Grazie “sardine”: meglio stringersi che perdersi – Andrea Malpassi

Quando soffia un bel vento, di quelli freschi che ripuliscono anche l’aria più inquinata, c’è poco da stare a ragionare o teorizzare: si può e si deve soltanto respirare a pieni polmoni. E magari ringraziare chi quel vento lo sta soffiando, per il bene di noi tutti. E se poi ce la facciamo, provare a soffiare insieme a loro.

Perché in fondo sono proprio questo, le “sardine”: quella boccata d’aria buona e pulita di cui avevamo disperatamente bisogno.

“Saremo sempre uno più di te!” dicono ai Salvini e alle Meloni: e sembra quasi uno slogan infantile, ma quant’è bello, quant’è giusto…

Perché noi lo sapevamo che era così, che doveva essere così: la maggioranza di questo Paese non è fascista, non è razzista. E seppure manchi – ormai potremmo dire da qualche secolo- una rappresentanza politica degna di questo nome, che sappia proporre con credibilità il cambiamento giusto e necessario, ebbene la gente –quella gente che fa la storia- non si rassegna a sentirsi sola ed inutile. Non si rassegna a finire nelle mani di chi semina odio, aizza aggressività, incute paure.

E allora sono ancora una volta le ragazzi e i ragazzi a darci la sveglia, a portarci in strada, a farci stare stretti come sardine nelle piazze di tutta Italia: sono gruppi di ventenni appena, che gentilmente ci chiedono di lasciare un momento tutte le nostre bandiere che ci hanno fatto tanto litigare, e ritrovarci lì, insieme. Per dire al razzismo e al fascismo che saremo sempre uno più loro: e ancora una volta, come nelle piazze dei Fridays for Future, come in Cile, come nel Rojava, come in Libano, glielo diciamo cantando tutti insieme Bella Ciao.

Due giorni fa, alle otto di mattina, mi arrivano cinque richieste di adesione al gruppo Facebook delle “Sardine di Roma”. Sono cinque amici diversi ad avermi invitato, cinque compagni che negli ultimi trent’anni hanno percorso strade politiche diverse, tra scissioni, fondazioni e rifondazioni, nuove speranze inaspettate e sempre meno inaspettate delusioni. Probabilmente tutti e cinque –anzi sei, me incluso- negli ultimi anni siamo riusciti a votare o non votare in modo diverso l’uno rispetto all’altro: e se qualche volta è capitato di votare la stessa cosa (merito esclusivamente del meccanismo elettorale, sia chiaro), è sicuro che comunque si litigava da posizioni “interne” ben diverse. Ho accettato l’invito e poi, con tutti loro e con una ventina d’altri, ho passato la giornata a ragionare del “movimento”, a interrogarci su cosa fossero queste “sardine”, a valutarne punti di forza e-onestamente- soprattutto i punti di debolezza.

E mentre io –noi- eravamo lì a capire cosa gli mancasse per essere davvero utili, le “Sardine di Roma” diventavano in meno di ventiquattrore oltre sessantamila. Sessantamila, solo a Roma, nella città più disincantata e distaccata e sorniona e paracula che si possa immaginare. A dirsi tra loro –ancora: con una gentilezza che diventa sostanza- di stare attenti, non abboccare a provocazioni, non alimentare liti inutili…

… e a chiedere –loro, di vent’anni appena, a noi!- anche scusa per essersi svegliati così tardi.

Quando cadde il Muro di Berlino, quel genio indiscusso di Asor Rosa disse che ci sarebbe voluta una generazione almeno perché certi ideali e certi valori tornassero vincenti. Sarebbero serviti giovani apparentemente destrutturati, ci disse facendoci anche rimanere un po’ male: perché noi siamo ormai intrisi di dolore e risentimento e anche di senso di colpa. Disse così: arriveranno altri giovani. Siate almeno in grado di riconoscerli…

Andrea Malpassi

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