“Il voto alle donne è inutile”. Così Mussolini diede inizio al Ventennio – Ilaria Romeo

Dichiarava Benito Mussolini in un’intervista a Le Journal il 12 novembre 1922: “C’è chi dice che intendo limitare il diritto di voto. No! Ogni cittadino manterrà il suo diritto di voto per il Parlamento di Roma […] Consentitemi anche di ammettere che non credo estendere il diritto di voto alle donne. Sarebbe inutile. Il mio sangue si oppone a tutti i tipi di femminismo quando si tratta di donne che partecipano alle questioni statali. Certo, una donna non dovrebbe essere una schiava, ma se le do il diritto di voto, sarei ridicolo. Nel nostro stato, non dovrebbe essere considerata”.

Inizia così per le donne il ventennio fascista: un percorso a ritroso che le relegherà quasi esclusivamente al ruolo di mogli e madri.

La prima offensiva al lavoro femminile del Regime si avrà nell’insegnamento.

Con il Regio Decreto 2480 del 9 dicembre 1926 le donne saranno escluse dalle cattedre di lettere e filosofia nei licei, verranno tolte loro alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, si vieterà loro di essere nominate dirigenti o presidi di istituto (già il Regio Decreto 1054 del 6 maggio  1923 – Riforma Gentile –  vietava alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie.  Per estirpare il male veramente alla radice, saranno raddoppiate le tasse scolastiche alle studentesse, scoraggiando così le famiglie a farle studiare).

La riforma Gentile istituisce, tra l’altro, il Liceo femminile. I licei femminili, recita l’articolo 65,  hanno “per fine di impartire un complemento di cultura generale alle giovinette che non aspirano né agli studi superiori né al conseguimento di un diploma professionale”. Nel liceo femminile si insegnano lingua e letteratura italiana e latina, storia e geografia, filosofia, diritto ed economia politica; due lingue straniere, delle quali una obbligatoria e l’altra facoltativa; storia dell’arte; disegno; lavori femminili ed economia domestica; musica e canto; uno strumento musicale; danza (“La scuola professionale femminile – recita l’art. 7 – ha lo scopo di preparare le giovinette all’esercizio delle professioni proprie della donna e al buon governo della casa. Nella scuola professionale femminile si insegnano: cultura generale (italiano, storia, geografia, cultura fascista), matematica, nozioni di contabilità, scienze naturali, merceologia, disegno, nozioni di storia dell’arte, economia domestica, igiene, lavori donneschi, lingua straniera, religione”).

Le donne, insomma, devono rimanere a casa. Lo stesso pontefice Pio XI, con l’Enciclica Quadragesimo Anno, condannerà nel maggio 1931 il lavoro delle donne fuori dalle mura domestiche: “Così, traviando dal retto sentiero i dirigenti della economia, fu naturale che anche il volgo degli operai venisse precipitando nello stesso abisso, e ciò tanto più che molti sovraintendenti delle officine sfruttavano i loro operai, come semplici macchine, senza curarsi delle loro anime, anzi neppure pensando ai loro interessi superiori. E in verità fa orrore il considerare i gravissimi pericoli a cui sono esposti nelle moderne officine i costumi degli operai (dei giovani specialmente) e il pudore delle giovani e delle donne, gli impedimenti che spesso il presente ordinamento economico e soprattutto le condizioni affatto irrazionali dell’abitazione recano all’unione e alla intimità della vita di famiglia; alle difficoltà di santificare debitamente i giorni di festa […] È bensì giusto che anche il resto della famiglia, ciascuno secondo le sue forze, contribuisca al comune sostentamento, come già si vede in pratica specialmente nelle famiglie dei contadini, e anche in molte di quelle degli artigiani e dei piccoli commercianti; ma non bisogna che si abusi dell’età dei fanciulli né della debolezza della donna. Le madri di famiglia prestino l’opera loro in casa sopra tutto o nelle vicinanze della casa, attendendo alle faccende domestiche. Che poi le madri di famiglia, per la scarsezza del salario del padre, siano costrette ad esercitare un’arte lucrativa fuori delle pareti domestiche, trascurando così le incombenze e i doveri loro propri, e particolarmente la cura e l’educazione dei loro bambini, è un pessimo disordine, che si deve con ogni sforzo eliminare”.

