Davide e Pasquale non tornano più a casa – Giorgio Sbordoni

Senza tornare a casa. Uscire una mattina per andare a lavorare e non tornare più, inghiottiti dalla brutalità di un sistema che sacrifica sull’altare del profitto i poveri cristi. Senza un pentimento mai, senza un’incertezza, un brandello di rispetto, di attenzione, di umanità. Senza pietà. Da parte di chi dovrebbe controllare, scrivere leggi o farle rispettare. Stanziare fondi. Preoccuparsene. 

Davide Misto e Pasquale Fusco sono gli ultimi due corpi senza vita, le ultime due unità buone per aggiornare le statistiche, i lunghi elenchi di cifre, casistica per casistica, settore per settore, da presentare al prossimo appuntamento istituzionale per poi finire chiusi negli annali, riposti per sempre nel dimenticatoio, nel pozzo nero di questo Paese. 

Davide è finito stritolato tra due rulli mentre lavorava nello stabilimento ORSA di Gorla Minore, in provincia di Varese. Pasquale è morto d’infarto, soffocato dal caldo e dai ritmi dello sfruttamento, un corpo steso senza vita nel campo di meloni da raccogliere, costi quel che costi, nei dintorni di Giugliano, provincia di Napoli. 

Operaio e bracciante. Regolare e in nero. A Nord e a Sud. Davide e Pasquale sono l’alfa e l’omega di questa sporca mattanza che rispetta solo una regola, quella dei tre morti al giorno sul lavoro. Tutte le altre le calpesta. Perché la cultura della salute e della sicurezza costa i maledetti soldi. Tutto diventa spreco di fronte alla avidità di chi usa il profitto per misurare ogni cosa, anche il valore di una vita. La formazione, i controlli, gli aggiornamenti, l’utilizzo dei dispositivi di sicurezza, la prevenzione, un giusto orario, le pause, i riposi, gli studi, gli esperti. Tutto tempo sprecato. E il tempo è maledetto denaro. 

E il cimitero dei morti sul lavoro continua ad allargarsi come una ferita che nessuno riesce, anzi, che nessuno vuole suturare. L’ipocrisia della tragica fatalità si ripete seguendo un copione già scritto, che nessuno salti una battuta, neanche le vittime. Gli incidenti continuano, sempre uguali a se stessi. Le cadute dall’alto, gli operai investiti nei cantieri autostradali, i muletti o i trattori che si ribaltano, le morti per schiacciamento nei rulli o nelle catene di montaggio o sotto carichi pesanti, il caldo, la fatica, lo sfruttamento. Il coraggio di chi non sente più la voce del collega e corre in soccorso, si cala nel pozzo o nella cisterna, e non ne esce più. Fino al paradosso dell’Ilva di Taranto, dove a distanza di pochi anni, due gruisti sono morti, i corpi per giorni dispersi in mare, dopo che condizioni avverse di maltempo hanno abbattuto la loro gru. 

Omicidi che hanno un mandante. L’incuria, l’abbandono, il disprezzo delle leggi, il risparmio, la corsa al profitto. Soprattutto, il silenzio. Il silenzio della politica. E dirlo oggi forse ha la speranza di risvegliare qualche coscienza. Di arrivare all’orecchio di qualcuno che è intento, nella frenesia delle ultime ore di trattativa, a scrivere il programma del governo che forse nascerà. Per suggerirgli di fare la cosa giusta e occuparsi anche di questo. Fare una cosa rivoluzionaria, pretendere che la legge sulla salute e sicurezza dei lavoratori venga applicata in tutte le sue parti ed estesa a quelle categorie che ne sono ancora escluse. Che una briciola di tutte le risorse disponibili con la prossima manovra diventi il tesoro in grado di potenziare le ispezioni, stroncare i comportamenti negligenti, smascherare gli imprenditori che se ne fregano e fermarli. Si eviterebbero altri lutti, altri orfani, altre vedove. Si penserebbe per davvero alle famiglie, una volta tanto.

Sindacati e società civile, inascoltati, combattono da soli questa battaglia, urlando il proprio dissenso, manifestando, controllando, per quanto gli è concesso. 

“Non voglio morire, non voglio morire”, è l’urlo straziante di Rosario Rodinò, uno dei sette operai morti in seguito al rogo della Thyssen Krupp di Torino la notte del 6 dicembre 2007. Catturato dalla registrazione della telefonata che i colleghi, disperati, fecero al 118 mentre portavano fuori i corpi semi carbonizzati di quei sopravvissuti già morti, è diventato l’istantanea di questa battaglia, il monito carico di dolore e terrore lanciato alla classe dirigente di questo Paese da troppo tempo insensibile di fronte alla strage che si va consumando. Mentre i poveri cristi, i Davide e i Pasquale che popolano i campi e le officine, vanno al lavoro chiedendosi per chi suonerà, oggi, la campana. Vanno a lavoro una mattina e non fanno più ritorno a casa.

 Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

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