Camusso al Fatto Quotidiano: “Italia paese maschilista e paternalista”

“Nei colloqui di assunzione le aziende hanno ricominciato a fare certe domande alle candidate, tipo “sei fidanzata”, “sei sposata”, “vuoi fare figli”. C’è il ritorno di un maschilismo violento: siamo rientrati nella grande fiera del pregiudizio”. Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil per nove anni e oggi responsabile delle politiche di genere del sindacato rosso non le manda a dire e, intervistata dal Fatto Quotidiano, usa parole dure contro l’arretramento della condizione delle donne nel mondo del lavoro che definisce “funambole del tempo”, acrobate della conciliazione dei tempi di vita, di cura e di lavoro. “L’Italia – continua Camusso – è un Paese paternalista e maschilista. Si è preferito continuare a fare scelte, come quella della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, che richiedono alle donne di essere delle equilibriste. Come se la maternità fosse solo un fatto privato, e non anche un fatto sociale”. Qui l’intervista completa.

 

Camusso, partiamo dai numeri. Le donne che abbandonano il lavoro alla nascita di un figlio sono in fortissimo aumento. Come si spiega?

I Comuni non hanno più soldi, l’operazione di decentrare le responsabilità e accentrare le risorse è stata una mannaia per il welfare, calata sugli enti locali con la copertura ideologica dello Stato sociale come costo che non possiamo più permetterci. È scattata la stagione delle privatizzazioni, di un modello ideologico e liberista che, taglio dopo taglio, riduce i servizi facendo esplodere costi che le madri lavoratrici non riescono ad assorbire. I bonus mamma sono stati un altro escamotage per non mettere mano al miglioramento dei servizi. Quelle risorse avrebbero potuto e dovuto essere usate per gli asili nido e per l’assistenza agli anziani, due facce dello stesso problema per le donne: il carico che grava sulle loro spalle. In Lombardia abbiamo fatto una indagine sulla continuità lavorativa femminile. Ci sono due interruzioni: intorno ai 40 anni, per la cura di un bimbo, e oltre i 50, per l’assistenza a un anziano.

I dati però dicono che sono in deciso aumento anche i padri che lasciano il lavoro…

Non abbiamo nessuna prova che questi papà gettino la spugna per stare a casa ad accudire un figlio. Basta guardare le statistiche per vedere che la mobilità professionale riguarda gli uomini e non le donne. Il mercato del lavoro viaggia a due velocità, con un forte gender gap. Anche l’uso limitato del ricorso al congedo di paternità dimostra che non possiamo fare automatismi.

Perché secondo lei non sono state ancora intraprese azioni politiche forti a sostegno della genitorialità, a dispetto delle tante parole?

Perché l’Italia è un Paese paternalista e maschilista. Si è preferito continuare a fare scelte, come quella della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, che richiedono alle donne di essere delle equilibriste. Come se la maternità fosse solo un fatto privato, e non anche un fatto sociale.

camusso

Cosa occorrerebbe?

Serve un meccanismo paritario di congedo obbligatorio e retribuito per la maternità e la paternità: anche un maschio può allevare un bambino. Ma per far questo occorre cambiare la logica del nostro sistema imprenditoriale, logica in base alla quale le donne sono inaffidabili e sono un costo perché fanno figli e hanno permessi per l’allattamento. Nei colloqui di assunzione le aziende hanno ricominciato a fare certe domande alle candidate, tipo “sei fidanzata”, “sei sposata”, “vuoi fare figli”. C’è il ritorno di un maschilismo violento: siamo rientrati nella grande fiera del pregiudizio.

Cosa si aspetta dal nuovo governo?

Il premier ha annunciato un investimento sui nidi. Ma serve un piano per realizzare una rete efficiente di servizi, considerando il fatto che in una vasta area del Paese, il Meridione, è quasi inesistente. Servono una idea e un progetto vero, che però al momento non vedo.

Le lavoratrici madri lamentano anche una organizzazione del lavoro poco flessibile. A cosa si deve?

Deriva da una concezione maschile del modello di lavoro. Il nostro sistema produttivo è parcellizzato e non ha progettualità. Rendere più flessibile un sistema non può significare che il lavoratore deve essere a disposizione in ogni momento. Richiede energia, richiede una gerarchia altrettanto flessibile. Il massimo dello sviluppo di pensiero si limita a uno o due giorni di telelavoro. Ma questo significa solo ritagliare un comodo angolino sul quale apporre il titolo “pari opportunità”.

Fortebraccio News

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