Tutte le vittorie del sindacato in questo pazzo mese di agosto – Lorenzo Serio

Nel pazzo agosto della politica italiana, qualche buona notizia arriva dalle aule dei tribunali. Partiamo dalla fine: la Cassazione ha stabilito che non basta uscire da Confindustria per aggirare i contratti nazionali. La Fiat/Fca ha torto e la Cgil ha avuto ragione a sostenere l’illegittimità di quella scelta scellerata dell’allora AD Sergio Marchionne, dettata dall’urgenza di disimpegnare la casa automobilistica torinese dal sistema Italia per accasarsi a Detroit sferrando contemporaneamente un colpo mortale alle relazioni con le parti sociali e tra le parti sociali.

In quel momento, era il lontano 2012, sembrò realizzarsi l’idea sempre accarezzata dagli industriali di potersi scegliere sia gli interlocutori sindacali che le regole del gioco. Grazie al ricorso della Cgil la Suprema Corte ha stabilito che “al singolo datore di lavoro non è consentito recedere unilateralmente dal contratto collettivo” e che “nessun principio o norma dell’ordinamento induce a ritenere consentita l’applicazione di nuovo Ccnl prima della prevista scadenza di quello in corso di applicazione, che le parti si sono impegnate a rispettare”. Resta il rammarico per tutto il tempo che si è reso necessario per avere giustizia.

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C’è un filo rosso che lega la ‘dottrina Marchionne’ al Jobs Act: lo smantellamento sistemico del diritto del lavoro. Il caso ha voluto che proprio in questi giorni il Tribunale di Milano abbia rimesso in discussione un altro pezzetto di quella controriforma del lavoro meglio nota come Jobs Act. In ballo torna uno dei principi più odiosi di quel provvedimento cioè l’esclusione della reintegra in caso di licenziamento collettivo. La vicenda è del 2017 e vede la Cgil e la Filcams intervenire a sostegno di una ex dipendente della Consulmarketing (nel frattempo fallita) la cui unica colpa era stata quella di essere stata assunta a ‘tutele crescenti’ e quindi l’unica a non essere reintegrata perchè stabilizzata 24 giorni dopo l’entrata in vigore del Jobs Act.

Un’evidente violazione, rileva la Cgil “sia dei principi di parità di trattamento e di non discriminazione contenuti nella direttiva europea 99/70, sia della tutela contro i licenziamenti illegittimi stabilita dagli artt. 20 e 30 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”.

Altre due vicende segnano l’agosto della riscossa del lavoro e passano anch’esse dalle aule di giustizia. La prima è la storia di Lora e Giovanna, due addette alla ristorazione in provincia di Bologna finite nel tritacarne dei cambi-appalto. Dinamica simile a molte altre, purtroppo. Consorzi e cooperative che subentrano ad altre in ragione di un cambio appalto (magari pubblico come in questo caso) e che licenziano tutte le lavoratrici e i lavoratori per poi riassumerli con condizioni peggiorative dei diritti e dei salari. Ma stavolta No, grazie alla caparbietà delle due dipendenti assistite dalla Cgil non è passata la pretesa della cooperativa Ancora Servizi di poter agire in barba a clausole sociali, Contratti Nazionali e Protocolli d’Intesa. Lora e Giovanna hanno conquistato un accordo in Tribunale: sono state assunte dalla cooperativa subentrante a tempo indeterminato e senza alcun periodo di prova, con riconoscimento della loro anzianità di servizio e delle pressoché identiche condizioni economiche. Ed anche sui diritti la Cgil non arretra.

A Bergamo il Tribunale si è espresso contro norme discriminanti nell’accesso alle prestazioni sociali. Si tratta di due casi sostenuti dalla Cgil che colpivano i migranti con norme restrittive per l’accesso al Reddito di Inclusione e al Bonus Famiglia della Regione. Nel primo caso il Tribunale ha rinviato alla Corte Costituzionale per sospetta incostituzionalità, nel secondo caso sanziona Regione Lombardia come già in passato per il Bonus Bebè, ponendo in primo piano oltre alle argomentazioni giuridiche anche interessanti riferimenti sociali e statistici “la propensione agli spostamenti interni degli stranieri è pari al 4,6% , più del doppio di quella dei cittadini italiani”; per cui il requisito di residenza in Lombardia da almeno 5 anni per tutti e due i genitori appare evidentemente discriminatorio. Piccole grandi soddisfazioni per una Cgil costretta alle battaglie legali da una politica da troppo tempo incapace di mettere al centro della sua funzione istituzionale gli interessi generali del Paese e del mondo del lavoro.

Lorenzo Serio

Foto di copertina Filcams Cgil

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