20 gennaio ’27, il governo fascista emana la legge che riduce i salari delle donne della metà rispetto agli uomini – Ilaria Romeo

Per la serie “hanno fatto anche cose buone”, il 20 gennaio del 1927, con un decreto, il Governo italiano interviene sui salari delle donne riducendoli alla metà rispetto alle corrispondenti retribuzioni degli uomini.

Del resto avrebbe scritto qualche anno dopo Ferdinando Loffredo nella sua Politica della famiglia (1938): “La indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia, quanto più onestamente intesa, cioè quanto maggiore sia la serietà del marito […] La conseguenza dell’emancipazione culturale – anche nella cultura universitaria – porta a che sia impossibile che le idee acquisite permangano se la donna non trova un marito assai più colto di lei . […] deve diventare oggetto di disapprovazione, la donna che lascia le pareti domestiche per recarsi al lavoro, che in promiscuità con l’uomo gira per le strade, sui tram, sugli autobus, vive nelle officine e negli uffici […] Il lavoro femminile […] crea nel contempo due danni: la «mascolinizzazione» della donna e l’aumento della disoccupazione maschile. La donna che lavora si avvia alla sterilità; perde la fiducia nell’uomo; concorre sempre di più ad elevare il tenore di vita delle varie classi sociali; considera la maternità come un impedimento, un ostacolo, una catena; se sposa difficilmente riesce ad andare d’accordo col marito […]; concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe”.

Diceva similmente Benito Mussolini su Il Popolo d’Italia del 31 agosto 1934 : “L’esodo delle donne dal campo di lavoro avrebbe senza dubbio una ripercussione economica su molte famiglie, ma una legione di uomini solleverebbe la fronte umiliata e un numero centuplicato di famiglie nuove entrerebbero di colpo nella vita nazionale. Bisogna convincersi che lo stesso lavoro che causa nella donna la perdita degli attributi generativi, porta all’uomo una fortissima virilità fisica e morale”.

La donna, dunque – per il bene della Patria! – deve essere collocata in casa, a fare figli.

La prima offensiva al lavoro femminile del Regime si avrà nell’insegnamento.

Con il Regio Decreto 2480 del 9 dicembre 1926 le donne saranno escluse dalle cattedre di lettere e filosofia nei licei, verranno tolte loro alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, si vieterà loro di essere nominate dirigenti o presidi di istituto (già il Regio Decreto 1054 del 6 maggio – Riforma Gentile –  vietava alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie.  Per estirpare il male veramente alla radice, saranno raddoppiate le tasse scolastiche alle studentesse, scoraggiando così le famiglie a farle studiare).

Una legge del 1934 (legge 221) limiterà notevolmente le assunzioni femminili, stabilendo sin dai bandi di concorso l’esclusione delle donne o riservando loro pochi posti, mentre un decreto legge del 5 settembre 1938 fisserà un limite del 10% all’impiego di personale femminile negli uffici pubblici e privati.

L’anno successivo, il Regio Decreto n. 989/1939 preciserà addirittura quali impieghi statali potessero essere alle donne assegnati: servizi di dattilografia, telefonia, stenografia, servizi di raccolta e prima elaborazione di dati statistici; servizi di formazione e tenuta di schedari; servizi di lavorazione, stamperia, verifica, classificazione, contazione e controllo dei biglietti di Stato e di banca, servizi di biblioteca e di segreteria dei Regi istituti medi di istruzione classica e magistrale; servizi delle addette a speciali lavorazioni presso la Regia zecca. L’articolo 4 della stessa legge, suggerirà altri impieghi “particolarmente adatti” alle donne: annunciatrici addette alle stazioni radiofoniche; cassiere (limitatamente alle aziende con meno di 10 impiegati); addette alla vendita di articoli di abbigliamento femminile, articoli di abbigliamento infantile, articoli casalinghi, articoli di regalo, giocattoli, articoli di profumeria, generi dolciari, fiori, articoli sanitari e femminili, macchine da cucire; addette agli spacci rurali cooperativi dei prodotti dell’alimentazione, limitatamente alle aziende con meno di 10 impiegati; sorveglianti negli allevamenti bacologici ed avicoli; direttrici dei laboratori di moda.

