Ciao Luis, e grazie per i sogni che ci hai regalato

Maledetto coronavirus, che ci hai portato via Luis Sepulveda. Non c’era riuscito il golpista Pinochet –che pure lo aveva fatto carcerare e torturare proprio quell’11 settembre del 1973. Perché Sepulveda, giovane intellettuale socialista, quel giorno era proprio lì, a Santiago del Cile, nel palazzo della Moneda: fisicamente accanto, fino all’ultimo momento, a Salvador Allende, come soldato della sua “guardia personale”. Nel ’77 –su pressioni internazionali- gli fu concesso di trasferirsi in Svezia: ma al primo scalo aereo, a Buenos Aires, scappò e per alcuni anni combatté nelle rivolte e nelle insurrezioni dell’America Latina: era in Brasile, era in Paraguay, era in Ecuador, era in Nicaragua: dove, nelle brigate internazionali “Simon Bolivar”, finalmente vinse una rivoluzione. Scriverà e combatterà tutta la vita, Luis Sepulveda, regalandoci pagine di infinita magia letteraria –così leggere, così intrise di sogni infantili- e una feroce determinazione politica legata mani e piedi alla sua terra, al suo Cile martoriato, a quelle che Galeano chiamò “le vene aperte dell’America Latina”.

Quando giunse la notizia che Pinochet stava per morire, Sepulveda fu netto. Scrisse: “”Prepara i calici”, mi dicono dal mio lontano paese. Ho pronta una bottiglia di Dom Perignon in frigorifero. È un riserva speciale e me la regalò a questo fine il mio caro amico Vittorio Gassman una sera a Trieste. “Spero che la berremo insieme”, mi disse in quell’occasione e sarà così, perché a casa mia c’è un calice che porta inciso il suo nome. Alla radio, una voce dice che il tiranno sta davvero male e che, a quanto pare, stavolta la Parca se lo porterà all’inferno degli indegni.” Nipote di anarchici scappati dalla Spagna, figlio di anarchici che –per fuggire dalla polizia- lo fecero nascere in una camera d’albergo- Luis Sepulveda aveva evidentemente inciso nel codice genetico il poeta e il rivoluzionario, l’intellettuale e il combattente, il realismo magico della letteratura latinoamericana e le lacrime e il sangue versato per colpa delle dittature del suo continente. Non smise mai di sognare, non smise mai di combattere.

Pinochet alla fine morì davvero e Sepulveda non poteva sopportare che ciò avvenisse nel suo letto, senza un processo, senza un’espiazione. “Ma muore, e questo è quello che conta… dispongo i calici con i nomi dei miei amici che non ci sono, dei miei fratelli che difesero La Moneda, di quelli che passarono nei labirinti dell’orrore e non parlarono, di quelli che crebbero nell’esilio, di quelli che fecero tutte le battaglie fino a sconfiggere il miserabile che ha gettato un’ombra sulla nostra vita per sedici anni ma non ci ha tolto la luce dei nostri diritti. Con tutti loro brinderò con gioia alla morte del tiranno.” Addio, compagno Sepulveda: quando brinderemo alla sconfitta di questa malattia -che ti ha strappato alla terra e ci costringe alla reclusione fisica ed emotiva-, il nostro calice porterà il tuo nome.

Edmond Dantès

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