Che ora sia il governo del lavoro – Andrea Malpassi

Che ora sia il “Governo del lavoro”. Sul serio: perché abbiamo tutto il diritto –nel famoso “contesto dato”, per carità, e secondo il “realismo” che ci dà lezioni continue- di mantenere alta la soglia delle aspettative e delle rivendicazioni. Anzi, dobbiamo tenerle alte proprio per il bene del Paese.

Possiamo tirare un bel sospiro di sollievo, certo, perché ora Salvini appare tutto sommato fuori gioco: ma adesso occorre fare il possibile per mettere fuori gioco tutte le pericolose politiche della destra nostrana. E, per farlo, si devono affrontare direttamente le profonde cause sociali che hanno permesso a questa orribile destra di avere davvero troppo seguito.

La primissima preoccupazione di un nuovo governo deve essere il contrasto radicale al clima di odio e di razzismo… – ha detto la presidente dell’ANPI Carla NespoloOccorre una svolta democratica e costituzionale.” “Deve essere un governo antifascista e antirazzista”, ha detto ieri a Ravenna Maurizio Landini. Ecco: ritirare quei decreti “sicurezza” –così liberticidi e tanto disumani e che colpiscono anche le agibilità democratiche dei lavoratori comprimendo il diritto a manifestare – sarebbe innegabilmente un ottimo biglietto da visita del Governo.

Nella pur terribile esperienza “giallo-verde”, Conte ha dimostrato due qualità importanti: la prima, il volersi rappresentare rigidamente rispettoso delle regole istituzionali. Dote di cui molti suoi predecessori non erano proprio ricchissimi.  E la seconda: una concreta attenzione per le parti sociali e per i cosiddetti “corpi intermedi” –dopo anni di dirigenti politici che hanno fatto della disintermediazione la propria bandiera. A Conte e al governo, del resto, il rapporto con le parti sociali servirà parecchio: per chiudere la strada alla destra sovranista e alle sue pulsioni fascistoidi, andrà infatti realizzata una grande operazione sociale.

Così, occorre che questo  diventi -prima di tutto- il “governo del lavoro”.

Non è impossibile e, in realtà, non sarebbe nemmeno così difficile: basterebbe che le forze politiche ora in maggioranza ascoltassero ciò che sta a cuore al paese e anche alle loro rispettive “basi”. Quei “popoli” infatti –pur essendosi attaccati molto e guardandosi ancora un po’ in cagnesco- chiedono la stessa cosa: lavoro. Lavoro dignitoso, sicuro, tutelato. Lavoro da difendere, da rafforzare, da creare.

I temi e anche le opportunità non mancano: dalla soluzione delle crisi aziendali alle assunzioni nella scuola e nella sanità, dal contratto dei metalmeccanici alle riconversioni industriali… passando per la lotta al caporalato e agli stipendi da fame in agricoltura (siamo ormai a 3 euro al giorno, a 70 centesimi l’ora…); alle finte partite-iva e ai finti apprendistato e stage… E quel tema immenso, continuamente ignorato: le centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi che ogni anno sono costretti ad emigrare all’estero in cerca ormai di un lavoro qualsiasi.

Che questo sappia essere il “governo del lavoro” anche simbolicamente. Perché se negli Stati Uniti è finalmente legittimo parlare di “lavoro di cittadinanza” –come fa Bernie Sanders- da noi sarà ben possibile tornare a chiedere il ripristino dell’articolo 18 contro i licenziamenti illegittimi del jobs-act. Sarà ben possibile che il Parlamento affronti finalmente la Carta dei Diritti Universali del Lavoro, presentata dalla CGIL già nella scorsa legislatura con più di un milione di firme…

La vera forza del cambiamento, non lo dimentichiamo, resta sempre il lavoro. Se questo Governo lo avrà come faro, alle bugie della destra verrà tolta la disperazione che spinge a crederci e alla disumanità si toglierà il terreno fertile della frustrazione. La certezza del diritto tornerà ad essere più forte dell’inganno delle promesse vuote e la destra perderà il fiato per i suoi proclami truffaldini.

Se questo sarà davvero il “governo del lavoro”,  infine, l’Italia potrà tornare ad essere un Paese più sereno e più giusto, capace finalmente di far rivivere a pieno la propria intima natura migliore: quella solidale ed accogliente.

Andrea Malpassi

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