Del resto, scriveva Giovanni Gentile ne La donna nella coscienza moderna (1934): “La donna non desidera più i diritti per cui lottava […] (si torna) alla sana concezione della donna che è donna e non è uomo, col suo limite e quindi col suo valore […]. Nella famiglia la donna è del marito, ed è quel che è in quanto è di lui”.

In un tempo in cui al Festival di Sanremo viene invitata una donna perché è bella e “sa stare un passo indietro al proprio uomo” forse sarebbe opportuno non dimenticare…

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

37 pensieri riguardo “20 gennaio ’27, il governo fascista emana la legge che riduce i salari delle donne della metà rispetto agli uomini – Ilaria Romeo

  1. Quasi 100 anni dopo,nonostante le tante conquiste strappate dale donne con le unghie e con i denti,ci troviamo con dei politici che coltivano la speranza di vedere le donne a casa .a custodire il sacro focolare,dicono e fare figli,che diventeranno magari anche mezzo di scambio con fav0ri e voti.E c’è un servizio pubblico-la RAI-che promuove un festival dove un cialtrone presentatore elogia le belle ragazze che faranno vetrina,neanche fossimo al mercato delle vacche e sono elogiate perchè sanno stare un passo indietro rispetto ai loro uomini,più importanti.E forse è con questo spirito che la candidata alla regione Emilia Romagna,esponente della lega,resta felicemente eclissata per non fare ombra-sì proprio un passo indietro- all’ingombrante felpaverdepadano che scorrazza in lungo e in largo per la regione imbonendo,promettendo e imbrogliando.

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    1. Da essere umano ad essere umano di dico brava, ottimo commento!
      Dovrei dire essere donnumano o essere umanodonna per ironizzare ..
      Purtroppo la parola confonde ancora i pensieri e la coscienza e quindi mi gioisce il cuore quando leggo commenti come il suo, Chicchi Acquadifuoco, e se sei romagnola mi rendi ancora più fiero del sangue di mia madre che era una romagnola nata nel 33 e mi insegnò sempre di usare coscienziosamente la coscienza e la parola.
      Sei una grande, brava!

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    2. E brava Chicchina , adesso che hai espresso il tuo pensiero sarai più leggera e sono contento per te. Posso però dire qualcosa anche io ? A prescindere dal fatto che , proprio per l’importanza che per me ha la donna , trovo giusto e utile che ci sia un innalzamento della sua cultura o posizione sociale, rimango però convinto dell’importana esenziale che la donna ha nell’ambito della famiglia che la vede fondamento della qualità, della salute, della consistenza della famiglia stessa e tanti altri versi, per i quali comunque anche l’uomo deve fare la sua parte. Credo sia difficile gestire correttamente il ruolo di mamma, moglie e lavoratrice a meno che, come faceva mia moglie , non si abbia la possibilità di fare un lavoro che ti permette di programmarlo ed avere quindi la possibilità di impegnare il tempo secondo priorità. Penso inoltre che le cose siano andate troppo di fretta e tanti problemi che hanno i nostri giovani o le famiglie, potevano essere evitati e far maturare una gioventù più responsabile. Penso che invece di parlare sempre di diritti, prima bisognerebbe parlare di doveri. Penso infine che , per un essere umano , la libertà sia la cosa più importante e fare quello che più ci piace sia la cosa più bella , ma a patto che si rispetti il concetto che la nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri e che quello che ci piace non debba , per forza, diventare normale per tutti. Se la donna non ci fosse stata, che tipo di mondo sarebbe stato ? Probabilmente non ci sarebbe stato. Evviva le donne.

