Sei anni fa il “naufragio di Lampedusa”: quando ancora piangevamo i morti – Andrea Malpassi

Alle prime luci dell’alba, quella mattina del 3 ottobre di sei anni fa, sono stati i pescherecci ed alcune imbarcazioni civili ad accorgersi del naufragio. Il tratto di mare lì davanti all’Isola dei Conigli, Lampedusa, era pieno di corpi: uomini e donne e bambini, morti e vivi. I pescatori e i cittadini non ebbero bisogno di pensarci: strapparono dalle acque i corpi di chi stava per affogare e i corpi di coloro che non ce l’avevano fatta. Perché erano i corpi di esseri umani disperati,  fuggiti dalla dittatura in Eritrea verso un’Europa che immaginavano più accogliente, civile, umana.

Erano esseri umani e solo per questo, agli occhi dei pescatori e dei cittadini di Lampedusa, meritavano una mano tesa, una coperta termica, una tazza d’acqua. E se proprio non restava più niente da fare, erano esseri umani e già solo per questo meritavano una degna sepoltura.

Il “naufragio di Lampedusa” lasciò 368 morti, 20 dispersi, 155 sopravvissuti.

Per capire da cosa fuggivano, basti ricordare che la dittatura eritrea vietò perfino di affiggere i manifesti con i nomi dei propri connazionali morti nel naufragio: erano “traditori”, secondo la dittatura, ed in patria li avrebbe aspettati comunque la morte.

Per capire verso dove andavano –verso dove pensavano di andare- ricordiamo come reagirono l’Italia e l’Europa in quel lontanissimo ottobre del 2013, solo sei anni fa. L’allora Presidente del Consiglio, Enrico Letta, si recò a Lampedusa. Si inginocchiò davanti alle piccole bare bianche dei bambini e pregò, chiedendo loro perdono. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non ebbe esitazioni: “Provo vergogna e orrore –disse- bisogna rivedere le leggi anti-accoglienza.” E similmente dichiarò Barroso, l’allora Presidente della Commissione Europea: che spinse l’Europa ad aiutare economicamente l’Italia per l’accoglienza dei migranti. Alla Marina e all’Esercito fu chiesto di lanciare l’Operazione Mare Nostrum: per aiutare i barconi in difficoltà, per salvare vite umane. L’isola di Lampedusa e la Sicilia intera si prodigarono in azioni di solidarietà, verso i superstiti e verso le famiglie dei morti, tanto che da più parti Lampedusa venne candidata al Nobel per la Pace. E in molte piazze d’Italia si manifestò contro la “Bossi-Fini”, contro il “decreto Maroni”: quelle leggi che rendevano “illegale” un essere umano solo perché esisteva, solo perché era nato dalla parte sbagliata di una frontiera. Finché il 3 ottobre divenne proprio la “Giornata Nazionale delle vittime dell’immigrazione”.

Non eravamo brutte persone, sei anni fa. Soccorrevamo i naufraghi, componevamo i morti. Erano pochi e tendenzialmente isolati quelli che ostentavano –anche sui social- sentimenti disumani verso tragedie simili: la maggior parte di noi piangeva, si indignava, voleva aiutare.

Non eravamo brutte persone, sei anni fa, e non lo siamo nemmeno adesso. Nonostante tutto ciò che è capitato in mezzo: la missione di “salvataggio” è stata trasformata in una missione di “protezione dei confini e respingimento”; sono state criminalizzate in ogni modo le ONG che hanno continuato a cercare di salvare i naufraghi; la solidarietà europea si è tramutata in un continuo scaricabarile; allungare la mano in mare per afferrane una che sta affogando è diventato illegale. E qualcuno si è arrogato il diritto di trasformare la paura in odio, in bile, in un veleno tossico. Un veleno che quel “qualcuno” ha provato a diffondere con mille bugie nel terreno fertile dell’emarginazione, dell’insicurezza, del senso di impotenza davanti ad una società che esclude e che fa sentire sempre così soli, sempre così deboli…

Ma nonostante questo e nonostante tutti quei “qualcuno”, dopo soli sei lunghissimi anni, noi stiamo tornando a piangere chi affoga. Stiamo tornando a tendere la mano in mare, a chiedere che non solo non sia più illegale farlo, ma che sia proprio l’Italia a farlo, che sia l’Europa. Stiamo tornando a pretendere che un ragazzino nato qui –o che qui va a scuola fin da piccolo- sia riconosciuto italiano: semplicemente come il suo compagno di banco, come i suoi compagni di giochi.

Stiamo tornando ad accorgerci –già- di non essere affatto delle brutte persone: nonostante “qualcuno” abbia provato a convincerci del contrario.

Andrea Malpassi

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