In memoria di Salvador Allende – Andrea Malpassi

Avevi ragione, Compañero Presidente Salvador Allende, il tuo sacrificio non è stato vano ed è diventato proprio ciò che  –nelle tue ultimissime parole metalliche, trasmesse affannosamente per radio- avevi detto: “una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento”.

Per noi resterai sempre come in quella foto: l’elmetto in testa e lo sguardo rivolto al cielo di Santiago del Cile, in quella tragica mattina dell’11 settembre 1973, cercando gli aerei delle forze golpiste che –di lì a poco- bombarderanno La Moneda, ti uccideranno e instaureranno la feroce dittatura fascista di Augusto Pinochet.

allende.jpg

Quanto abbiamo sentito come “nostra” la tua lotta: il primo leader socialista che non deve fare rivoluzioni o guidare insurrezioni, no, ma che vince democraticamente le elezioni in Cile e ne diviene Presidente. Per restituire al tuo popolo –massacrato da secoli di soprusi e sfruttamento- ciò che al popolo è stato sempre negato: giustizia, libertà, istruzione, progresso, diritti, democrazia. Era, proprio in quel momento, anche il grande sogno della sinistra in Italia: governare il nostro paese e trasformarlo –radicalmente, certo, ma solo e sempre per via democratica.

E per questo il golpe in Cile arrivò come un cinico messaggio di avvertimento a tutto il mondo, anche alla nostra piccola Italia: “non illudetevi, il popolo non sarà mai libero, il popolo non potrà mai vincere”. Del resto Henry Kissinger (l’allora Segretario di Stato americano) ce lo aveva detto chiaramente: “Non vedo alcuna ragione per cui ad un paese dovrebbe essere permesso di diventare marxista soltanto perché il suo popolo è irresponsabile. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli.” Meglio sostenere un sanguinoso colpo di stato, dunque, meglio appoggiare una feroce dittatura fascista che fa oltre 40.000 vittime tra i suoi oppositori e ne tortura in carcere altri 600.000: purché sia consentito di continuare a spremere un Paese, purché sia possibile continuare a sfruttare il suo popolo.

Quelle vittime, querido Allende, quegli imprigionati noi qui in Italia li sentimmo tutti come nostri fin da subito. Erano studenti, operai, sindacalisti, giornalisti, insegnanti, contadini, minatori, erano donne e uomini del popolo che non si rassegnarono e si opposero alla dittatura, ragazze e ragazzi che in quel sogno credevano ancora ed erano disposti a pagare qualsiasi prezzo per realizzarlo. Li sentimmo tutti come nostri grazie anche ad un gruppo di giovani cileni, dalle facce andine e dai vestiti colorati, che si facevano chiamare gli Inti-Illimani e quell’undici settembre –per fortuna loro e nostra- erano casualmente proprio qui in Italia.

Quei ragazzi cileni attraversarono le vene del nostro paese, tra migliaia di Feste de l’Unità e inviti nelle scuole e incontri nelle fabbriche: ovunque portarono la storia del Cile, ovunque parlarono dell’orrore della dittatura, ovunque cantarono ancora e ancora e ancora il tuo, di messaggio, fino a farcelo rimanere impresso dentro, nella memoria e nell’anima, addirittura nella tua lingua così simile alla nostra. Ed è un messaggio che parla di lavoro e di lotta, di diritti e giustizia e ragione e verità che alla fine trionfano: perché – “nonostante il momento triste e grigio in cui il tradimento sembra imporsi”- il popolo unito non sarà mai vinto.

Andrea Malpassi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...