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      1. Caro Ulderico,
        mi spiace molto che la tua menomazione, cioè la mancanza di un pezzo di cromosoma, ti impedisca di essere . (prendila come una bonaria presa in giro) Vorrei darti un messaggio di speranza: tanti uomini hanno scoperto con gioia che può non essere diversa dalla nostra. Ed è una cosa positiva soprattutto per loro: si è più liberi fuori dai ruoli. Trovo ottima la tua esortazione a parlare di doveri prima che di diritti: parliamo un po’ dei doveri degli uomini all’interno della famiglia, (non se ne parla mai) verso i bambini, verso gli anziani, per la tenuta sociale; parliamo di dove finisce la loro libertà per permettere alle donne di avere la loro. Parliamone in relazione alle famiglie reali, nelle periferie delle nostre città, nelle periferie umane e spirituali. Quando sono mancati gli uomini (penso durante la seconda guerra mondiale) le donne hanno imparato per necessità a fare quello che prima gli era precluso, ovvero i lavori “da uomini”; perché ora che mancano le donne (nel senso lato del termine, ovvero non svolgono più il loro ruolo tradizionale perché altrimenti impiegate) gli uomini non riescono ad imparare a sostituirle?

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  2. Ma in quell epoca anche in Russia in America in gran parte del mondo le donne avevano e hanno ancora oggi salari inferiori anche in Italia in alcuni settori le donne tuttora hanno salari minori

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      1. Cge le Legge del 20 gennaio 1927 che riduce i salari alle donne non si trova fra le leggi pubblicatae sulla GU.

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  3. Tenco a precisare, che non esistono contratti con tabelle contrattuali di lavoro con differenze salariali tra uomo e donne , ma l’unica differenza sta nelle opportunità.

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  4. Realizzare nella vita delle persone la Costituzione nei suoi articoli fondamentali:

    il 2 il 3 ed il 53!

    Sta qui la Sociale Rivoluzione!

    Coordiali saluti,

    roberto

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  5. Pingback: Vola solo chi osa
  6. Mi scusi Ilaria ma non sono riuscito a trovare il decreto legge in questione. Può cortesemente indicarmi il numero, o ancor più gentilmente fornirmi un link?
    Grazie e cortesi saluti

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      1. Gentile Costanzo, per correttezza e completezza, le allego una selezione delle fonti delle quali mi sono avvalsa:

        Scrive Gabriella Parca, giornalista e scrittrice, autrice delle prime inchieste sui rapporti tra i sessi nell’Italia del dopoguerra, ne L’avventurosa storia del femminismo (Arnoldo Mondadori Editore, 1976): “Questo percorso emancipativo si interrompe bruscamente con il potere fascista; il governo più lungo nella storia dell’Italia unita, rimane in carica dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943; e già nel 1923 il neoministro Gentile realizza una famigerata riforma rimasta in vigore anche ben dopo la caduta del fascismo; in quella legge, Regio Decreto 1054/1923, la cosiddetta Riforma Gentile (quella che ha escluso i chimici dall’insegnamento di Chimica nei licei) si inizia a proibire alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie; col Regio Decreto 2480/1926 si continua proibendo alle donne l’insegnamento della filosofia, della storia e dell’economia nelle scuole secondarie; con le scelte economiche deflazionistiche che portarono alla cosiddetta quota 90 nel cambio si aumentarono le tasse del 20% sui salari e il 20 gennaio 1927 furono dimezzati con un decreto i salari femminili. Dopo l’instaurarsi delle crisi economica mondiale del 1929 la situazione portò ad ulteriori restrizioni per il lavoro femminile; nel 1933 al culmine della crisi si vietò alle donne (e ai pensionati) in cerca di occupazione di iscriversi nelle liste di collocamento. Negli anni successivi la pubblica amministrazione poté discriminare le donne nelle assunzioni, escludendole da una serie di pubblici uffici (Legge 22/1934) ed il Regio Decreto 15/10/1938, che vieta ai datori di lavoro pubblici e privati di assumere più del 10% di donne. Esclusi solo i lavori considerati particolarmente “adatti” alle donne. Tutte queste scelte restrittive oltre alle motivazioni economiche avevano come scopo di rafforzare l’idea che il compito delle donne era quello di stare a casa e fare e crescere i figli. In quindici anni, dal 1921 al 1936, la percentuale delle donne che svolgevano attività extradomestiche passò dal 32,5 per cento al 24 per cento”.

