I social, uno strumento prezioso per chi fa sindacato

Si è aperto un bel dibattito nel sindacato sul tema della comunicazione. Che è un tema fortemente politico perché attiene alla capacità delle organizzazioni sociali di fare “egemonia” valoriale in un paese “intossicato” dal verbo sovranista, di creare inedite “connessioni” in un mondo del lavoro sempre più frantumato e atomizzato. Esmeralda Rizzi, sul nuovo numero di “Idea diffusa”, l’inserto curato dall’Ufficio Lavoro 4.0 della Cgil, ha lanciato ieri un’importante “suggestione”. “Come fare a raggiungere i lavoratori delle app?”, si chiede.

app

Perché, se è vero che il sindacato i lavoratori deve raggiungerli nei luoghi del lavoro, del conflitto e della produzione, è anche vero che non sempre è possibile farlo con le pratiche tradizionali, cucite a misura di un paradigma produttivo (qualcuno direbbe fordista, o anche postfordista) in cui i lavoratori erano concentrati in uno stabilimento, con un unico contratto, e bastava affiggere una locandina nella bacheca sindacale, o fare un volantinaggio fuori dai cancelli, per raggiungerli. Cosa che ancora accade laddove il lavoro continua a rientrare nei perimetri della contrattazione classica, dei diritti e delle agibilità connesse al rapporto di lavoro convenzionale.

E chi non ha un “luogo” di lavoro? Chi pedala tutto il giorno per le strade delle  nostre città a consegnare cibo senza avere un solo diritto, e men che meno quelli sindacali? E quei lavoratori dei subappalti che più subappalti non si può? E quei braccianti schiavizzati nelle serre a quaranta gradi in una campagna sperduta e introvabile o quei giovani nel sottoscala di un call center o quelle “solitudini” disperse, come si usa dire, che nessun sindacato e nessun ispettorato riuscirà mai a trovare? Quali strumenti può usare il sindacato per provare a connettersi con i mondi che sono fuori dal perimetro dell’ordinaria sindacalizzazione e spesso pure della legalità del lavoro? Le formule del “sindacato di strada” o della contrattazione inclusiva, per quanto ancora sperimentali, cominciano a dare risposte. Così come innovativa è la formula, inaugurata di recente, della “comunicazione di strada”, della comunicazione cioè, che riparta, provando a connetterle, dal racconto delle soggettività e delle esperienze concrete di lavoro e di lotta.

E allora sì, ha ragione Esmeralda Rizzi, i social sono uno strumento, non l’unico, ma sicuramente tra i più potenti, a disposizione del sindacato. Ma occorre superare ritardi, feticismi e resistenze. Il sindacato deve recuperare, e lo sta facendo, la capacità di trasmettere messaggi, di comunicare e di comunicarsi, senza cedimenti alla semplificazione populista o al marketing. I grandi sindacalisti, a partire da Giuseppe Di Vittorio, erano – e sono – in fondo anche dei bravi comunicatori. I discorsi di Di Vittorio, o di Trentin, ma anche quelli, oggi, di Landini, sono tra i più “virali” sui social. Diventano post, card o video, e veicolano parole e messaggi positivi ancora oggi, a decenni di distanza in qualche caso. E allora un bravo sindacalista deve essere anche un buon comunicatore,  un sindacalista di strada ma anche di rete, deve, come di Vittorio, saper parlare agli ultimi, da cui lui veniva, con un linguaggio di verità, di rispetto e di umiltà. Come fa Luciano Lama nel saluto all’XI congresso della Cgil del 1986: “Abbiamo sempre cercato di parlare ai lavoratori come a degli uomini, di parlare al loro cervello e al loro cuore, alla loro coscienza. In questo modo il sindacato è diventato scuola di giustizia, ma anche di democrazia, di libertà; ha contribuito a elevare le virtù civili dei lavoratori e del popolo”. Parlare al cuore e alle coscienze mettendo in campo “un ventaglio di risposte che guardino innanzitutto ai giovani e al lavoro povero”, come scrive Landini nell’introduzione al 17° rapporto per i diritti globali. Ma occorre innanzitutto raggiungerli, i giovani, i lavoratori poveri, le nuove solitudini. Con ogni mezzo necessario.

Per questo la comunicazione è diventata, ma lo è sempre stata, una parte fondamentale nell’attività di sindacalista. E allora, la “suggestione” di Esmeralda Rizzi, non va dispersa ma può diventare il punto di partenza per un dibattito che coivolga tutti in questa nuova sfida collettiva, dirigenti, delegati, iscritti, osservatori. Proviamoci.

Fortebraccio

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