“Non chiudete il teatro più bello del mondo”

L’ultimo appello è arrivato ieri dal regista Gabriele Lavia: “Non posso credere che il Teatro Bellini di Catania si debba chiudere, il teatro più bello del mondo, non ce n’è un altro più bello. Non chiudete il Bellini”,  ha detto in un video che sta facendo il giro dei social.

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Gabriele Lavia

Ma tante altre voci si sono levate in queste settimane per chiedere alle istituzioni, alla regione siciliana, che ha tagliato i fondi, di salvare uno dei poli culturali più importanti d’Europa, un gioiello architettonico di smisurata bellezza che vanta tra le acustiche migliori del mondo e sul cui palco si sono esibiti giganti della lirica come Maria Callas e Luciano Pavarotti.

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Non si contano i comunicati di solidarietà che arrivano da ogni parte d’Italia e del mondo, dai lavoratori, dalle orchestre e dai cori della Scala di Milano, del Massimo di Palermo, dal San Carlo di Napoli, dall’Accademia nazionale di Santa Cecilia, dal Regio di Torino, dalla Fenice di Venezia, dal Petruzzelli di Bari. Tutti esprimono “sbigottimento per la chiusura coatta del Bellini”.

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Striscione esposto al Liceo Classico Nicola Spedalieri

E non si contano nemmeno gli attestati di solidarietà che arrivano dai cittadini, dal mondo delle associazioni, dagli studenti, attraverso i gruppi e le pagine messe su dai lavoratori del Bellini per dare voce alla loro protesta che è diventata la protesta di tutto il mondo culturale italiano e internazionale.

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L’unico a sembrare sordo è il presidente della regione siciliana, Nello Musumeci, che però, nel frattempo, mentre taglia i finanziamenti al Bellini, condannandolo alla chiusura, finanzia, a suon di milioni di euro la ristrutturazione di “Ambelia” , una tenuta per cavalli situata nel territorio del suo paese di origine, Militello Val di Catania.

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Fiuni di denaro pubblico che magari avrebbero potuto avere ben altra destinazione. Nulla contro i cavalli, per carità, ma forse bisognerebbe ribaltare l’ordine di priorità. Sì, perché intanto al Bellini, che da mesi è in esercizio provvisorio, i concerti di ottobre sono saltati e per la stagione 2020 non si potranno firmare contratti. Insomma, “game over” come recita la scritta esposta sulla facciata del teatro.

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“Gentile Presidente”, lo ha incalzato Loretta Nicolosi, corista e rappresentante sindacale della Slc Cgil al Bellini, “lo so che lei è impegnatissimo e molto probabilmente non segue i social,  forse le richieste di incontro che le abbiamo inviato si sono perse? E tutti i videomessaggi  da parte di personaggi di spicco famosi nazionali ed internazionali a sostegno del Bellini probabilmente avevano il volume troppo basso e non ha potuto ascoltarli. So anche che gli appelli scritti e letti in tutti i teatri italiani da parte dei nostri amici e colleghi dalla Scala di Milano al Massimo di Palermo e trasmessi su tutti i telegiornali in loco, così come le nostre manifestazioni in piazza mandati in onda su tutti i media sono stati vani per via di un blackout che è avvenuto nella sua abitazione. Però Signor Presidente, lei, si rende conto che due paroline visto lo sgomento di tutto il mondo culturale e non, potrebbe “spenderle” o anche quelle sono a zero euro come i bilanci del nostro Teatro Massimo Bellini?”

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Loretta Nicolosi e le sue colleghe

“Per salvare il teatro Vincenzo Bellini”, ha ironizzato su Facebook Antonio D’Amico, violinista e segretario generale della Fistel Cisl di Catania, “sarebbe bastato un semplice cambio di destinazione d’uso. Da Teatro lirico a Ente Fiera equini”.

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Nei giorni scorsi, D’amico ha lanciato una ironica ma amara provocazione, un cartello “Vendesi” sulla facciata del teatro: “Vendesi stabile storico semi-ristrutturato zona Catania centro”, h scritto. “Ottimo per attività commerciali come Mc Donald’s, Starbucks, Kfc o Supermercato. Non adatto per attività culturali (perché di cultura non si mangia). Trattativa riservata, no perditempo. Per info rivolgersi presso: Regione Siciliana”.

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Johnny Stecchinio al Bellini

Ma i lavoratori non demordono, anzi, al contrario, organizzano manifestazioni, presidi,  flashmob, concerti improvvisati sulla metropolitana. E la città è con loro perché, come recitano gli slogan più efficaci della protesta “una città senza cultura è una città senza speranza” e “chi uccide la cultura, uccide il futuro”: è,’ cioè, “un affaffino”, come direbbe Roberto Benigni che al teatro Bellini ha girato una delle scene più memorabili di quel capolavoro che si chiama “Johnny Stecchino”.

M. M.

Foto di copertina dal web

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