        Aggiunge Helga Dittrich – Johansen in Studi Storici (Anno 35, n. 1, gennaio – marzo 1994, pp. 207-243): “Con il decreto del 20 gennaio 1927 si stabilì che la retribuzione delle donne fosse abbassata alla metà”.

        L’avvenimento è riportato anche da Elena Pala nel saggio disponibile on line Fasciste su misura. Donna-crisi e donna-madre, le due varianti mussoliniane dell’emancipazione femminile: “A disincentivare l’occupazione femminile intervengono numerosi provvedimenti legislativi. Il 20 gennaio 1927 i salari femminili sono abbassati dal sindacato fascista alla metà dei corrispondenti maschili. La loro caduta è forte nell’industria tessile che raggruppa la maggioranza della manodopera femminile. Se fino al 1926 una tessitrice guadagna 20 lire al giorno, nel 1929 il suo salario scende a 7 o 8 lire al giorno, decurtato del 65%”.

        Scrive ancora Salvatore Palazzolo in Valore e ruolo della donna durante la prima guerra mondiale. Premessa sulla situazione femminile prima della Grande guerra: “Il 20 gennaio 1927 i sindacati fascisti ridussero il salario femminile al 50% di quello percepito dai colleghi maschi”.

        Alisa Del Re è Professoressa associata in Scienza Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova dove insegna Partiti Politici e gruppi di pressione nella UE e Politiche sociali e di Pari opportunità nell’Unione Europea. Nella sua “Cronologia dei diritti delle donne in Italia” scrive: “1927. Il salario femminile è fissato al 50% di quello maschile”.

        Lo stesso dato è riportato sostanzialmente nella medesima forma (“1927. Sono dimezzati per decreto i salari femminili”) in tutte le cronologie sui diritti delle donne da me consultate.

        Infine, in ambito puramente legislativo, scrive Guido Alpa ne L’ingresso della donna nelle professioni legali («Rassegna Forense», n. 2/2010): “Il 20 gennaio 1927 i salari femminili vengono ridotti dai sindacati alla metà dei corrispondenti salari maschili”.

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    1. È davvero spiacevole notare che a distanza di 4 giorni, ancora la Dottoressa Romeo non ci abbia risposto.
      Il che ingenera purtroppo fortissimi dubbi sulla veridicità del decreto che da il titolo all’articolo stesso.
      Non capisco: era un refuso, un errore? Lo si ammetta, e si citano altri decreti a sostegno storico di quanto si scrive, suvvia…la tesi storica potrà essere ugualmente suffragata da altre citazioni corrette, né siamo certi!

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  7. Tutto talmente ridicolo, comico, da suscitare persino riserve. Erano davvero così inconsitenti quelli che tennero sadamente il potere nelle mani per oltre venti anni? Ma anche ammesso che fosse tutto vero e provato, esistono ben altre ragioni per un rifiuto radicale del fascismo. La prima: la soppressione della democrazia rappresentativa. Tutto il resto segue a cascata. Fece anche delle cose buone? Sì, inutile negarlo. Ma nessuna di esse può cancellare il peccato originale.

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  8. Salve, leggo solo ora alcuni commenti.
    Non si tratta di un Regio decreto legge (ho certosinamente verificato), ma si tratta – con estrema probabilità – di un decreto ministeriale (Ministero delle corporazioni).

    Allego una selezione delle fonti delle quali mi sono avvalsa, come si può verificare nessuna di esse cita, i riferimenti del decreto in questione (è questa la ragione per cui, a differenza di tutte le altre leggi riportate nell’articolo, anche io non ne cito il numero).

