Da Landini a Sassoli, a Pistoia la tre giorni di “Cgil Incontri” – Stefano Bartolini

«Se è errato ritenere che i lavoratori non abbiano patria, altrettanto fuorviante è ritenere che ne abbiano una sola, e che noi si sappia qual è». Così Eric J. Hobsbawm trent’anni fa poneva il tema delle identità nel suo libro Lavoro, cultura e mentalità nella società industriale. Più di recente Colin Crouch, che ci ha messo in guardia sui rischi della post-democrazia in un mondo governato da ideali tecnocratici, ha provato ad articolare queste identità multiple in un’immagine descrittiva, sostenendo che le identità nazionali o locali non stanno scomparendo, e non è nemmeno auspicabile che avvenga, ma per evitare che rispondano alle sollecitazioni che le insidiano con soluzioni reazionarie e xenofobe dobbiamo iniziare a immaginarle come inserite dentro a una matrioska. Questa visione implica l’attribuzione ad ogni livello di specifiche prerogative e poteri di governo, concepite in un mondo fondato sulle interconnessioni tra differenze che resistono all’omologazione capitalista. Si tratta di adottare un approccio basato sulla mutua collaborazione e non sull’economia di rapina e di dominio, connotato da un forte spirito solidaristico, in ultima analisi di un rinnovato internazionalismo, che si distingua da un vago cosmopolitismo proprio per la capacità di tenere insieme il riconoscimento della diversità identitarie e financo l’orgoglio di appartenenza ad una data storia – rigettando una mono-identità globale – in un progetto solidale e progressista.

Sul nesso unità e diversità si muovono del resto molte riflessioni, dalle idee di Gramsci sull’unità dei subalterni alle “moltitudini” di Toni Negri e Michael Hardt, passando per il concetto di “popolo” come unificazione di rivendicazioni diverse elaborato da Ernesto Laclau e Chantal Mouffe fino alle teorie e pratiche che caratterizzano il movimento femminista e che oggi riprendono vigore anche grazie ai lavori di Nancy Fraser ed al suo Manifesto.

Certo fra la teoria e la pratica le questioni aperte sono numerose, ed è a partire dal confronto su queste che l’edizione 2019 di CGIL Incontri intende muovere. Si tratta di coniugare un approccio alle vie nazionali alla democrazia, allo sviluppo e al benessere che rispetti i limiti ambientali e rifugga tanto il relativismo culturale o i rischi di sfociare in un razzismo differenzialista quanto un’idea neocoloniale di estensione del modello occidentale (come l’esportazione della democrazia), quanto, infine, forme di egemonismo da parte di singole potenze negli spazi regionali.

Una volta preso atto che lo Stato non è destinato a scomparire e che il suo ruolo non è venuto meno la domanda per noi diventa: quali e quante prerogative questo può e deve esercitare? Quali e quante di queste possono essere affidate ad organismi internazionali, e con quali garanzie che non si risolvano nel mero esercizio di rapporti di forza?

Domande che ci portano dritti al cuore di un problema sempre più pressante. Nelle strutture sovranazionali è possibile (è ancora possibile) costruire una pratica che tenga insieme interconnessioni e autodeterminazione nazionale, l’esercizio della sovranità popolare con il governo dell’economia, oppure queste sono condannate a forme di egemonismo, conformismo, tecnocraticismo e divisione internazionale del lavoro dettate dalla pura legge del più forte? È possibile contrattare i modi dello stare insieme, e se sì come? I sistemi di welfare state sono possibili su scala sovranazionale o possono essere costruiti unicamente a livello statale? E a livello statale, possono esistere solo in presenza di una nazione omogenea, come si sente ormai dire anche da insospettabili e quindi devono per forza sposarsi con un’idea di esclusivismo nazionalista, oppure possono coniugarsi con un concetto inclusivo, democratico e pluralista di cittadinanza, che separi il concetto di nazione da quelli di Stato e di popolo a partire dalla concezione dei diritti umani così come elaborati fin dai tempi della Rivoluzione francese?

