La vera sfida del sindacato è includere gli esclusi – Cristian Franceschini Sesena

In un lontano inverno, correva l’anno 2006, la Filcams celebrava il suo congresso nazionale a Palermo. Particolarmente felice fu la scelta dello slogan di quella assise: “Oltre ogni esclusione: includere gli esclusi.” Scelta non solo felice ma anche profetica se, a distanza di 13 anni, la Cgil tutta si interroga su come realizzare un disegno strutturato, ordinato e efficace di contrattazione inclusiva.

Gli “esclusi” a cui la Filcams si rivolgeva erano una platea composita che era nata dall’incastro pernicioso di effetti di tre anni di applicazione del DL 276/2003 – la cosiddetta legge Biagi – e scelte contrattuali, seppur spesso obbligate, volte a scaricare il costo dei rinnovi sui giovani (di fatto escludendoli) e proprio su quelle sacche di precarietà che la norma aveva generato.

Si affacciavano poi prepotentemente alla ribalta i part time cosiddetti involontari della grande distribuzione organizzata, e i lavoratori obbligati a lavorare la domenica per pattuizione individuale. Da quel congresso ad oggi le cose non sono di certo cambiate in meglio: la più grande crisi dal dopoguerra ad oggi ha di fatto esaltato la precarietà di allora, cambiandone i connotati: se prima il lavoro povero veniva negato con un certo imbarazzo da imprese e governi, ora se ne parla come di un elemento fisiologico del nuovo capitalismo ( quello à la page, il capitalismo digitale), assumendone presenza e consistenza con rassegnata ineluttabilità.

I precari di oggi sono molto simili a quelli di cui si discusse a Palermo. Simili ma non del tutto uguali. Il peso della contrattazione si è progressivamente ridimensionato nel bene come nel male, essendo stata travolta da fenomeni di enorme portata (si direbbe “globali”) che hanno fortemente circoscritto il suo ruolo regolatore del mercato del lavoro. Spesso è stata, in questi anni, una contrattazione di risposta pavloviana alla crisi, che rispondeva solo alle stimolazioni di un mercato devastato e devastante, con l’unico obbiettivo di salvare più lavoro possibile.

Ora finalmente potrebbe attuarsi una svolta che almeno sul piano dell’impostazione sarebbe in grado, potenzialmente, di invertire questa rotta e di restituirle un ruolo attivo e di primo piano nel confingurare una stagione nuova per i diritti di chi lavora. Preso atto che in un unico luogo di lavoro, sia esso fisico o virtuale, esistono ormai più lavori (e più lavoratori) con diversi orari, salari, diritti e contratti, la prospettiva di ricucire dal basso questo tessuto sociale sfrangiato, solo in apparenza può sembrare logico. Al contrario, necessita di uno sforzo quasi sovrumano per un sindacato che, da sempre, si muove in “verticale” per conoscere una dimensione “orizzontale”, solo nel livello alto della confederalita’.

Il cambiamento deve essere prima nella mentalità di chi contratta che nei luoghi dove si contratta. L’annosa questione della sovranità negoziale va superata con il dialogo e il confronto e la definizione di obbiettivi che pongano al centro le esigenze dei “sommersi” assieme a quelle dei “salvati”. Non c ‘è spazio in una progettualita’ così ambiziosa di interessi che rasentano il corporativo; non c’è più tempo per interminabili discussioni su chi fa cosa, prima di chi e per chi. Conta l’obiettivo.

La contrattazione inclusiva è la prima elaborazione che traduce lettera e spirito della Carta dei Diritti Universali ponendosi in assoluta linea di continuità con l’elaborazione politica della Cgil degli ultimi anni. E ancora: se realizzata, può rappresentare la riscoperta di una funzione dell’agire contrattuale che, negli ultimi anni si è perduta, quella di stimolare il legislatore di turno a fare legge innovative e a favore di chi lavora.

É chiaro che questo grande “lavoro di spogliatoio” prevede un rinnovato afflato confederale e un ruolo della Cgil che sia di paziente tessitura e fluidificazione dei percorsi. Bisogna però chiarire anche su questo fronte un aspetto: non è che il livello orizzontale possa fungere da parafulmine o da motore a seconda delle circostanze. Deve essere collettore degli stimoli e delle proposte che le categorie sapranno mettere in campo, estendendo a prassi estese e consolidate le loro migliori intuizioni. Solo di fronte ad un azione di questo tipo, condivisa e tenacemente perseguita, si può provare a ridisegnare, subito dopo, il profilo organizzativo della Confederazione rendendolo più aderente e vicino ad un mondo del lavoro in costante, vertiginosa mutazione. Per cambiare questo mondo che in parte non riusciamo più a leggere dobbiamo cambiare prima noi. Questa è la sfida nella sfida della contrattazione inclusiva.

Cristian Franceschini Sesena, segretario nazionale Filcams Cgil

Foto di copertina di Filcams Cgil nazionale

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