Non moriremo salviniani – Andrea Malpassi

Si è dunque formalizzata in modo abbastanza surreale questa crisi di governo: con il premier Conte che elenca puntualmente errori, incapacità e pericolosità del suo vice, seduto lì accanto, e lo accusa anche di vigliaccheria. Con un Salvini che barcolla affannato tra sparate, vittimismo, “al voto subito!” e “ritiro le dimissioni!”. Con un redivivo Renzi, perfino, che fa lo statista, tra una imprecisata disponibilità istituzionale e un ricordarci che comunque lui è stato il più bravo di tutti.

In sintesi, alla fine, il governo “giallo-verde” non c’è più: e dobbiamo imparare a riconoscerla, quando c’è una bella notizia.

Una bella notizia, già: perché questo governo è finito subito in mano alla destra sovranista della Lega, che ha cannibalizzato sia il discreto garbo istituzionale di Conte, sia quella certa attenzione dei 5 Stelle per i temi sociali. La tracotanza di Salvini ha fatto saltare ogni regola, ogni minima forma di “galateo democratico”. Come in uno sguaiato aperitivo al Papeete, Salvini ci ha fatto assaggiare ciò che potrebbe essere un governo con lui a capo: uso personale delle forze dell’ordine, decreti disumani e liberticidi, menefreghismo per le leggi quando tocca a lui rispettarle, totale indifferenza per i lavoratori quando c’è da omaggiare un amico potente (come nel caso delle raffinerie Lukoil a Priolo), promesse ai più poveri ma favori e vantaggi solo e sempre a chi è già ricco (come la flat-tax). In un costante clima di ipocrisia fascistoide, fatto di baci ai rosari e bullismo coi più deboli.

Quando l’otto agosto Salvini ha annunciato smargiasso che il Governo era finito e che si andava subito al voto, a noi tutti si è gelato il sangue nelle vene. Ammettiamolo, i sondaggi lo davano stravincente e in quel momento ci ha pervasi un senso tragico di “inevitabilità”: l’Italia stava per finire in mano ad uno dei peggiori governi dai tempi del Ventennio. Con l’incubo –oltretutto- che quel nuovo Parlamento avrebbe anche eletto il prossimo Presidente della Repubblica.

Per fortuna c’è la Costituzione che, dettando i tempi e i modi della democrazia, la difende da chi vorrebbe forzarla e snaturala. E per fortuna c’è chi – come il Presidente Mattarella – in quelle stesse ore ha gettato acqua sull’infuocato desiderio di Salvini di “correre alle urne”. Riconducendo questa crisi al suo alveo naturale: il Parlamento.

Il resto è storia, anzi: è cronaca che si dipana minuto per minuto. I numeri parlamentari impongono al Movimento 5 Stelle, al Pd e a LeU di ragionare sulla possibilità di dar vita a un nuovo governo. Insieme. E vedremo a breve se -in questo dibattito- prevarranno gli opportunismi di parte, i tatticismi di basso cabotaggio o una vera visione politica alternativa e, quindi, l’interesse del Paese.

Diciamola chiara: un “governo a termine” per fare a dicembre la classica manovra lacrime e sangue – e tornare alle urne in primavera- è il più grande regalo che si possa fare a Salvini . Non solo poi stravincerebbe, ma a quel punto l’eventuale opposizione avrebbe perso ogni minimo barlume di credibilità e consenso popolare.

E allora perché non provare a renderlo – nelle condizioni date, certo – il miglior governo possibile?

Il taglio dei parlamentari o impedire l’aumento automatico dell’IVA non bastano, no: e non basterà nemmeno un governo “europeista” che continui ad accettare passivamente l’austerity della Commissione. Come ricordava Maurizio Landini su Repubblica qualche giorno fa, a questo Paese serve una politica economica che rimetta al centro il lavoro, che lo crei e lo rafforzi. C’è una marea di crisi aziendali da risolvere; ci sono le assunzioni da fare nella scuola e nella sanità pubblica; occorre una vera e più equa riforma delle pensioni ed occorre avviare una politica sociale che redistribuisca ricchezza. Altro che “gabbie salariali” per pagare di meno i lavoratori del sud, come ha in mente Salvini

Andiamo anche oltre, proviamo ad alzare l’asticella: Di Maio voleva reintrodurre l’articolo 18; la “sinistra” ogni tanto parla di una tassa – chiamiamola “patrimoniale” o come ci pare – che faccia finalmente pagare la crisi economica solo a chi ci si è arricchito; un po’ tutti richiamano spesso il bisogno di pensare e realizzare un modello di sviluppo compatibile con l’ambiente. Come pure si potrebbero stracciare quei decreti di Salvini che ci hanno reso tutti più insicuri e meno liberi.

E poi, ancora, ridare centralità programmatica ai diritti dei lavoratori, alla giustizia sociale, all’equità fiscale, alla lotta alla corruzione, ai conflitti d’interesse, all’evasione e alle mafie, anche attraverso le regole per le gare d’appalto.

Nella loro sfacciata saggezza, gli antichi greci dicevano che gli Dei segnano coloro che vogliono perdere tramite l’ “hybris”. Hybris significa letteralmente “superbia”, prevaricazione”, “tracotanza”: ed è facile riconoscere che Salvini ne sia stato accecato. E ora non sa più come muoversi, stordito e ripetitivo come un pugile suonato. E comincia a perdere, anche nei consensi sui social, anche nei sondaggi. Insomma, la pacchia è finita, come titola oggi “Il Manifesto” in apertura.

Se un nuovo eventuale governo non si limiterà alle ambizioni tattiche dei singoli “leader”; se sarà in grado di dar voce alle migliori istanze dei propri rispettivi popoli;  se –soprattutto- avrà il coraggio di ascoltare quella immensa parte di popolo che non va più a votare, da questa crisi ne potrebbe venir fuori un bene per l’Italia. Sono “se” enormi, certo, grandi come una casa: ma alla classe dirigente del Movimento 5 stelle e della sinistra è oggi offerta l’occasione di dimostrarsi all’altezza del momento storico. Facciano il proprio dovere con coraggio, intelligenza e generosità:  il governo della peggiore destra sovranista potrebbe non essere il nostro destino atroce e ineluttabile.

Andrea Malpassi

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