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A questo primo gruppo di domande se ne affiancano altre. L’attuale fase di capitalismo finanziario globalizzato, come sostiene David Harvey, si caratterizza per una nuova forma ci “accumulazione tramite esproprio” esercitata nei confronti delle comunità attraverso le privatizzazioni e la finanziarizzazione, con un movimento dei capitali su scala mondiale del tutto fuori controllo e che causa disastri ambientali e sociali. Ed allora, come costruire nuove forme di regolazione, difesa e controllo senza scadere nel nazionalismo e in una competizione fra stati foriera di rischi incalcolabili? Come gestire le tensioni fra le parti di popolazione immobili e quelle mobili, quest’ultime a loro volta divise fra gli sradicati dalle proprie comunità tramite la violenza fisica o economica e chi invece insegue le opportunità della globalizzazione? Come contrastare lo sviluppo ineguale e i meccanismi di dumping salariale, interni ed esterni, resi possibili dalla persistenza di blocchi di differenze nei diritti, negli status, nei livelli di sviluppo e nelle capacità di opporsi efficacemente o meno allo sfruttamento? Come superare la crescente diseguaglianza tra territori anche all’interno di stati prosperi legata a vari tipi di dualismi (nord vs sud, urbano vs rurale, territori connessi alle catene del valore globali vs territori disconnessi)? Come sfuggire alla trappola dei modelli tecnocratici fautori di un’unica via allo sviluppo (sintetizzati nell’acronimo di ascendenza thatcheriana del TINA, there is no alternative) spesso rappresentati da organismi internazionali come l’FMI e la Banca Mondiale, e a livello continentale incarnati dalla famigerata Troika (BCE, FMI, CE)?

La crisi dell’integrazione europea per come si è storicamente realizzata, le strategie globali della Cina con la Belt and Road Initiative (la “nuova via della seta”), le problematiche poste dal continente africano, in cui crescita economica, demografica e state building non hanno ancora trovato un equilibrio e dove emergono forme di neocolonialismo come nella cosiddetta Françafrique, il contesto dell’America latina ancora stretta fra interventismo USA e spinta bolivariana all’alternativa, sono tutti temi che ci spingono a ragionare sugli scenari in cui ci muoviamo.

Alcuni studiosi di geopolitica definiscono la globalizzazione come un qualcosa che scaturisce dall’incontrastato dominio statunitense dei mari e dei mercati finanziari. Secondo questa visione, il modello economico neoliberista va a braccetto con la proiezione imperiale statunitense. Possiamo parlare di crisi di questa egemonia? Se sì, quali sono gli scenari che si delineano? Andiamo incontro alla fine della globalizzazione per come la conosciamo oggi? Oppure si stanno sfidando progetti diversi di globalizzazione, tramite la rinnovata azione di vecchi player come la Russia e il prepotente ingresso sulla scena di un nuovo giocatore come la Cina? Quali sono i risvolti sociali di tutto ciò? Vale la pena chiedersi se siamo oggi in presenza di un rinnovato mondo multipolare o di un impero finanziario globale che confligge con gli stati, o ancora di una combinazione a geometrie variabili di queste componenti in funzione dei diversi contesti e delle diverse storie?

Consapevoli che queste domande mirano a stimolare una riflessione e non a trovare risposte univoche e definitive, ci appare urgente per il sindacato identificare le coordinate di un blocco di rivendicazioni globali, da portare avanti con pratiche internazionaliste, sulla scorta di quanto avvenne ai tempi della prima globalizzazione, quando la rivendicazione delle 8 ore viaggiò sulle navi unendo comunità di lavoratori diverse in tutto il mondo.

E quindi: possono ancora esistere rivendicazioni comuni ai lavoratori di tutto il mondo o siamo destinati a una nuova era di scontri fra le classi lavoratrici? Come unire in un unico movimento mondi, culture e realtà del lavoro così diverse fra loro? E’ fattibile un’azione sindacale internazionale? Il sindacato può avere un ruolo di primo piano nelle grandi mobilitazioni sui temi ambientali? Possiamo innestare le rivendicazioni sul cambiamento climatico e sulle questioni dell’ambiente (che investono anche la salute) sopra al bagaglio delle rivendicazioni del movimento sindacale internazionale? E per tornare a un dibattito antico quanto il movimento dei lavoratori, sono oggi possibili forme di sciopero internazionale nei paesi, nei comparti o nelle stesse multinazionali? Come superare il conflitto innescato dalla divisione fra lavoro dipendente e autonomo, tutelato e non tutelato, stabile e precario, ma unificato dalla comune condizione di subalternità, facendo si che la diversità non sia un elemento di contrasto e frammentazione? Può il tema dei diritti universali del lavoro divenire un elemento unificante e internazionalista? E se si, quale la batteria di rivendicazioni di diritti più adatta su scala globale? Ed in ultimo, come si governa la globalizzazione tutelando le diversità e la redistribuzione della ricchezza?

Discuteremo intorno a questi interrogativi durante l’edizione 2019 di CGIL Incontri alla biblioteca San Giorgio di Pistoia. Un’edizione articolata sugli “scenari” geografici e le azioni” sindacali e politiche, con seminari e tavole rotonde a cui parteciperanno esperti italiani e internazionali e durante la quale non mancherà un faccia a faccia fra il Segretario della CGIL Maurizio Landini e il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli il 7 novembre.

Promossa da Fondazione Valore lavoro in collaborazione con Friedrich Ebert Stiftung, CGIL, Fondazione Di Vittorio e CGIL Pistoia.

Stefano Bartolini

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