Nel 2018 l’Italia ha venduto armi da guerra alla Turchia per un valore di 360 milioni di euro

Le guerre si fanno con le armi. E le armi qualcuno le produce e le vende. E la Turchia è da anni tra i principali clienti dell’industria bellica italiana. “Negli ultimi quattro anni – scrive la Rete Italiana per il disarmo “l’Italia ha autorizzato forniture militari per 890 milioni di euro e consegnato materiale di armamento per 463 milioni di euro” sottolinea Vignarca. In particolare nel 2018 sono state concesse 70 licenze di esportazione definitiva per un controvalore di oltre 360 milioni di euro. Tra i materiali autorizzati: armi o sistemi d’arma di calibro superiore ai 19.7mm, munizioni, bombe, siluri, arazzi, missili e accessori oltre ad apparecchiature per la direzione del tiro, aeromobili e software”. Bombe e missili che il regime turco in questi giorni sta scagliando contro le popolazioni curde del nord della Siria.

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“Non è accettabile – ha dichiarato Giorgio Beretta analista sull’export di armi per la Rete per il disarmo – che il nostro Paese, che ha attivamente sostenuto l’impegno delle popolazioni curde di contrasto all’ISIS, continui a inviare sistemi militari alla Turchia che oggi intende occupare militarmente i territori curdi. E’ giunto il momento che anche il Parlamento faccia sentire la propria voce chiedendo lo stop alle forniture di sistemi militari di produzione italiana fino a che la situazione non sarà chiarita. L’appartenenza della Turchia alla Nato non può costituire un alibi per non affrontare la questione ed assumere le necessarie decisioni”.

La Rete Italiana per il Disarmo, così come fatto ieri da Norvegia e Finlandia, “chiede formalmente al Ministro degli Esteri Luigi Di Maio che vengano sospese con effetto immediato tutte le forniture di armamenti e sistemi militari verso il Governo di Ankara, come prevede la legge 185 del 1990 che impedisce di inviare armi a Paesi in stato di conflitto armato”.

Intanto, la Cgil di Livorno ha approvato ieri un ordine del giorno contro la movimentazione di carichi militari nei porto della città toscana: “Non è tollerabile – recita il comunicato – che il transito di qualsiasi strumento al servizio delle guerre avvenga nella normalità più assoluta, senza disturbo e nel silenzio generale, anche attraverso i porti della nostra provincia”.  La Cgil di Livorno ricorda che “l’articolo. 11 sancisce quindi il diritto dei cittadini/e italiani a ripudiare la guerra e gli strumenti che la nutrono. Movimentare o non movimentare carichi bellici rientra esattamente nella possibilità dei cittadini/e lavoratori/trici di applicare l’art. 11” e chuiede  “quindi che gli/le lavoratori/trici che operano a qualsiasi titolo intorno al materiale di tipo bellico o di attività connesse, vengano accuratamente e opportunamente informati e formati, al fine di poter esercitare l’obiezione ed astenersi legittimamente come fermo segno di contrarietà alle guerre”.

Fortebraccio News

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