperi regionali: il 9 dicembre è scesa in lotta la Calabria, il 10 la Sardegna, l’11 la Sicilia, il 12 l’Emilia e la Puglia, il 13 l’Abruzzo, la Toscana, il 19 le Marche.

Sono inoltre proseguiti gli scioperi provinciali: Treviso ha scioperato il 13 dicembre; Asti il 16; Brescia, Bergamo, Cremona e Mantova, il 17. Rieti il 18, Vercelli il 19.

I 6 mila metallurgici dell’acciaieria Terni hanno scioperato il 17 dicembre. Il 19 dicembre hanno scioperato i 180 mila tessili delle provincie di Biella, Pavia, Firenze e Prato. Il 20 l’intera città di Catania. Dopo la pausa delle feste, la lotta riprende per categorie, con una articolazione regionale e provinciale. Fra l’8 e il 10 gennaio si sono praticamente fermate in tutta Italia le maggiori categorie dell’industria: chimici, metalmeccanici, cavatori, tessili, cementieri, operai del legno, dell’abbigliamento, edili, alimentaristi e grafici.

Nella settimana dal 13 al 17 gennaio scioperi si sono svolti a Cuneo Frosinone e Salerno; (il 13) a Pordenone, Brescia, Gorizia, Chieti e nella «zona» di Lecco (il 14); a Latina e Ancona (il 15); ad Ancona, Macerata, Varese, e Asti (il 16) a Reggio Calabria (per 48 ore il 17 e 18). Altri scioperi regionali si sono svolti: in Sardegna (14 e 15) in Puglia (il 16) e infine in Campania, Toscana, Abruzzo, Sicilia ed Emilia.

Lorenzo Serio

(grazie a Carlo Amabile per la preziosa cronologia)

Un pensiero riguardo “Sei meridionale? Ti abbasso lo stipendio. La pazza idea del signor Salvini – Lorenzo Serio

  1. Buon giorno io mi ricordo che quando ho cominciato a lavorare nel 1971 nel commercio al GS tra Como e Milano c’erano 8000 lire indifferenza al mese che Milano avevo una gabbia e Como bassa mi ricordo pure che avevamo fatto uno sciopero GS per adeguarci a Milano e dopo 12 ore di sciopero la direzione GS adeguato lo stipendio con Milano pertanto c’erano già il gabbie salariali e cittadini tante città piccole siccome non erano importanti dicevano che il costo della vita costava di meno e avevamo stipendi più bassi

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