Jerry Masslo, milite noto di questa guerra razzista e disumana – Giorgio Sbordoni

Jerry Essan Masslo è stato il milite noto. Nella guerra all’immigrato innescata dal razzismo delle convenienze elettorali e dallo sfruttamento gestito dal malaffare, la storia di Jerry Masslo, vittima di caporalato e, al tempo stesso, di camorra, divenne conosciuta grazie all’impegno della Cgil e poi della Flai e grazie alla commozione di un Paese che, a rileggere le cronache di quell’ultimo scorcio d’estate di fine Anni Ottanta, sembrava più civile di quello in cui abitiamo adesso, ancora in grado, come fu, di indignarsi e stringersi in un singhiozzo collettivo, di scuotersi dal torpore degli ultimi giorni di ferie per volgere lo sguardo a tutta quella crudeltà.

Masslo morì, il 25 agosto del 1989, ucciso da un colpo di pistola esploso da chi voleva rubare a lui e ai suoi compagni i piccoli risparmi di un’estate di schiavitù e di caccia al nero. A Villa Literno, provincia di Caserta.

Tutto quello che sappiamo oggi delle condizioni di chi lavora i nostri campi, esisteva già allora. Caporali, ore e ore di raccolta a ritmi massacranti, nel caldo asfissiante, per poche migliaia di lire al giorno, casolari abbandonati per dormire, razzismo ed emarginazione per le strade. Mafie che controllano e orchestrano tutto, dall’organizzazione degli schiavi fatta sistema, all’incitamento all’odio cieco, sordo e immotivato di molti italiani. 

Un circolo vizioso che da trent’anni e più non conosce intoppi. Perfezionato nel tempo. Diventato modello dominante per le storie di sangue e profitto che riempiono, anche oggi, le cronache, al sud come al nord. Storie di neri in bicicletta presi a sassate o fucilate, morti carbonizzati nei ghetti o negli incidenti stradali, segregati nelle stalle come bestie, schiavizzati.

La Cgil, per Masslo, chiese e ottenne i funerali di Stato, ai quali parteciparono esponenti del governo di allora. Un altro mondo, a pensarci oggi che queste vittime di Stato spesso non trovano spazio neanche sui giornali.

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Masslo, dopo una vita in terza classe, tra ‘dolore e spavento’, fuggito dal Sudafrica, suo paese d’origine, da quel brutale apartheid che sempre aveva combattuto con impegno e coraggio in patria, cadde nel casertano per mano di criminali armati da quello stesso razzismo che pensava di essersi lasciato alle spalle. In quell’Europa, che gli negò l’asilo politico, che aveva sognato come terra promessa, ma si rivelò soltanto promessa di morte.

Il clamore che suscitò, trent’anni fa, quel brutale omicidio e l’azione della Cgil costituirono, come molti anni dopo successe per la morte nei campi di Paola Clemente, il tragico slancio per un salto di qualità che accelerò l’iter di una nuova legge per ampliare la platea cui riconoscere lo status di rifugiato e segnarono la nascita della lotta per i diritti dei braccianti stranieri che, meno di un mese dopo, il 20 settembre 1989, diedero vita al primo storico sciopero degli sfruttati a Villa Literno contro il caporalato della camorra.

A ricordarci che la lezione di Jerry Masslo e del suo assassinio, oggi, a trent’anni di distanza, è più che mai attuale, ci ha pensato l’Italia di Salvini, dell’uso politico dell’immigrazione, dello spaventoso decreto sicurezza beach, un Paese, sondaggi alla mano, a maggioranza verde melma, verde Lega, verde come le foglie di menta che profumano il mojito, re dei cocktail estivi diventato simbolo di una stagione dominata da un governo e una moltitudine di cittadini ubriachi di cattiveria, che un giorno, si spera, indignerà almeno i posteri. Fatta di capitani coraggiosi, quelli delle navi delle Ong, di open arms – braccia aperte – contro porti chiusi e di una minoranza di popolo che non si è piegata davanti ai poteri forti e alle leggi infami. 

Dal sacrificio di Masslo nacque, in Italia, la consapevolezza di essere diventati paese di immigrazione. Il brutale omicidio diede vita a una rivoluzione culturale che fu la culla delle esperienze di convivenza, integrazione e accoglienza, battezzate, il 7 ottobre 1989 a Roma, dalla prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo. Dal palco di quel corteo parlò anche Bruno Trentin. La Cgil ci fu allora, in prima linea, come c’è oggi. Ed è un dovere di tutti noi esserci, indignarci, reagire, parlarne, scriverne, tenere viva la memoria di quello che accadde e sta accadendo, non dimenticare l’assassinio di Jerry Masslo, milite noto tra le decine di migliaia di militi ignoti di questa guerra, morti senza nome, nei campi come nei lager libici, in viaggio e soprattutto in mare, uccisi da precise responsabilità politiche che sarà impossibile negare nell’hangover del mondo, quando il mojito sarà finito e la sbornia sovranista lascerà spazio solo ai postumi della vergogna collettiva.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1 

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