“Ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli”. Omaggio a Pasolini – Pietro Folena

Pier Paolo Pasolini ci ha insegnato lo spirito corsaro. Non per “scandalo”, ma per attitudine a non acconciarsi mai all’apparenza e alla superficialità. Per la nostra militanza giovanile -nella FGCI- Pasolini era anzitutto quello di “Io so”: “Il Partito Comunista Italiano è la salvezza dell’Italia…un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico”. Sentirsi da questa parte, militare per una diversità -non ideologica, come si è malinteso: una diversità corporea, una società separata, che prefigurava un mondo nuovo- rispetto all’esistente, essere la speranza nella storia. PPP era l’intellettuale controcorrente che, grazie a Gianni Borgna, era venuto alla Festa della FGCI al Pincio, ritrovando un filo forte con un mondo che vent’anni prima lo aveva emarginato a causa della sua omosessualità.

Ma Pasolini andava preso tutto, nel suo essere sempre anticonformista e critico, anche nei confronti delle “mode” a sinistra. Le Lettere luterane -articoli e saggi usciti nei mesi precedenti il suo assassinio- sono una fabbrica di schiaffi al conformismo intellettuale e
democratico, e non solo a quello del Potere. Penso alle sue prese di posizione contro l’aborto. O alle sue polemiche contro intellettuali e amici. Come quella con Italo Calvino, dopo il massacro del Circeo (quando alcuni neofascisti “borghesi” stuprarono due ragazze e assassinarono Rosaria Lopez), che aveva riflettuto sul carattere odioso di questo delitto, coltivato in un giro pariolino , quando aveva ricordato come in ambienti popolari e di borgata, devastati dalla droga, si verificassero con frequenza fatti della stessa matrice. E’ in quest’indagine sull’umano, senza paraocchi, condotta fisicamente, col proprio corpo e con la propria sessualità -come Caravaggio, osservò Federico Zeri– , che Pasolini distrugge ogni costruzione retorica, e costringe a porsi il problema dell’educazione, della cultura, dell’alfabetizzazione dei giovani. Dieci anni dopo la sua morte, nel cuore degli anni ‘80, quando il terrorismo rosso aveva finito di devastare vite e, con esse, valori della sinistra, quando trionfava l’ideologia del “riflusso”, della Milano da bere, del nuovo individualismo, scegliemmo di proporre Pasolini come emblema di una lotta culturale. La disperata passione di essere nel mondo, verso delle Ceneri di Gramsci, fu il messaggio della Festa nazionale della FGCI rifondata, a Castel Sant’Angelo. Piovvero accuse di antimodernismo, di nostalgia per un’Italia arretrata -lettura grottesca di Pasolini-: sceglievamo invece consapevolmente l’esempio di quell’uomo, morto schiacciato nella sabbia dell’Idroscalo, non tanto interessati al tema del complotto e dei retroscena di questo delitto- carico ancora oggi di misteri-, ma alla sua vita, alla sua opera messa in scena nella sua vita fino alla sua morte, per resistere in quegli anni, investire sulle nostre risorse morali, creare le condizioni di un tempo migliore.

Oggi la lezione pasoliniana -in senso politico- è più che mai attuale. In una stagione in cui il conformismo ci racconta l’odio per gli altri, e in cui consumismo e individualismo sono dilagati oltre ogni limite, il tema della cultura, della morale, dell’altro diventa il più importante. Si può, si deve pensarla diversamente. Anche se non c’è una potenza
alternativa nella società -come invece allora sembrava-. Tornano profetici alcuni versi di PPP: “Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa, sta per non conoscerti più, neanche coi sensi: tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli”.

Pietro Folena

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