Le donne devono rimanere a casa, e fare figli – tanti.

Nel 1933 Mussolini istituisce la Giornata della madre e del fanciullo, fissata significativamente al 24 dicembre. Le 93 madri più prolifiche d’Italia (almeno 14 figli) vengono ricevute dal duce e dal Papa ed ottengono un premio in denaro.

La medaglia d’onore per le madri di famiglie numerose sarà istituita con la legge n. 917 promulgata da Vittorio Emanuele III il 22 maggio 1939. Era destinata alle madri di famiglie numerose ed andava portata sul lato sinistro del petto, in occasione di tutte le feste nazionali, solennità civili e pubbliche funzioni.

“La donna fascista deve essere fisicamente sana per poter diventare madre di figli sani, secondo le regole di vita indicate dal Duce nel memorabile discorso ai medici. Vanno quindi assolutamente eliminati i disegni di figure femminili artificiosamente dimagrate e mascolinizzate, che rappresentano il tipo di donna sterile della decandente civiltà occidentale”, affermava G. Polvarelli, capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio nelle direttive ai giornali del 1931.

Scrive Fabrizio Monti: “Con il Discorso dell’Ascensione il duce lanciò ufficialmente la cosiddetta ‘battaglia demografica’: un progetto complesso finalizzato a un aumento forzato della popolazione e sviluppato su più fronti. Uno ‘negativo’, atto a inibire il celibato e il matrimonio tardivo e a punire le pratiche contraccettive e l’interruzione di gravidanza, e uno positivo che incoraggiasse il matrimonio, le nascite, e la creazione di famiglie numerose. Una delle prime misure della campagna fu l’introduzione della tassa sul celibato, e quindi sul matrimonio tardivo, nel 1927. I celibi vennero definiti i ‘disertori della paternità’, ma la tassa in realtà non influì in maniera significativa sull’incremento dei matrimoni né sulla loro anticipazione. Una campagna, invece, contro i metodi contraccettivi e l’aborto venne inaugurata nel 1925, allorché diventò un crimine diffondere informazioni su tali pratiche, vendere farmaci contraccettivi e diventò obbligatorio segnalare i medici che praticavano l’aborto. Il Codice Rocco del 1930 incluse la contraccezione e l’aborto tra i crimini contro l’integrità della stirpe, ma l’aborto era già stato dichiarato illegale dal Codice penale Zanardelli del 1889. Anche nel campo delle arti e della cultura la censura intervenne affinché sparissero da film e romanzi riferimenti a contraccezione e aborto”.

Intanto viene varata una legge che ammette negli uffici pubblici e privati l’impiego di un massimo del 10% di donne in proporzione ai posti e stabilisce l’esclusione totale delle donne da quei pubblici impieghi per i quali siano ritenute inadatte per inidoneità fisica o per le caratteristiche egli impieghi stessi (il Regio Decreto n. 989/1939 preciserà addirittura quali impieghi statali potessero essere alle donne assegnati: servizi di dattilografia, telefonia, stenografia, servizi di raccolta e prima elaborazione di dati statistici; servizi di formazione e tenuta di schedari; servizi di lavorazione, stamperia, verifica, classificazione, contazione e controllo dei biglietti di Stato e di banca, servizi di biblioteca e di segreteria dei Regi istituti medi di istruzione classica e magistrale; servizi delle addette a speciali lavorazioni presso la Regia zecca. L’articolo 4 della stessa legge, suggerirà altri impieghi “particolarmente adatti” alle donne: annunciatrici addette alle stazioni radiofoniche; cassiere – limitatamente alle aziende con meno di 10 impiegati; addette alla vendita di articoli di abbigliamento femminile, articoli di abbigliamento infantile, articoli casalinghi, articoli di regalo, giocattoli, articoli di profumeria, generi dolciari, fiori, articoli sanitari e femminili, macchine da cucire; addette agli spacci rurali cooperativi dei prodotti dell’alimentazione, limitatamente alle aziende con meno di 10 impiegati; sorveglianti negli allevamenti bacologici ed avicoli; direttrici dei laboratori di moda).

