Ambiente e lavoro possono andare d’accordo. Il caso della centrale Enel di Civitavecchia – Lorenzo Serio

Ma gli operai hanno diritto ad una seconda possibilità? La domanda esplode nella testa del cronista quando vede, davanti al Ministero dello Sviluppo Economico, le tute blu della centrale Enel di Civitavecchia in trasferta a Roma per conquistare un tavolo negoziale che si occupi della loro vertenza. Lo stanno chiedendo dallo scorso giugno: chiedono salario, diritti, rispetto, prospettive occupazionali, in una parola: futuro. Sono più di 400 i posti in ballo nell’indotto. Sotto le finestre di via Molise rabbia, determinazione e nessuno spazio alla rassegnazione; se provate a metterli in fila, 400 operai insieme con le loro famiglie, fanno circa un chilometro di umanità in transito, ma nonostante i numeri imponenti la vertenza della centrale di Torrevaldaliga è quasi sconosciuta al grande pubblico: niente servizi nei Tg nazionali e nei programmi di approfondimento, giusto due righe sulla stampa locale a cercare per bene. Eppure, questa vicenda è un caso di scuola che dovrebbe investire in pieno il dibattito sul futuro del nostro tessuto produttivo in chiave di riconversione delle centrali alimentate a combustibile fossile e su come quello che chiamiamo “il sistema Paese” decide di affrontare la transizione energetica.

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I metalmeccanici sono nel mezzo di questa spinta centripeta: la salute o il lavoro? Lo sanno e lo urlavano anche l’altra mattina che uscire dalle fonti fossili è necessario per tanti motivi, in primis per la salute, la loro e quella di tutto il territorio che li ospita che, dopo dieci anni di carbone, è assediato da percentuali altissime di malattie tumorali e respiratorie; ma il progetto finora conosciuto vede solo il passaggio al gas come fonte di alimentazione, meno inquinante forse ma con un impatto sulla produzione forte e i posti garantiti in questo scenario sarebbero solo qualche decina.

Il nodo di fondo per Civitavecchia, come per Taranto e per tutti gli altri siti industriali che devono far fronte alla transizione energetica, lo individua la vicesegretaria della Cgil Gianna Fracassi: “è necessario collegare l’idea di sviluppo alla giustizia sociale. Dobbiamo cambiare il paradigma per promuovere un cambiamento profondo delle politiche economiche per mettere al centro non il profitto ma le persone, il pianeta e il benessere del nostro ambiente”. Tra salute, lavoro e giustizia climatica chi paga non possono e non devono essere i lavoratori. “La Cgil – continua la dirigente sindacale – ha provato da tempo ad affrontare questo cambiamento, con l’ambizione di poterne governare i processi. Riduzione import di energia, investimenti nelle rinnovabili, maggiore efficienza energetica, produzione decentrata, smart grids (reti per un consumo più consapevole); l’adozione di un solo mercato europeo per essere competitivi con la forza dei paesi emergenti, l’energia come politica comune per l’UE. Già nel Piano straordinario per il lavoro del 2016 il sindacato aveva individuato in questa griglia il campo d’azione.

Oggi è tempo di insediare un’Agenzia per lo Sviluppo che sostenga con soldi pubblici la riconversione e le opportunità” In ogni caso la Cgil sostiene la proposta di un reddito di garanzia e continuità per chi dovesse perdere il lavoro, che non sia un semplice ammortizzatore sociale, ma che offra percorsi di vera formazione e riqualificazione.

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Giuseppe Casafina

Giuseppe Casafina, segretario generale della Fiom territoriale, 40 anni e un passato da operaio all’Ilva di Taranto è perentorio: “Scongiurare il dramma sociale che sta per investire l’intera città, siamo ancora in tempo per intervenire, si potrebbe investire sullo sviluppo di un bacino di carenaggio e sulla darsena energetica grandi masse, i profili professionali dei metalmeccanici impiegati sarebbero perfettamente sovrapponibili e non si perderebbe un solo posto di lavoro, ma – ci racconta il sindacalista – né dalla politica né dalla proprietà è arrivata alcuna proposta operativa, nessun segnale” Si, i lavoratori della centrale Enel hanno diritto ad una seconda possibilità, il profondo legame tra la centrale e il suo porto, l’urgenza delle bonifiche e la riconversione, Civitavecchia può e deve essere il laboratorio italiano per sperimentare una transizione energetica sostenibile e giusta.

Lorenzo Serio

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