    Scrive Gabriella Parca, giornalista e scrittrice, autrice delle prime inchieste sui rapporti tra i sessi nell’Italia del dopoguerra, ne L’avventurosa storia del femminismo (Arnoldo Mondadori Editore, 1976): “Questo percorso emancipativo si interrompe bruscamente con il potere fascista; il governo più lungo nella storia dell’Italia unita, rimane in carica dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943; e già nel 1923 il neoministro Gentile realizza una famigerata riforma rimasta in vigore anche ben dopo la caduta del fascismo; in quella legge, Regio Decreto 1054/1923, la cosiddetta Riforma Gentile (quella che ha escluso i chimici dall’insegnamento di Chimica nei licei) si inizia a proibire alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie; col Regio Decreto 2480/1926 si continua proibendo alle donne l’insegnamento della filosofia, della storia e dell’economia nelle scuole secondarie; con le scelte economiche deflazionistiche che portarono alla cosiddetta quota 90 nel cambio si aumentarono le tasse del 20% sui salari e il 20 gennaio 1927 furono dimezzati con un decreto i salari femminili. Dopo l’instaurarsi delle crisi economica mondiale del 1929 la situazione portò ad ulteriori restrizioni per il lavoro femminile; nel 1933 al culmine della crisi si vietò alle donne (e ai pensionati) in cerca di occupazione di iscriversi nelle liste di collocamento. Negli anni successivi la pubblica amministrazione poté discriminare le donne nelle assunzioni, escludendole da una serie di pubblici uffici (Legge 22/1934) ed il Regio Decreto 15/10/1938, che vieta ai datori di lavoro pubblici e privati di assumere più del 10% di donne. Esclusi solo i lavori considerati particolarmente “adatti” alle donne. Tutte queste scelte restrittive oltre alle motivazioni economiche avevano come scopo di rafforzare l’idea che il compito delle donne era quello di stare a casa e fare e crescere i figli. In quindici anni, dal 1921 al 1936, la percentuale delle donne che svolgevano attività extradomestiche passò dal 32,5 per cento al 24 per cento”.

    Aggiunge Helga Dittrich – Johansen in Studi Storici (Anno 35, n. 1, gennaio – marzo 1994, pp. 207-243): “Con il decreto del 20 gennaio 1927 si stabilì che la retribuzione delle donne fosse abbassata alla metà”.

    L’avvenimento è riportato anche da Elena Pala nel saggio disponibile on line Fasciste su misura. Donna-crisi e donna-madre, le due varianti mussoliniane dell’emancipazione femminile: “A disincentivare l’occupazione femminile intervengono numerosi provvedimenti legislativi. Il 20 gennaio 1927 i salari femminili sono abbassati dal sindacato fascista alla metà dei corrispondenti maschili. La loro caduta è forte nell’industria tessile che raggruppa la maggioranza della manodopera femminile. Se fino al 1926 una tessitrice guadagna 20 lire al giorno, nel 1929 il suo salario scende a 7 o 8 lire al giorno, decurtato del 65%”.

    Scrive ancora Salvatore Palazzolo in Valore e ruolo della donna durante la prima guerra mondiale. Premessa sulla situazione femminile prima della Grande guerra: “Il 20 gennaio 1927 i sindacati fascisti ridussero il salario femminile al 50% di quello percepito dai colleghi maschi”.

    Alisa Del Re è Professoressa associata in Scienza Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova dove insegna Partiti Politici e gruppi di pressione nella UE e Politiche sociali e di Pari opportunità nell’Unione Europea. Nella sua “Cronologia dei diritti delle donne in Italia” scrive: “1927. Il salario femminile è fissato al 50% di quello maschile”.

    Lo stesso dato è riportato sostanzialmente nella medesima forma (“1927. Sono dimezzati per decreto i salari femminili”) in tutte le cronologie sui diritti delle donne da me consultate (“Sono dimezzati per decreto i salari femminili. Per protesta operaie e mondine si astengono dal lavoro. A Ravenna scioperano 500 operaie dello iutificio, a Bologna le astucciaie, a Ferrara le braccianti”, si legge all’indirizzo https://storiaefilosofia.wordpress.com/…/08/novecento-5/. Per il mondo Cgil si veda: http://www.adlculture.it/…/le-leggi-delle-donne-sul…) .

