Il Financial Times contro i medici italiani che si rifiutano di praticare l’aborto

Valentina Milluzzo aspettava due gemelli, ma la sua gravidanza si complicò drammaticamente: rischi di aborto spontaneo, infezione, un ricovero di diciassette giorni all’Ospedale Cannizzaro di Catania.

Durante quei giorni, come sostiene suo padre, nessuno dei medici intervenne per interrompere la gravidanza: anche se avevano loro stessi dichiarato che i feti non sarebbero sopravvissuti e che quello sarebbe stato, invece, l’unico modo per salvare la vita a Valentina.  Che morì, a trentadue anni, il 16 ottobre del 2016.

I medici che ebbero in cura la donna erano tutti obiettori di coscienza, lo era il primario di Ginecologia dell’ospedale, lo era l’anestesista. E’ il Financial Times ad evidenziarlo, due giorni fa, sottolineando che “il caso è diventato un simbolo delle difficoltà che le donne italiane affrontano quando cercano di esercitare il loro diritto all’aborto in Italia”. Perché quei medici sono ora a processo per omicidio colposo e, secondo il giornale britannico, hanno inizialmente provato ad appellarsi proprio al loro stato di “obiettori di coscienza”.

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La vicenda giudiziaria avrà un suo iter che, lo speriamo, accerterà eventuali colpe e responsabilità: ma letta nel freddo e obiettivo racconto di un quotidiano straniero, la nostra realtà appare ancora più sconcertante. In Italia più di due ginecologi su tre sono obiettori di coscienza e il loro numero è in costante aumento. In Sicilia lo sono addirittura nove medici su dieci e nell’intero Molise c’è un solo medico a praticare le interruzioni di gravidanza. Viene citata una dottoressa di Genova, che ha scelto di diventare “obiettrice” perché –rimasta sola a praticare oltre ottocento aborti l’anno- il suo lavoro era ormai pericoloso per le donne stesse.

La Cgil denuncia da anni che le norme sull’obiezione di coscienza colpiscono, nella loro attuazione,  il diritto alla salute delle donne -e che queste norme vengano applicate discriminando i lavoratori che non si dichiarano obiettori. E’ sempre il Financial Times, infatti, a citare il ricorso fatto e vinto dalla CGIL al Comitato Europeo dei Diritti Sociali. L’Europa ha dato ragione alla CGIL nel 2016 e lo ha ribadito anche alcuni mesi fa: l’Italia deve adeguare la propria normativa e controllare la sua attuazione concreta, affinché le donne che devono ricorrere all’interruzione di gravidanza possano farlo senza correre rischi. E i medici non obiettori devono essere tutelati rispetto alle loro possibilità di carriera, sovraccarico di lavoro ed eventuale mobbing.

E’ una battaglia legale, certo, basata sul Diritto e sui diritti: ma è innanzitutto una battaglia civile e culturale, purtroppo ritornata prepotentemente attuale. Perché la Destra, del suo conservatorismo più retrivo, ne fa una bandiera ostentata: per esempio a Verona, città guidata dalla Lega, vengono finanziate tutte le associazioni antiabortiste più radicali e, prima di interrompere la gravidanza, le donne sono costrette a “consultare” i gruppi antiabortisti. E il famigerato decreto Pillon continua ad essere la linea ideologica di Salvini e Meloni: che, non scordiamolo, erano entrambi in prima fila al Congresso della Famiglia sempre a Verona: a baciare rosari e giurare su “Dio, patria e famiglia”, tra i sostenitori del cattolicesimo medievale e della purezza della razza.

Andrea Malpassi

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