Del resto scriveva Ferdinando Loffredo nella sua Politica della famiglia (1938): “Il lavoro femminile […] crea nel contempo due danni: la «mascolinizzazione» della donna e l’aumento della disoccupazione maschile. La donna che lavora si avvia alla sterilità; perde la fiducia nell’uomo; concorre sempre di più ad elevare il tenore di vita delle varie classi sociali; considera la maternità come un impedimento, un ostacolo, una catena; se sposa difficilmente riesce ad andare d’accordo col marito […]; concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe”.

Da qui il decalogo della piccola italiana:

Piccola Italiana, questi sono alcuni precetti ai quali devi ispirarti:

  1. Compiere il proprio dovere di figlia, di sorella, di scolara, di amica, con bontà, letizia anche se il dovere è talvolta pesante.
  2. Servire la Patria come la Mamma più grande, la Mamma di tutti i buoni italiani.
  3. Amare il Duce, che ha reso la Patria più forte e più grande.
  4. Obbedire con gioia ai superiori.
  5. Avere il coraggio di opporti a chi consiglia il male e deride l’onestà.
  6. Educare il proprio corpo a vincere la fatica e l’anima a non temere il dolore.
  7. Fuggire la stupida vanità, ma amare le cose belle.
  8. Amare il lavoro che è vita e armonia. 

Piccola Italiana, questo è il decalogo della tua disciplina:

  1. Prega e adoperati per la pace, ma prepara il tuo cuore alla guerra.
  2. Ogni sciagura è mitigata dalla forza d’animo, dal lavoro e dalla carità.
  3. La Patria si serve anche spazzando la propria casa.
  4. La disciplina civile comincia dalla disciplina famigliare. 
  5. Il cittadino cresce per la difesa e la gloria della Patria accanto alla madre, alle sorelle, alla sposa.
  6. Il soldato sostiene ogni fatica ed ogni vicenda per la difesa delle sue donne e della sua casa.
  7. Durante la guerra la disciplina delle truppe riflette la resistenza morale delle famiglie a cui presiede la donna.
  8. La donna è la prima responsabile del destino di un popolo.
  9. Il Duce ha ricostruito la vera famiglia italiana: ricca di figli, parca nei bisogni, tenace nella fatica, ardente nella fede fascista e cristiana.
  10. La donna italiana è mobilitata dal Duce al servizio della Patria.

Che dire, molta strada abbiamo fatto da quei tempi bui e lontani, ma tanta ce ne rimane da fare.

Diceva lo scorso anno Susanna Camusso, primo segretario generale donna della storia ultracentenaria della Cgil nazionale e oggi responsabile del dipartimento Politiche di genere: “Abbiamo combattuto molto e a lungo nel nostro Paese affinché la democrazia entrasse nei luoghi di lavoro, perché fabbriche, negozi, uffici non fossero luoghi nei quali non vigevano le stesse regole che sovrintendono la vita del Paese: la Costituzione. Ora dobbiamo fare un passo in più, dobbiamo aggiungere un tassello: perché si parli davvero di democrazia, la libertà delle donne deve esserne unità di misura […] Troppo spesso la libertà femminile viene definita “tema delle donne”. No, non è il tema delle donne. E’ questione che attiene alla qualità della vita di chiunque pensi che la sua diversità sia una ricchezza. Io sono orgogliosa di essere una donna e come tale di essere diversa. E rivendico la mia diversità perché rifiuto qualunque forma di omologazione. Nel momento in cui si omologano le persone le si sottomette al potere di qualcuno”.

