In memoria di Iqbal, il bambino sindacalista che si ribellò agli schiavisti – Fausto Durante

Nel suo ritratto fotografico più noto, quel ritratto che i contrasti del bianco e nero rendono tanto espressivo, il volto di Iqbal Masih è il volto di un bel bambino di dieci anni o poco più. E, tuttavia, quel ritratto mostra non un bambino come tutti gli altri. Mostra un bambino con gli occhi di adulto, con il sorriso velato di tristezza, con i segni che il tempo riserva a chi è già avanti con gli anni. In quel ritratto c’è la vita di quel bambino pakistano nato povero tra i poveri del Punjab, costretto al lavoro a poco più di quattro anni, venduto dal padre e reso schiavo in una fabbrica di tappeti a cinque.
iqbalmas
Un destino, quello della schiavitù dei minori e del loro sfruttamento nel lavoro, che nel luogo di nascita di Iqbal e nelle tante altre aree economicamente arretrate del mondo – dall’Africa sub sahariana all’America del Sud, dall’Asia centrale ad alcune aree povere dell’Europa – è condiviso da oltre 150 milioni di bambine e bambini. Piccoli schiavi del terzo millennio, spesso addetti a lavori pesanti e pericolosi per la salute nelle campagne, nelle aziende tessili e delle calzature, nelle miniere, nelle discariche di rifiuti alla ricerca di materiale da riciclare, nel commercio, negli alberghi, nei ristoranti.
Uno sfruttamento dal quale non sono esenti nazioni sviluppate e con le legislazioni più avanzate in tema di diritti dell’infanzia, visto che secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro sono ancora oggi documentati – sia pure con numeri certo più limitati – casi di utilizzo illegale di manodopera minorile anche in paesi come gli Stati Uniti d’America o come diversi stati europei, all’est ma non solo. I dati ci parlano ancora oggi di circa cinquecento casi all’anno di illecito impiego di lavoratori minori anche nel nostro paese. Un fenomeno ripugnante e inaccettabile, contro il quale occorre combattere e non abbassare mai la guardia.
Del resto, è proprio quello che ha fatto Iqbal Masih: non subire, non accettare più la schiavitù e la logica del profitto sul lavoro delle bambine e dei bambini, che invece di attrezzi da lavoro dovrebbero avere in mano giochi, libri, matite colorate. E invece di essere legati con le catene alle postazioni e ai tavoli di lavoro dovrebbero sedere sui banchi di scuola e poi essere liberi di correre e crescere sani. Iqbal è riuscito un giorno a scappare dalla sua prigione e, grazie all’aiuto di organizzazioni che contrastano lo sfruttamento dei minori, è riuscito a rendere nota la sua storia, la condizione di tanti piccoli lavoratori nel mondo, la catena di avidità e smania di guadagno che rende schiavi i bambini e li priva dei sogni, della luce negli occhi, del diritto alla vita.
Iqbal è diventato il bambino operaio e sindacalista che viaggia per il mondo e rivendica per sé e per i suoi simili, dovunque siano su questo pianeta, i diritti alla libertà, alla dignità, all’istruzione, al cibo e all’acqua. E i diritti di non essere sfruttati, di non essere l’ultimo anello di quella catena che dall’ordine di fornitura delle aziende madri nel ricco Occidente passa di anello in anello al lavoro senza diritti, al grigio e al nero, ai bimbi prigionieri.
Iqbal è stato ucciso a dodici anni, in questi stessi giorni di metà aprile di venticinque anni fa, per avere denunciato tutto ciò e per essere diventato il simbolo di questa grande battaglia di civiltà. Ricordiamoci dello sguardo e dell’espressione di Iqbal quando guardiamo un tappeto, un paio di scarpe, un bel vestito, una scatola di pelati, uno smartphone. Cerchiamo di considerare che dietro un prezzo basso o vantaggioso ci potrebbe essere la fatica di lavoratori bambini. Non rendiamo vana la lotta che Iqbal ha intrapreso, che tanti hanno proseguito e che continua ancora oggi. Non dimentichiamoci di Iqbal Masih, il bambino adulto.
Fausto Durante

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