    Infine, in ambito puramente legislativo, scrive Guido Alpa ne L’ingresso della donna nelle professioni legali («Rassegna Forense», n. 2/2010): “Il 20 gennaio 1927 i salari femminili vengono ridotti dai sindacati alla metà dei corrispondenti salari maschili”.

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    1. Mi sa dire il numero del regio decreto che approva questa legge? Perché sulla gazzetta ufficiale del 20 01 1927 sono state approvate tante leggi, uso di gas, ecc, ma nessuna di queste parla di salari femminili, mentre il regio decreto 1926, non esclude le donne dalle scuole, ma da alcuni indirizzi scolastici, come esclude gli uomini da altri indirizzi scolastici…. mi citi la legge grazie

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      1. Non c’e nessuna legge , è una notizia falsa, salvo smentirmi. Se poi, c’è qualcuno che ci riesce a farlo ben venga, ma con dati alla mano, non con supposizioni.

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  9. Impressionante e triste. Questi documenti danno prova della situazione del Paese ma anche della condizione della donna in Italia e nel resto del mondo occidentale.
    La chiosa finale su San Remo è ripugnante ed abbassa il buon livello dell’articolo al genere tabloid-spazzatura. Tutta la mia solidarietà ad Amadeus.

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  10. volando pindaricamente su tutti i pregiudizi maschilisti o femministi
    Io oggi mi trovo sempre davanti negli uffici pubblici donne arroganti, prepotenti ,burocrati che anziché pensare da donna fanno braccio di ferro con la logica e l umanità non cito i casi ma ..ogni giorno si leggono abusi perpetrati da donne con potere ( certo gli uomini fanno di peggio ma non fanno le vittime) ora il tutto non si risolve con la paga ma se dio ha deciso di crearci uomini e donne qualche motivo lo avrà avuto
    è difficile esprimersi senza cadere in luoghi comuni