Oggi come ieri…

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

4 pensieri riguardo ““Il voto alle donne è inutile”. Così Mussolini diede inizio al Ventennio – Ilaria Romeo

  1. Si ! Bisognerebbe iniziare nuovamente a insegnare alle donne a fare la donna e a gli uomini a fare lHomo. Visto che non si capisce più chi è donna e chi è homo. Certamente li alcuni deviati non capiranno questo concetto e tenteranno sempre di buttare lorduria sui buoni e saggi suggerimenti del più grande e saggio homo della passata storia Italiana.

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  2. Gent.ma Romeo, nel suo articolo richiama uno stralcio della Quadragesimo Anno, a supporto (a suo parere!) della subalternità della donna nella ‘visione’ mussoliniana. Le faccio notare che ‘il pessimo disordine’ da debellare (secondo Pio XI) è la costrizione al lavoro della donna-madre e non, come Lei lascerebbe supporre, il considerare la donna come persona di serie b o solo come madre. E poi, è diventata una iattura considerare una donna come madre o che tiene ad essere madre? Lei vive la maternità? È adeguatamente informata circa il disastroso tasso di denatalità con quanto ciò comporta socialmente in una realtà come la nostra dove non si fanno più figli? E meno male che ci sono intellettuali, demografi e sociologi che ne parlano continuamente! Mi meraviglia che, dopo una interessante descrizione storica dei fatti, Lei si ritrovi (inconsapevolmente o volutamente?) nell’irragionevole pantano di una becera interpretazione del testo riportato. Non vorrei che anche Lei si ritrovasse a far parte del già numeroso club di quanti non sanno comprendere un testo! Un suggerimento: prima dei pareri personali, vengono i fatti. Il dio ‘secondo me’ dovrebbe essere messo da parte: i pregiudizi mentali mai hanno reso un buon servizio alla società civile.

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  3. In realtà la citata intervista a Mussolini compare su “Le Journal” del 14 novembre 1922 (p.1, titolo: “Les projetes et les actes de M. Mussolini” di Maurice de Waleffe)
    Link: https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k7608328f/f1.item
    Il testo originale è:
    « On m’a prêté l’idée de restreindre le suffrage universel. Non! Chaque citoyen gardera son droit de vote au Parlement de Rome. […] En passant, je vous dirai que je ne donnerai pas le droit de vote aux femmes. C’est inutile. En Allemagne, en Angleterre, les électrices votent tout de même pour des hommes. Alors, à quel bon? »
    Nell’articolo francese citato non compare il passo «Il mio sangue si oppone a tutti i tipi di femminismo quando si tratta di donne che partecipano alle questioni statali. Certo, una donna non dovrebbe essere una schiava, ma se le do il diritto di voto, sarei ridicolo. Nel nostro stato, non dovrebbe essere considerata.»
    Questo passo (in traduzione italiana) proviene invece dai “Mussolinis Gespräche mit Emil Ludwig”, Paul Zsolnay Verlag, Berlin-Wien-Leipzig 1932, p. 170; traduzione italiana: Emil Ludwig, “Colloqui con Mussolini”, traduzione di Tomaso Gnoli, Arnoldo Mondadori Editore pubblico, Milano 1932 (ripubblicato nel 1970 e 2001 con postfazione di Indro Montanelli, dall’editore Castelvecchi nel 2018):
    « La donna deve obbedire […]. La mia opinione della sua parte nello Stato è in opposizione ad ogni femminismo. Naturalmente essa non dev’essere una schiava, ma se io le concedessi il diritto elettorale mi si deriderebbe. Nel nostro Stato essa non deve contare.» (p. 166)

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