Mi chiamo Luigi e sono figlio di un esubero

Esubero è una brutta parola. Significa che sei di troppo. Che sei nella “lista” di quelli che non servono più, di quelli che verranno buttati fuori dall’azienda. E non importa se in quell’azienda ci lavori da anni o da decenni, se hai dedicato la vita al tuo lavoro, facendo rinunce e sacrificando affetti e famiglia per uno stipendio che spesso, a stento, ti permette di sopravvivere. Sei un esubero, un numero da cancellare con un colpo di penna. E la tua vita, di colpo, diventa un incubo. Al call center Almaviva di Napoli, in questi giorni, sono stati dichiarati 147 “esuberi” e i lavoratori hanno occupato il sito. Gli “esuberi” hanno aperto un gruppo su Facebook in sui si alternano le storie dei lavoratori e delle lavoratrici che verranno licenziati. Tra le testimonianze c’è quella di Luigi Russo, sedici anni, figlio di una lavoratrice che, dopo quasi vent’anni perderà il lavoro.

Buonasera, sono Luigi sono il figlio di un esubero di Almaviva. Vorrei brevemente raccontarvi una storia. Io sono nato nel 2003, la mia mamma lavora in Almaviva dal 2000. Spesso quando lei ha tempo ama raccontare la sua storia, in questa azienda. Mi racconta di quando fu assunta, mi racconta di quando io sono nato, dei pianti di quando io avevo pochi mesi, ed era costretta a lasciarmi alla baby sitter di turno! Mi racconta di turni fino a mezzanotte, fino all’una di notte, fino alle due di notte! Mi racconta di come sia stato difficile crescermi giorno dopo giorno, senza farmi sentire il peso della sua assenza… Io voglio solo dire che mia mamma, è una gran donna, una gran lavoratrice, che la amo profondamente, e che non la voglio veder soffrire, e che queste società dovrebbero capire che non possono giocare sulla pelle nostra e dei nostri genitori!! Lei in quest’azienda ci ha creduto e adesso la vedo disperata. Tutto questo, deve finire! Io spero solo che possa finire per il meglio.

Luigi

esuberi.png

Fortebraccio News

 

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