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      1. Per correttezza e completezza, le allego una selezione delle fonti delle quali mi sono avvalsa:
        Scrive Gabriella Parca, giornalista e scrittrice, autrice delle prime inchieste sui rapporti tra i sessi nell’Italia del dopoguerra, ne L’avventurosa storia del femminismo (Arnoldo Mondadori Editore, 1976): “Questo percorso emancipativo si interrompe bruscamente con il potere fascista; il governo più lungo nella storia dell’Italia unita, rimane in carica dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943; e già nel 1923 il neoministro Gentile realizza una famigerata riforma rimasta in vigore anche ben dopo la caduta del fascismo; in quella legge, Regio Decreto 1054/1923, la cosiddetta Riforma Gentile (quella che ha escluso i chimici dall’insegnamento di Chimica nei licei) si inizia a proibire alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie; col Regio Decreto 2480/1926 si continua proibendo alle donne l’insegnamento della filosofia, della storia e dell’economia nelle scuole secondarie; con le scelte economiche deflazionistiche che portarono alla cosiddetta quota 90 nel cambio si aumentarono le tasse del 20% sui salari e il 20 gennaio 1927 furono dimezzati con un decreto i salari femminili. Dopo l’instaurarsi delle crisi economica mondiale del 1929 la situazione portò ad ulteriori restrizioni per il lavoro femminile; nel 1933 al culmine della crisi si vietò alle donne (e ai pensionati) in cerca di occupazione di iscriversi nelle liste di collocamento. Negli anni successivi la pubblica amministrazione poté discriminare le donne nelle assunzioni, escludendole da una serie di pubblici uffici (Legge 22/1934) ed il Regio Decreto 15/10/1938, che vieta ai datori di lavoro pubblici e privati di assumere più del 10% di donne. Esclusi solo i lavori considerati particolarmente “adatti” alle donne. Tutte queste scelte restrittive oltre alle motivazioni economiche avevano come scopo di rafforzare l’idea che il compito delle donne era quello di stare a casa e fare e crescere i figli. In quindici anni, dal 1921 al 1936, la percentuale delle donne che svolgevano attività extradomestiche passò dal 32,5 per cento al 24 per cento”.
        Aggiunge Helga Dittrich – Johansen in Studi Storici (Anno 35, n. 1, gennaio – marzo 1994, pp. 207-243): “Con il decreto del 20 gennaio 1927 si stabilì che la retribuzione delle donne fosse abbassata alla metà”.
        L’avvenimento è riportato anche da Elena Pala nel saggio disponibile on line Fasciste su misura. Donna-crisi e donna-madre, le due varianti mussoliniane dell’emancipazione femminile: “A disincentivare l’occupazione femminile intervengono numerosi provvedimenti legislativi. Il 20 gennaio 1927 i salari femminili sono abbassati dal sindacato fascista alla metà dei corrispondenti maschili. La loro caduta è forte nell’industria tessile che raggruppa la maggioranza della manodopera femminile. Se fino al 1926 una tessitrice guadagna 20 lire al giorno, nel 1929 il suo salario scende a 7 o 8 lire al giorno, decurtato del 65%”.
        Scrive ancora Salvatore Palazzolo in Valore e ruolo della donna durante la prima guerra mondiale. Premessa sulla situazione femminile prima della Grande guerra: “Il 20 gennaio 1927 i sindacati fascisti ridussero il salario femminile al 50% di quello percepito dai colleghi maschi”.
        Alisa Del Re è Professoressa associata in Scienza Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova dove insegna Partiti Politici e gruppi di pressione nella UE e Politiche sociali e di Pari opportunità nell’Unione Europea. Nella sua “Cronologia dei diritti delle donne in Italia” scrive: “1927. Il salario femminile è fissato al 50% di quello maschile”.
        Lo stesso dato è riportato sostanzialmente nella medesima forma (“1927. Sono dimezzati per decreto i salari femminili”) in tutte le cronologie sui diritti delle donne da me consultate.
        Infine, in ambito puramente legislativo, scrive Guido Alpa ne L’ingresso della donna nelle professioni legali («Rassegna Forense», n. 2/2010): “Il 20 gennaio 1927 i salari femminili vengono ridotti dai sindacati alla metà dei corrispondenti salari maschili”.

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  11. 1925, Stalin. chiude il NEP,(borsa russa). 1926 elimina il salario e gli operi che raddoppiano la produzione ed è aumenta l’abbondanza per tutti. Tutto è a gratis per tutti, anche per i nuovi stati che aderiscono alla crescita URSS. raggiungendo una Unione di 100 stati in quattro anni. L’America non ce la fa più. Nel 1929 crolla le Borse della speculazione che vede crollare le richieste a pagamento delle materie prime e alimenti (acciaio, carbone, frumento, potassa, cotone ecc) -L’America da un decimo di paga a tutti, in europa si dimezzano i salari. Si dichiara silenziosamente guerra all’URSS allertando i paesi a lei Alleati, potenziando le aziende belliche. Benito rastrella oro al popolo, pentole, ferro, rame e ogni tipo di metallo. La borsa americana che lo sosteneva era chiusa; come dice sempre il capitalismo in quei momenti: ” arrangiati”. Per le materie prime partimmo con la Germania alla conquista delle colonie minerali in Africa, l’altro in Cina. il resto è Storia e la sapete.

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  12. Tutto falsa, ben scritto, ma totalmente inventato. i riferimenti legislativi citati non esistono. Inoltre si scontra con la realtà storica. Cito solo due esempi. Il direttore di “Gerarchia” la rivista ufficiale del fascismo era una donna Margerita Sarfatti- Le prime donne italiane in divisa. furono le ausiliare della SAF e il loro comandante il primo e unico generale donna Piera Gatteschi Fondelli. Aggiungo la grande quantità di riviste femminili e la nascita di Miss Italia. Tutti esempi che dimostrano il contrario, ossia la presenza delle donne in tutti i campi, per non parlare del mondo culturale in cui poterono emergere domme come Grazia Deledda. Ripeto l’articolo è ben scritto, ma totalmente falso.

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